Giorno: 17 febbraio 2017

Francesco Mistrulli, Ho rapito Alfredo di Stéfano

Di Stefano, photo by AP Photo/File

Di Stefano, photo by AP Photo/File

Caracas. Sabato 24 Agosto 1963. Pomeriggio.

Abbiamo pianificato ogni cosa. Ogni dettaglio. Anche il più piccolo, il più insignificante. D’altronde quello che stiamo per fare non è uno scherzo. In più, anzi in meno, abbiamo davvero pochissimo tempo, quindi tutto deve funzionare alla perfezione. Un orologio. Stiamo riesaminando per l’ennesima volta il piano a casa mia, nella zona di Cumbres de Curumo. È diventata, casa mia, come un teatro di posa. Solo un po’ più piccola. Non ricordo più nemmeno quante volte l’abbiamo messo in scena il piano. Non vogliamo fare del male a nessuno però io e i miei compagni. Questo ci è chiaro sin dall’inizio. Il nostro obiettivo è molto semplice: un’azione dimostrativa attraverso la quale protestare contro il presidente Venezuelano Rómulo Betancourt, galoppino degli Stati Uniti d’America, oppressore del popolo, e già che ci siamo condannare la barbara esecuzione di Julián Grimau, membro del partito comunista spagnolo fucilato dai franchisti nell’Aprile precedente. Infatti con gran fantasia abbiamo deciso di battezzare la nostra operazione come “operazione Julián Grimau”. Il Real Madrid gioca a Caracas. Anzi, scusate, il grande Real Madrid. È in Venezuela per disputare la “Pequeña Copa del Mundo” contro i Portoghesi del Porto e i Brasiliani del Sao Paulo. È dal millenovecentocinquantadue che si gioca questo torneo ad inviti a Caracas. Fra le fila dei “Blancos”, tanto amati da Francisco Franco gioca anche lui, il più forte e famoso giocatore del mondo, Alfredo Di Stéfano, già vincitore di cinque Coppe dei Campioni e due volte Pallone d’Oro! A proposito la mente di tutto sono io, Paúl del Río, guerrigliero cubano trapiantato in Venezuela. Nome di battaglia: Máximo

Canales, Caracas. Sabato 24 Agosto 1963. Sera.

La camera è in fondo al corridoio. Procediamo decisi sulla moquette rossa che ovatta i nostri passi. Dobbiamo aspettare il segnale dietro la porta. Questo è il piano. Si sente squillare il telefono. “Pronto? Pronto? Prontooooo! Ma che scherzi sono questi, cabrones!” Ecco il segnale. Io e il compagno complice siamo dietro la porta numero due uno nove dell’hotel Potomac tra l’Avenida Vollmer e l’Avenida Caracas a San Bernardino. Siamo entrati senza problemi nell’hotel che ospita il Real Madrid. Indossiamo delle divise da militari. Non è stato semplice procurarle ma ci siamo riusciti. Come da copione, con le divise nessuno ha fatto domande. Busso alla porta. Proprio poco sotto il numero due uno nove. Dopo qualche istante, ma a me è sembrato un’eternità, apre lui, l’immenso Alfredo Di Stéfano, la “Saeta Rubia”. Stringe ancora fra le mani la cornetta del telefono. Sembra spiazzato nel trovare due militari davanti alla porta della sua camera. Ci guarda perplesso, ma con cortesia ci chiede come può aiutarci. Avrà pensato che siamo lì come questuanti per avere delle foto autografe. Sono emozionato. Per poco non mi cedono le gambe. Da una parte mi trovo al cospetto del migliore giocatore al mondo. Dall’altra c’è l’adrenalina sparata in circolo dall’esecuzione del nostro piano machiavellico. “Polizia!” intimo con voce impostata, mentre in sincronia io e il compagno complice salutiamo militarmente sbattendo i tacchi degli stivali e portando la mano di taglio all’altezza delle tempie. “Lo vedo.” Risponde tranquillo lui. “Cosa posso fare per voi?” Nel borsello di pelle nera ho dei fogli. Sopra ci sono intestazioni e timbri della polizia. Falsificati. Prendo il foglio e lo apro facendo in modo che lui possa vederle le intestazioni e i timbri. Chiedo, con voce ferma e decisa: “È lei il signor Alfredo Stéfano Di Stéfano Laulhé, nato a Buenos Aires in Argentina il quattro Luglio del millenovecentoventisei, professione calciatore?” L’ho letto tutto d’un colpo, come una filastrocca. Ma tanto l’avrei potuto recitare anche a memoria. Lui ci guarda ancora più stupito. Sposta lo sguardo prima su di me, poi sul mio compagno, sperando di ricevere un qualche segno. “State scherzando vero? Certo che sono io?” “Bene” dico “allora ci segua in caserma!” “Ma cosa state farneticando scusate! Non capisco?” “Non c’è nulla da capire signor Di Stéfano. Deve seguirci per dei semplici accertamenti. Nulla che non si possa risolvere nel giro di pochi minuti. Ma abbiamo bisogno che ci segua in caserma.” “Ma scusate, ditemi almeno di cosa si tratta?” “Il suo nome è venuto fuori in un caso di droga su cui stiamo indagando.” “Ma come è possibile! Ci sarà certo un errore. Un’omonimia!” Sento dalla sua voce che si sta innervosendo. Non possiamo permetterci che inizi ad urlare. Non possiamo perdere tempo perché di tempo non ce n’è. Guardo il compagno complice, gli faccio un cenno col capo e estraiamo le pistole dalle fondine in cuoio. Le pistole sono state la cosa più semplice da procurare in tutta questa vicenda. Alla vista delle armi, indietreggia scosso di qualche passo. “Signor Di Stéfano” dico “non ci costringa ad usare le maniere forti. Non vorremmo doverla portar fuori dall’hotel in manette!” La vista delle pistole… L’idea di essere ammanettato… Avrà pensato che i fotografi e i reporter sarebbero andati a nozze nel vederlo portare via come un delinquente comune. È diventato bianco. Un cencio. Blanco come la maglietta del Real Madrid. Lo abbiamo in pugno, penso. Ne sono certo quando con un filo di voce mi dice: “Posso avvisare qualcuno?” “No!” rispondo secco “Prenda quello di cui ha bisogno e andiamo!” Ci ho preso quasi gusto a fare lo sbirro. Prende la giacca. Chiude la porta. Ci guarda. Si sente che ha paura ma non vuole darlo a vedere. Ci incamminiamo. Di Stéfano in mezzo a noi. Calmo e tranquillo come se nulla fosse. L’hotel è un andirivieni di gente. Fattorini. Clienti. Addetti di ogni genere. Nessuno ci presta attenzione. Mi chiedo come coño sia possibile. Siamo con il calciatore più famoso al mondo! Meglio così. Finalmente siamo fuori. Tiro un profondo sospiro di sollievo. Avrei bisogno di un po’ d’aria fresca invece inspiro aria calda e appiccicaticcia. Devo rimanere concentrato. Ci siamo quasi. Camminiamo senza destare sospetti, con passi lenti e decisi. Ecco l’automobile che ci aspetta. Il compagno complice fa il giro e entra dal lato opposto. Io apro la portiera a Di Stéfano e lo faccio entrare in modo che sia seduto nel mezzo. Non vorrei tentasse colpi di testa quando gli dirò cosa sta succedendo. L’autovettura parte. Senza fretta. Il più è fatto. “Signor Di Stéfano” dico togliendomi il berretto e passandomi una mano sui capelli madidi di sudore “siamo membri delle FALN, le Forze Armate di Liberazione Nazionale, rivoluzionari filo-castristi Venezuelani il cui obiettivo è rovesciare la presidenza di Romulo Betancourt, rieletto presidente nel millenovecentocinquantanove a seguito della deposizione dell’ex dittatore Marcos Perez Jimenez, elezione che le FALN contestano apertamente per brogli. Lei è nostro ostaggio. Non faccia gesti stupidi e non le sarà torto un solo capello”. È senza parole. Infatti resta muto per tutto il tragitto. Non si aspettava una cosa del genere. Non mi aspettavo fosse così facile. Arriviamo nel covo che abbiamo scelto per la prigionia del nostro illustre ostaggio in meno di venti minuti. Ovviamente il covo è casa mia.

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Ostri ritmi #7: Mojca Pelcar-Šarf

mojca-pelcar-sarf

Razočaranja

Ni res, ne morem verjeti
vestem tem zloglasnim,
da spet bo tako kot pred dvajsetimi leti.
Ne, ni res, ne morem verjeti…

Demonstracije na ulicah
so kakor divje besede gluhonemcev.

Sami ne čujemo
svoje besede

In to je naš obup.

…..Delusioni

Non è vero, non posso credere
a queste voci maligne,
che di nuovo sarà così come vent’anni or sono.
No, non è vero, non posso crederci…

I comizi nelle vie
sono come parole bestiali di sordomuti.

Non sentiamo
le nostre stesse parole

Ed è questa la nostra disperazione.


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