Giorno: 14 febbraio 2017

Monia Gaita. Inediti

monia-gaita

 

Tu rassicurami

Io non so seppellirti

e fare sosta

lontano dai tuoi arrivi.

Perché io non so sopprimerti

somministrando una ragione altra

a questo andare.

Si fa rabbiosa la fame dell’attesa,

raccoglie molti affluenti di tenacia

e raccomanda l’àncora dei giorni

alle tue funi.

Un racemìfero Dio

rammenderà

lo strappo del mio cuore,

ma io rampollerò in acerbo

dalle spighe.

E raschierò come un cancello che si oppone

all’apertura.

Tu rassicurami

che niente andrà perduto,

che la membrana o il seme di noi due

non avvampava d’ira

ma d’amore.

 

 

Imprimo il tuo nome

Imprimo il tuo nome sull’argilla.

Dalla cisterna risale fino all’ultima terrazza.

Due fiumi lo attraversano: il prima e il dopo.

Scavano ai fianchi la montagna

e inondano il terreno tutt’intorno.

Imprimo il tuo nome sull’argilla.

Coi fili tesso stoffe e annodo corde,

occupo la penisola che abiti al suo centro.

Boschi di abeti e cedri ti percorrono,

strisce di piane fertili e castelli.

Io ti cammino nel sottosuolo degli incendi

e salvaguardo oltre la copia delle forre

quel che resta:

la mano nella mano

che pigia l’uva dell’affetto nella conca

e il capo della luce

che al limitare delle perdite

ci avvolge.

 

 

Nella taiga

Ti parlo sottovoce e senza vocazione.

Sono stanca.

Forse perché lo spigolo tuo vivo

ancora mi ferisce,

forse perché ho girato a vuoto

nel lemmario dell’autunno,

forse perché un impervio di battaglia

ribolle dal profondo.

Ti parlo sottovoce e senza vocazione

mentre i cavalli tuoi selvaggi

mi galoppano i dintorni

e tu lesioni e lastrichi d’agguati

le montagne.

Io aggancio la mia slitta al tuo calesse,

saliamo in groppa

ad un macchieto di domande.

Mi ami? -Ti chiedo-

mentre si smussano

i denti della rabbia

e tento di annegarti

nella taiga di un racconto

un’altra volta.

 

 

E attendo l’ora

Fischiano i polmoni delle case,

ne premo con la punta delle dita

gli alveoli sovvertiti.

Fa male guardare il vuoto indefinito

alle ringhiere,

scioglierlo lentamente sulla lingua

come un bacio.

Il nido dell’infanzia è divorato,

scorge da un gomito del monte

una frontiera,

spartisce l’acqua del deluso

coi noccioli.

Eppure si consola

e nella polveriera pronta a esplodere

del giorno

si traveste,

sicuro di sfuggire alla vecchiaia,

al buio che lo spintona

nella fine.

E camminiamo scalzi,

le bocche sgretolate dalla bruma

di ciò che non sappiamo,

che scarica alla cieca la sua furia,

che fa dei passi

un peso liquefatto.

E attendo l’ora

che guarirà le ulcere alle mani,

che accenderà le stelle al led

nelle cucine.

Attendo l’ora

e la fisionomia di quanti

non posso più chiamare

con un nome.

 

 

Monia Gaita è nata a Imola (BO) il 7-11-71 ma vive a Montefredane, paese d’origine in provincia di Avellino.

Giornalista e critico letterario, ha all’attivo pubblicazioni in prosa, Rimandi(Montedit-2000) e in poesia, Ferroluna(Montedit-2002), Chiave di volta(Montedit-2003), Puntasecca(Istituto Italiano Cultura Napoli-2006) , Falsomagro(Editore Guida-2008), Moniaspina(L’Arca Felice-2010), Madre terra(Passigli-2015).

Presiede con Elvira Micco il Premio di Poesia e Giornalismo Giuseppe Pisano che promuove con la Proloco.

Diverse sono le riviste e le antologie che si sono occupate della sua poesia: La Mosca, Gradiva, L’immaginazione, Sinestesie, Silarus, Critica Letteraria, La Clessidra.

Collabora a “Clandestino” e “Nuovo Meridionalismo”.

Domenico Brancale, Per diverse ragioni

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Domenico Brancale, Per diverse ragioni, Passigli 2017, € 12,50

 

dalla sezione Da ogni sotto respiro

 

nei muri il respiro dei malati apre le crepe
tutto, prima o poi, si dischiude
fuoriesce dentro il sempre
incatena ognuno alla propria voce

qualcuno lo teme
un altro lo invoca
nessuno ci tiene

dice il vero chi dice oramai
dice tutto chi morde il silenzio

 

aspettano il proprio turno, il cambio del lenzuolo,
la trasfusione, l’anestesia totale sull’esistenza
aspettano e riaspettano
nel letto di una stanza che è solo un numero

ci si spoglia di tutto
dell’ombra
del nome

vi è un’ora che predilige il respiro
ciò che va sfamando dolore e conoscenza

 

quanti di noi sanno di essere orfani
quanti fino alla fine nascosti dietro il vuoto
vivono malgrado tutto
come se dovessero riconciliarsi col tempo passato
ciò che circonda tutto
l’orizzonte

quanti cercano un’aiuola
la misura dell’appartenenza
la mano invisibile del vento che depone il seme
una domanda senza risposta

in che parola si sono incontrati

quale solitudine li separa

 

dalla sezione Per diverse ragioni

 

Estranei. I giorni non tornano.
Per diverse ragioni viviamo
dietro le palpebre di una persona.
Fuori resiste. Ostinato. Fuori limita.
Dietro viviamo.

Luce. Dentro.
Irrompe fin dove ha ragione il buio.
«Poiché è incandescente. Poiché nessuno le resisterebbe».
Fuori è un perimetro svanito.
I corpi vagano. La mano in agguato.

 

Se i muri potessero parlare mentirebbero.
Frantumata la menzogna – le atrocità della lingua
nel pianto si raccolgono i volti.
Acqua ferma nell’acqua.
In noi uno si vivifica.
Un’ombra si ritrae. Si raccoglie nella polvere
nella risaputa inconsistenza dell’intonaco.
Viene giù tutto. L’immagine. Il colore è spento.
Resta una traccia di quello che sarebbe stato un affresco.

Tastiamo la memoria. Ma è notte. Notte della memoria
della stella che mi spinge fino a te.

 

Cercavo la quotidianità minuta. I gesti ripetitivi.
Tutto ciò che si dilata nella durata delle cose.
La complicità delle ombre. La luce della polvere.
I volti della natura morta in ogni distanza.
L’indistinto scricchiolio delle pareti. La forma dell’aria.
Le voci dentro. La materia
dove solo il sangue sa penetrare sempre.

 

In principio fu il bacio coniugato all’infinito sulle labbra.
Giurammo che mai saremmo stati senza.
Giurammo. Siamo noi.
Il sangue che non ha perché.
Il sangue di nessuno.

La disperata corsa verso la prima cellula.
L’annidamento.
Il tempo necessario alla specie per parlare.
Il figlio non nato in vita
che un padre avrà da piangere o nominare sempre.

Siamo noi del mistero la sola realtà.
Noi ci portiamo dentro.

 

© Domenico Brancale