Giorno: 13 febbraio 2017

Antonio Vittorio Guarino, La costellazione dell’assenza

costellazioneassenzacoverw

 

Estratti da La costellazione dell’assenza (Fara, 2016), vincitrice della VI edizione del premio Faraexcelsior.

*
La vita torna sui suoi passi,
occhi bassi e niente da dire
a nessuno, soltanto pensieri in testa
al corteo di pretesti precari:
comprare un regalo, del fumo,
andare in giro, incontrare
qualcuno che non incontreremo.
Fogli come colombe si alzano da terra,
piroettano in aria, lambiscono i rami,
restano impigliati nelle reti arancioni
per i lavori stradali.
Il moto di cose inanimate
predice il vuoto che appare
nascosto dalle lamiere.
C’è una forza che ci spinge
e porta – Caritas Christi urget
nos? No –: è solo il vento.
Un dio remoto dorme
in cima ai campanili,
sulle guglie, dove si annidano
nembi; non risponde, si contempla
nello specchio del cielo – l’assenza
ha il colore di un ferro ossidato.

(pag.16)

*
L’assassino ha dimenticato
il coltello in cucina.
Sta per piovere, o forse no,
e nessuna sorpresa ti attende all’angolo.
Il terzo segreto è stato rivelato
un po’ di anni fa. Adesso
bisogna camminare nella verità
e non cercare sul volto
i segni del morbo,
dei sogni, delle pulsioni
abnormi che tendono i nervi
facciali in smorfie di
contenimento. Bisogna fare
i conti, e devi farli bene,
con tutto quello che ha smesso
di aspettarti, con tutti
gli appuntamenti mancati – la strada
è piena di fantasmi.
Il mondo è crudele senza riti,
e il tempo scade senza sorpresa,
ma a te non dà nessun preavviso.
Perciò cammini,
e ad ogni passo
perdi qualcosa: si comincia
quasi sempre da una matita,
e poi ci si ritrova nudi
e forse mutilati sul bordo
di un pontile, dove vorresti
ci fossero i suoi occhi a
guardarti e non solo l’azzurro.

(pag. 18)

*
Pensa ai quadri, un perimetro di rifugio
dove l’immagine è riassunto del tutto
e miliardi di piccoli segni vanno a comporsi,
solidificarsi nella scalarità del dettaglio,
dall’infimo all’enorme, l’insignificante macchia
che si fa forma del reale. Gli oggetti, specie
nella solitudine, privati di relazione,
mostrano il loro significato, o meglio sono
mostrati come del tutto vuoti, inutili, quasi
senza materia. Questa povertà manifesta,
non compresa, è il limite di ogni discorso
sul mondo, la negazione di una ragione
intrinseca alle cose. Tutto qui muore,
tutto qui è fermo anche se mima
il movimento. In definitiva i corpi
sono sempre e solo carcasse inermi,
ossa ottuse senza spiragli, senza
profondità in cui si possa discendere
come in un pozzo artesiano: qui
Alfredino non è caduto, qui nessuno
si è calato per salvarlo: il contenuto
è inesistente e la scatola è spianata
in modo da non poter ricevere nient’altro
che la luce. Del resto, in principio,
lo Spirito aleggiava sulla superficie.

(pag. 20)

*
La bellezza è nell’occhio
mucido di chi guarda
commosso ciò che
non riconosce: il nulla –
l’altro è dentro,
come un reietto che
osserva il paesaggio,
forse è solo un corpo
scomposto ma immobile,
un presagio del nostro
disegno, un abbozzo di
quello che saremo domani,
oppure già siamo –,
questa grazia
flagrante di rottami
in forma di amanti,
di arti divorziati
da altri arti, nervi,
epidermidi, tendini
tesi nello sforzo
della carezza, che sfiora
ma non tocca, che si lascia
nell’imperfetto tempo
dell’orfano.

(pag. 28)

*
Restare è impossibile,
come diceva Rilke;
l’odore si disperde
del nostro volto – in quale
volto? – subito, nel tempo
di poche carezze,
e non lo trattiene
la porta chiusa
delle stanze
in cui ci lasciamo
ovunque con impronte
e bave di particelle
vorticanti, eliche
deformi e serpenti mozzi
Dunque indosseremo
il berretto del progresso
per salutare gli angeli
da guardia che sostano
sempre laddove finiamo
o stiamo per apparire.
Evadendo dal limite,
il nostro destino si compie
e scompare, e in un qualche
modo rimane nella replica
del passo di ciascuno,
come tentativo di
immortalare il mortale
della nostra condizione
di esseri che non
sussistono in sé stessi,
ma per altro: il solo che
può trattenerci,
traslati come cosa,
oltre, dove già più non
siamo il perimetro
di tempo che ci raffigura.

(pag.39)

*
Ma tutte queste cose
mediti nel cuore, attardandoti
nella lenta ora a cucire
mistero a mistero,
chiudendo le labbra
in lembi di dita,
toccandoti, sola,
il seno che duole.
Accoglieresti la luna,
il sole, le onde in
fiamme e tutti i venti
che percuotono la terra;
sul tamburo del tuo ventre
lasceresti scandire in colpi
il tumulto crudele e
innocente del sangue,
sciogliendo, carne
nella carne, la mia,
la tua assenza – il fantasma
del mondo che ci osserva
dall’altra parte, da occhi
diversi, mentre noi
con gli stessi
vedremo non più
come in specchi, ma
finalmente faccia a faccia.

(pag. 47)

 

Antonio Vittorio Guarino (Napoli, 1985) vive ad Avellino. Laureato in Filosofia e comunicazione presso l’Università degli studi di Napoli “l’Orientale”. Ha pubblicato: La Vita Beota (Ed. Il Foglio Letterario, 2009), La caduta dalla giovinezza (Onirica edizioni, 2011) e La costellazione dell’assenza (Fara 2016). Alcuni suoi testi sono presenti su riviste, antologie e siti web.

Tommaso Di Dio, Alla fine delle favole

tommaso-1

Tommaso Di Dio, Alla fine delle favole, Origini edizioni 2016
con Fotografie di Valentino Barachini

per info si rimanda al sito di Origini Edizioni

15870908_10210690747297579_814406879_n

 

Ci siamo svegliati; e poi
abbiamo pulito casa. Abbiamo litigato
e io sono stato solo per un’ora, al bar
pensando alla poesia e alla vita ladra che non ha
parsimonia né pazienza. Siamo usciti
e la città era brutta di pioggia e faceva freddo
non c’era niente nulla nessuna vita
per la strada affollata e superba. Abbiamo
comprato dei vestiti, inutilmente, abbiamo
speso il frutto del nostro lavoro. A casa, infine
infreddoliti, stanchi, sazi, abbiamo guardato
nel centro del cielo, a dismisura la notte
ingigantiva. E lì piegava, stordiva; e premeva
l’enorme e vana necessità
che ci dice adesso, per quanto potete
e come potete; in questo
stupido giorno uguale a tanti e a tanti altri
dissimile; apprendete
il farsi complesso di ciò che è
semplice, oscuro, silenzioso. E poi abbiamo dormito.
Come tutti dormono. Alla fine delle favole.

 

*
Seduti sulle sedie; o in piedi
dietro il banco. Avevano sonno. Avevano
memoria e disastri. L’uomo al bar
voleva togliere
la corona metallica con i denti; mentre una donna
con lo sguardo nel vetro, luminoso
precipitava
dentro una forma di mani rapprese, dentro un
non amore. Fra le cosce. Oppure dentro il bicchiere.
Oppure fuori, sotto il tendone, sotto
il primo sole inerte e cieco di gennaio
quanta sparita vita
attraverso molecole diademi spazi
recingenti gas, calcificazioni, crolli e spasmi
per la materia va, con le braccia tese
come un cieco a toccare.

Nessuno qui
si toglie il cappotto; hanno
freddo questi umani.

 

*
Il giorno si spegne, la luce cala.
L’uomo esce dalla metropolitana
e cerca una pietra, una spalla
un gomito di luce piena; qualcosa che scaldi
e invece parla
con il palo della luce e con le fredde sbarre.
Dall’altra parte della geografia terrestre
c’è qualcuno rinchiuso, albero
sbattuto cacciato ritorto; ricaduto
nella propria corteccia come fa buio
corpo spastico dentro crollo
di roccia e rocce in una caverna. Avamposto
di sangue e brecciolina. Come ciò che non dura.
Così, cerchiamoci. Ognuno
dentro l’altro vasto umano mondo, ami
il labirinto.

 

© Tommaso Di Dio