Giorno: 11 febbraio 2017

Donne. Racconti al femminile, a cura di Narda Fattori

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Donne. Racconti al femminile. A cura di Narda Fattori. Prefazione di Giovanna Gazzoni, Pazzini editore, 2012

(a Narda Fattori)

Mi cullo in quello che di me dicevi:
metà e metà, formica e poi cicala,
un ibrido che ascolta stipa e canta.
Ti cerco nella sera sopraggiunta.

Anna Maria Curci

Meno conosciuta, ma non per questo meno pregevole, è l’attività che Narda Fattori ha svolto come conduttrice di laboratori di scrittura. Ne dà testimonianza l’antologia Donne. Racconti al femminile, curata da Narda Fattori e scaturita dalla sua “vocazione pedagogica”, da un talento fattivo e generoso, nutrita dall’intento, anche questo perseguito con tenace coerenza, di rendere reale condivisione, tanto pensosa quanto operosa, quella benedetta “spudoratezza”, elemento fondamentale della scrittura accanto alla conoscenza di sé. Della “spudoratezza” Narda ebbe modo di scrivere in un’intervista del 2004, pubblicata sul sito della casa editrice Fara, con la quale era uscita in quell’anno la raccolta Verso Occidente: «Ecco cosa intendo per “spudoratezza”.
Non credo esista niente di inesprimibile. Almeno per un poeta. Le parole si formano nella mente come volute di fumo da una sigaretta, si distendono, e chi scrive è poco più di un manovale.
Poi c’è il lavorio per dare pazienza all’urgenza: il labor limae credo sia il ritorno su parole, suoni e timbri che senti imperfetti, non chiaramente fedeli a quella voluta che ti saliva dalla gola e ti scendeva dal pensiero. È il lavoro dell’intellettuale.»
I racconti brevi raccolti in Donne sono nati nel corso del laboratorio “Scrivere allunga la vita”, patrocinato da Italia Nostra, svoltosi dall’ottobre 2009 all’aprile 2011 e condotto da Narda Fattori. Sono testi molto diversi tra loro per stile e per genere di scrittura, accomunati tuttavia dal prendere le mosse da un ricordo, dall’evocazione di un luogo, di un oggetto, per narrare, come scrive al plurale Giovanna Gazzoni nella prefazione, intitolandola così, Le vite delle donne.
Va sottolineata la scelta del ‘noi pensante’, operata dalle autrici all’atto della pubblicazione. I trentotto racconti e la poesia che compongono Donne sono stati sì scritti da Narda Fattori, Mariangela Barbone, Stefania Bolognesi, Antonella Brighi, Loretta Buda, Natalia Fagioli, Elisabetta Leoni, Ondina Martini, Anna Rosa Pedrelli, ma non è dato associare il singolo testo al nome dell’autrice. La coralità delle voci è dunque intenzionalmente anteposta alla melodia di ciascuna. Riconosco anche in questo aspetto l’amore di Narda Fattori per la conversazione ininterrotta con l’altro da sé – nella piena conoscenza del sé – così come il suo vigoroso sì alla costruzione comune del pensiero. (Anna Maria Curci)

*

Sospiria

La maestra ha accompagnato i bambini all’ingresso, li ha affidati ai genitori o a chi per loro purché delegati.
Quella della consegna è un’operazione delicata che lei esegue con cura certosina, prima verifica che la persona che ha di fronte sia legittimata al ritiro, poi passa la mano del piccolo, al padre, alla madre o a chi per loro.
In quel momento rimpiange i tempi in cui, al suono della campanella, gli alunni arrivavano al portone e, liberando la sfrenatezza proibita in classe, si disperdevano vocianti sul piazzale che in pochi minuti risultava deserto.
Torna verso la sua classe con un pensiero fisso che si esprime in una parola: quiete!
– Voglio un po’ di quiete – pensa la signorina Sospiria; vorrebbe urlarlo ma non può, l’atrio è già carico di una vibrante tensione; percorre il corridoio con un’andatura concisa, esaltata da un tacco 8, inadeguato per le sue corte gambette.
Dalle aule della 5 A e B risalta l’odore acre dei detergenti che Gemmina, la collaboratrice scolastica, sta usando a profusione; uno sperpero di prodotto dovuto alla fretta. Alle 13.50 lei smonta e, dove non bastano la forza e la rapidità delle braccia, spande detersivo. La maestra sente che la schiena si flette in avanti, la drizza, protende il collo per dare sollievo alle vertebre cervicali e procede verso la sua classe. Toc, toc – toc, toc, l’inconfondibile rumore dei suoi tacchi risuona lontano nel corridoio e copre il borbottio che sbotta dalle sue labbra perfettamente congiunte:
quiete agognata,
quiete ambita,
quiete suprema.
Guarda davanti a sé, il corridoio contiene a stento la sua stanchezza. È sola, veramente qualcuno c’è, ma lei non lo vede, nella sua testa rumoreggia una sola parola: quiete.
Inavvertitamente riprende il suo delirio verbale:
quiete sognata, sperata, aspirata, consegnata, digrignata.
Una sosta per raccogliere un foglio da terra, poi riprende il suo tragitto; come uno scolaro che calcola con le dita lei giocherella con le sue facendole tamburellare sulle labbra ormai sverniciate, poi riprende il suo salmodiare:
quiete dolcissima,
quiete prudentissima,
quiete clemente,
quiete potente, e non si accorge che il collega Ripetti la fissa turbato.
A metà corridoio comincia a cantare una nenia, coccola la sua parola, che, secondo lei, sta crescendo facendosi tutta maiuscola. Sulla porta della III C, la collega Ginevri la guarda non vista. Quella parola si allarga e si allarga, lei la accomoda fra le braccia, la dondola sillabando con affetto.
Velocizza il passo, ma l’altezza del tacco ostacola l’accelerazione; stringe al petto la sua quiete; tenendo il testone della Q sul braccio si compiace dell’enigmatico sorriso a U.
Nell’aula, la luce accecante del mezzogiorno la ferisce, stringe un poco le braccia, si china sulla sua parola per crearle una penombra rassicurante.
Raggiunge la sedia, sposta con la punta del piede la borsa a fianco della cattedra, si siede, appoggia la parola sulle sue ginocchia trattenendola teneramente con le braccia e la guarda con insuperato affetto, poi appoggia la fronte sul tavolo. Sospira la signorina Sospiria e declina nuovi attributi
quiete inespressa,
quiete sconfinata,
quiete generosa e non si rende conto che Ripetti e la Ginevri, muti e pensierosi, la osservano dal vano della porta.
– Stai bene? – si sente chiedere. Lei si drizza di scatto, allenta la presa e la parola, la quiete agognata che si stava concretizzando rotola su se stessa e cade con un rumore secco sul pavimento sparpagliando le lettere sotto la prima fila di banchi.
I colleghi rimangono sulla porta, ma i loro sorrisi tesi e gli sguardi sorpresi si allungano fino alla cattedra per sincerarsi che Sospiria respiri.
Contro ogni previsione lei si alza e con finta noncuranza va loro incontro ostentando un sorriso diluito dal pianto trattenuto, si lascia cadere sulla prima sedia che trova davanti; è completamente inerme, indifesa, fragile, ma sorride.
– Non è niente… sono stanca, ho bisogno di quiete, di quella calma… capite? I colleghi ammiccano indulgenti ma devono spostarsi per lasciar passare Gemmina che, armata di Mop, pannicelli e scopa a forbice, è intenzionata a pulire l’aula.
La maestra si avvicina nuovamente alla sedia, recupera gli occhiali nella borsa e accende il cellulare sotto lo sguardo minaccioso della bidella. In aula la tensione è al massimo; Gemmina ha l’occhio fisso, il suo sguardo sembra voler incendiare tutti i banchi fino a incenerire lei, Sospira, la maestra che non lascia mai la classe in ordine. Si guardano, la maestra si porta le mani agli occhi come dovesse aggiustare gli occhiali che non ha ancora indossato, poi saluta con un sorriso muto e un lungo sospiro.
– Arrivederci – sibila Gemmina.
– Addio – risponde Sospiria accomiatandosi dalla sua quiete infranta.

(pp. 62-64)

Appunti per un omaggio a #NardaFattori

 

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Come Cristina Campo, Narda Fattori è stata tradita dal suo cuore malconcio. Come Cristina Campo, Narda Fattori se ne è andata improvvisamente, lasciando tutti sgomenti e sorpresi. Come Cristina Campo, Narda Fattori è morta a gennaio: l’11 gennaio, un giorno dopo la Campo. Come Cristina Campo, Narda Fattori ha sempre avuto lo sguardo e l’attenzione fermi sulla parola scritta e sul suo valore etico, e di conseguenza anche sulla bellezza come categoria estetica; una bellezza ottenuta e mantenuta tale anche quando la lingua sfiorava la mimesi (se non la parodia) del parlato, perché la realtà circostanziale non è mai stata estranea alla poesia di Narda Fattori. Detto questo, il parallelismo finisce qui perché all’aristo­cratico esclusivismo campiano Narda Fattori sostituì e perseguì la mirabile vocazione alla comprensione e alla accessibilità universale della sua poesia: ogni poesia scritta doveva essere chiara anche a chi non disponeva degli strumenti per comprenderla, per educazione e istruzione ricevute, di certo non per scon­tare la fatica di entrare nel testo, ma proprio per il motivo opposto: per entrare nel testo della poesia e scoprire che non c’erano sconti dalla vita all’individuo, all’uomo. La parole erano il suo strumento, da pla­smare una volta catturate lungo quel percorso che dal cuore sale alla mente per fissare il pensiero; quelle «parole sensate/ che dal ventre sono risalite alle anse/ di un cervello sconvolto di sinapsi/ che passano o trapassano messaggi/ che si confondono si inerpicano e cadono// povero pensiero e povere parole/ che culla scomoda e malconcia la mia testa». A questa tensione etica fa da controcanto un’aura d’infanzia che le permetteva di mantenere vivo lo stupore ingenuo di chi coglie il variare dei colori dei paesaggi romagnoli a lei cari, posti sempre a sfondo, quasi mai nominati direttamente. Quel mondo dell’infanzia – dove «i bam­bini hanno gambe come ali/ per correre dietro al vento» – che forse le era caro per affetto lontano: dalla sua infanzia caratte­rizzata anche dalle letture suggerite da un padre – “ombra timoniera” – sempre pronto a procurarle libri su libri. E questo è uno di quegli aspetti esterni della vita di Narda che ho appreso di recente. Perché in realtà di lei ben poco sapevo oltre la sua poesia.

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E dire che io ho conosciuto la sua poesia tardi, e molto poco conosco ancora. Galeotto fu l’editore, mi verrebbe da dire; e in effetti le cose andarono proprio così, poiché il mio incontro fu determinato dalla pubblicazione, nel novembre del 2011, della raccolta Le parole agre con L’arcolaio di Gianfranco Fabbri.
Sin dal titolo, come da più parti è stato indicato, era chiaro che la vita aveva presentato un conto salato alla poesia di Narda. Eppure lei non si era ritratta dalla sfida di raccontare i mali di questa società che ai suoi occhi, che essendo occhi di un poeta sono occhi dell’umanità, si schiantava sull’asfalto di strade percorse ad alte quanto inutili velocità, metafora di una frenesia del vivere che conduce all’annullamento di ogni cellula di umanità. Le parole agre è un libro fatto di condizioni difficilmente sopportabili (e tra i significati di “agro” ciò che è “difficile da sopportare” rientra a pieno diritto), come quelle presentate nella carrellata, nell’infilata, nella teoria, nel catalogo degno di un poema epico, di figure femminili, o meglio ancora di femminilità frammentata delle poesie raccolte in Frammenti di anatomia, la se­conda e ultima sezione del libro, che segue quella eponima alla raccolta. (altro…)

proSabato: Silvana La Spina, L’orto botanico

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proSabato: L’orto botanico di Silvana La Spina

LA MORTE DI RAYMOND ROUSSEL, nella stanza 224 dell’Hotel delle Palme, per la particolarità delle circostanze, è di quelle che esigono più d’una risposta. Qui, di seguito, ve ne proponiamo una delle possibili, non necessariamente la più immaginaria.

Quel mattino del 14 luglio 1933, l’uomo che varcò il cancello dell’Orto Botanico di Palermo con un’andatura discontinua rispondeva al nome, per molti versi augusto, di Raymond Roussel.
Dal lato opposto di viale Lincoln l’autista-factotum − e il termine è da intendersi nelle sue varie mansioni, anche le più torbide − lo osservò incedere con un’ostilità non priva di interesse: da tre giorni ormai il francese si faceva condurre nello stesso luogo, dopo aver inutilmente mimetizzato la direzione con un distratto girovagare per il centro storico.
Per quanto l’accordo con madame prevedesse il riferire d’ogni nota stridente, l’autista convenne fra sé che un francese bizzarro aveva tutti i motivi per rifugiarsi in un orto botanico. Diresse quindi la limousine verso la Kalsa in cerca di giovani muscolosi, con cui mercanteggiare senza compromessi.
Sapeva che il regime non era tenero con certe cose.
Roussel aveva intanto raggiunto il viale detto «della Crociera», dove cycas, dracene, yucca e aloe erano state disposte secondo la tassonomia classica di Linneo. Ne derivò l’impressione che, nonostante la razionale sistemazione, le piante si fossero accordate per ingannare l’occhio, ma che in realtà vivessero una loro vita, sotterranea e smaniosa. Persino il gigantesco esemplare di ficus magnoloides, con le sue radici scoperte, non faceva che rendere più minacciosa quella sensazione di intrigo.
Il confronto con la vita stessa della città, dove il controllo del regime fascista era solo apparente, gli venne naturale. Palermo era uno di quei luoghi dove poteva avvenire di tutto, e in ciò era anche la garanzia che avvenisse in modo imperturbabile, pensò Roussel, mentre si avviava al grande bacino con papiri e ninfee. In tal modo non s’accorse, forse volutamente, dell’uomo elegante, vestito di bianco, che s’era messo sulla sua traiettoria.
« Avete del fuoco? »
In silenzio Roussel cavò di tasca una scatola di cerini con lo stemma dell’albergo: tre palme avviluppate in baso dalla sigla dell’Hotel come da una lunga serpe scura.
L’uomo fece scudo alla fiamma con le mani curate anche se in giro non poteva esserci una bava di vento e il cielo sopra di loro sembrava scolorito dal caldo come un cielo africano. Aspirò quindi una lunga boccata dalla sigaretta egiziana e guardò in faccia lo scrittore.
« Siete da molto a Palermo, monsieur? »
Tre mesi. Non sapeva se fosse molto. Riteneva lo fosse?
«Niente affatto» disse l’uomo e sorrise. «In ogni caso l’Hotel delle Palme è il posto giusto.»
Giusto per cosa, avrebbe voluto chiedere Roussel, ma la salva di mortaretti nella vicina valle Giulia glielo impedì: una schiera di ragazzini vestiti da balilla sciamò schiamazzando; li guidava il maestro in orbace, con lo sguardo rassegnato del fascista controvoglia.
«È per la vostra squadra aerea, vero? Forse Balbo ha già raggiunto il Labrador» disse Roussel, che veniva da una nazione dove le feste sono feste nazionalistiche. (altro…)