Giorno: 31 gennaio 2017

Michela Zanarella, Le parole accanto

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Segnaliamo e sosteniamo questo nuovo progetto di Interno Poesia

Il progetto completo è visionabile seguendo questo link:
https://www.produzionidalbasso.com/project/le-parole-accanto

COMUNICATO STAMPA

AL VIA IL NUOVO PROGETTO DI CROWDFUNDING DI INTERNO POESIA

Al via da lunedì 23 gennaio il nuovo progetto di crowdfunding  di Interno Poesia per la prevendita della raccolta di poesie Le parole accanto di Michela Zanarella (prefazione di Dante Maffia). Scopo della campagna, organizzata in collaborazione con Produzioni dal Basso, la prima piattaforma italiana di crowdfunding, fondata nel 2005 (tra le prime in Europa), è coinvolgere e rendere protagonisti lettori e scrittori in un processo partecipativo che prevede la prenotazione di una o più copie del libro e l’ottenimento di altre ricompense, tra cui l’inserimento del proprio nome in una pagina del libro dedicata ai Lettori sostenitori del progetto.

C’è tempo fino a giovedì 23 febbraio per sostenere il progetto Le parole accanto, la nuova importante raccolta di Michela Zanarella, autrice padovana da anni residente a Roma, che, come afferma nella postfazione Antonino Caponnetto, con questo libro “si avventura, con le parole al suo fianco, in un viaggio vitale e necessario nelle dense e oscure profondità di sé e delle proprie origini”.

Il libro

Dalla prefazione di Dante Maffia: “Michela Zanarella è ormai scrittrice affermata e conosciuta, una che la poesia la scrive e la legge con attenzione e con passione e che sa coniugare la propria biografia con le accensioni che le vengono dagli altri, con atti di agnizione che sono la fermezza della sua lealtà innanzi tutto con se stessa e poi con il mondo.
Le parole accanto è un libro la cui scrittura è sapiente e pacata e riesce a cogliere sfumature essenziali capaci di illuminare aspetti reconditi della realtà e della psiche. Si avverte che l’esperienza personale, anche all’interno degli affetti più intimi, ha lasciato tracce indelebili che tornano a dettare ombre, eppure non troviamo il minimo di recriminazione, non troviamo anatemi. La poetessa ha assorbito tristezze e dolori e ne ha fatto parole di poesia con un semplicità che, come vado sostenendo da decenni, è il solo mezzo per riuscire ad ottenere della vera poesia, quella che rinnova la sostanza della realtà e perfino della verità”.

Vengo a respirare

Vengo a respirare
dai tuoi confini lontani
e ci trovo tutto l’amore che non ho mai capito
io che ti ho sentito madre troppo tardi
terra impastata nella nebbia
fatta di cielo mai limpido e in lotta con il tempo.
Poso lo sguardo dove si ferma anche il vento
nella semina che sa di grano ormai maturo
e chiudo nel cuore quel colore
che ha l’odore del pane e delle stanze di casa.
Ti sento radice che indossa le mie vene
meta che ho lasciato troppo presto
sperando di trovare altrove
il senso del mio canto.
E intanto
vado con la mente dove il fiume si sveglia
in quel silenzio che cammina tra i campi
fino a sera.
E resto tra le distanze a cercare quel poco sole
sempre incerto
che mi ricorda che un giorno farò ritorno
tra i fili d’erba e le strade di polvere
dove sono stata bambina.

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Anna Pavone, Primo teatro e personaggi di Pirandello

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Anna Pavone, Primo teatro e personaggi di Pirandello

Libri: Trame d’adulterio, Manni 2007
Pirandello in cerca di Personaggi, Cavallotto edizioni, 2014

 

Ci sono storie già raccontate, ci sono momenti vissuti da altri che risiedono sottopelle dal giorno in cui qualcuno li ha letti e non ricorda più cos’era prima, prima di averli incontrati.
Storie che hanno ancora l’urgenza di raccontarsi e di ritrovarsi, ma in modo diverso, assoluto, sciolto.
 Personaggi che si staccano dagli altri, dal contesto, dai dialoghi, e che portano ancora in mano il copione con la loro storia, soltanto la loro, come fosse la più importante, l’unica, da raccontare a un capocomico qualunque, attratti dalla sua figura di incantatore di fantasmi.

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LA DONNA UCCISA (avvicinandosi al capocomico, senza smettere di girare intorno, ridendo): S’è ferito a morte, dopo aver ferito me: qua, guarda. (Si rivolge al pubblico) Oh, guardate anche voi, tanto, ormai! Mi lasciò là, per tutta una mattinata, arrovesciata sul letto. Ah ah ah ah. Ma che imbecille! Credette di farmi male. E anch’io, sì, anch’io ebbi una gran paura che mi facesse male. Voleva prendermi. Gli sfuggivo. Gli ballavo attorno, girando, come una matta. M’avete veduta? Così. A un tratto, ah! un colpo, qua, freddo; caddi; mi sollevò da terra; m’arrovesciò sul letto; mi baciò, mi baciò; poi con la stessa arma si ferì su me; lo sentii scivolare pesante a terra; gemere, gemere ai miei piedi. E mi durò fino all’ultimo su la bocca il caldo del suo bacio. Ma forse era sangue.

CAPOCOMICO: Sì, ne ha ancora un filo sul mento…

LA DONNA UCCISA: Ah, ecco. Era sangue. Lo volevo dire. Perché nessun bacio mai m’ha bruciato. Arrovesciata sul letto, mentre il soffitto bianco della camera mi pareva s’abbassasse su me, e tutto mi s’oscurava, sperai, sperai che quell’ultimo bacio finalmente, oh Dio, mi avesse dato il calore che le mie viscere esasperate hanno sempre, e sempre invano, bramato; e che con quel caldo ora potessi rivivere, guarire. Era il mio sangue. Era questo bruciore inutile del mio sangue, invece.

CAPOCOMICO (al pubblico): La Donna Uccisa si fa strada dalle tenebre dell’atto unico All’uscita. 
Cerca una vita a misura di calore, una vita più intensa di quella che qualunque uomo potrebbe darle.

Si avvicina un bambino con un melograno in mano

LA DONNA UCCISA: Oh guardate, guardate! (Al capocomico) Guarda anche tu. Guarda chi viene di là, correndo leggero sui rosei piedini! Caro! E che regge, che regge tra le manine? Una melagrana? Oh, guardate, una melagrana. Vieni, vieni qua, caro! qua da me, vieni!

CAPOCOMICO (al pubblico): È un bambino morto che non ha fatto in tempo ad assaporare i chicchi del melograno, e ora tiene tra le mani il suo ultimo desiderio. Un desiderio che deve essere placato perché scompaia per sempre. Non c’è vita in quei chicchi di melograno, come non può essercene nel bruciare inutile delle viscere che non hanno generato. 
Il bambino, pago del suo ultimo desiderio, svanisce.

LA DONNA UCCISA: (scoppia a piangere) E io? Il mio desiderio? Ah!

Si avvicina una bambina con i genitori, che ha un fremito quando passa accanto all’Apparenza della Donna uccisa. La Donna si leva in piedi e le corre dietro.

CAPOCOMICO: Forse vagherà per sempre, correndo ancora come una pazza, per realizzare il desiderio che non riuscirà mai ad appagare, cercandolo negli uomini da viva; in una bambina viva, da morta.

Si avvicina Livia Arciani.

Come Livia Arciani, che ne La ragione degli altri, non vuole più il marito se non con la figlia che non le appartiene, la figlia della rivale.

LIVIA (frastornata): Perché non so come fare adesso…

CAPOCOMICO: Elena ti lascia il marito. E lui vuole tornare da te. Puoi riavere la quiete che conoscevi prima, senza pensieri, senza domande, senza passione. Perché lo respingi?

LIVIA: Ma perché non voglio lui, il marito, io! Io ho sofferto per lui, padre qua! Il padre, il padre voi dovete darmi, perché egli ora con me non può più ritornare se non così, padre! Vi sembra una follia questa? Non sono folle, no; e se pure fossi, chi m’avrebbe fatto impazzire? Vorreste fare come se tutto ciò che è accaduto non fosse accaduto? Voi mi volete ridare il marito, ora. Ma non potete più, perché egli non è più soltanto mio marito ora; è padre qua, lo capite? E questo, questo soltanto io voglio; perché possa dargli a mia volta tutto quello che ho, per la sua bambina: tutta me stessa alla sua bambina, per cui ho pianto e mi sono straziata.

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Marcelo Cohen, L’illusione monarca

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Foto di Martina Mantovan

Marcelo Cohen, L’illusione monarca, trad. di F. Lazzarato, Gran Via 2016, € 14,00

di Martina Mantovan

Marcelo Cohen con il suo romanzo L’illusione monarca pone il lettore di fronte a un esperimento sociologico in vitro: un carcere spalanca le sue celle su una spiaggia, uno sbocco sul mare e ciò che vi potrebbe essere oltre a esso. In un confronto costante con le potenzialità salvifiche e mortifere dei flutti, i detenuti sono costretti a oscillare tra il terrore e la speranza, protagonisti forzati di un laboratorio biopolitico.

Tra i detenuti spicca Sergio. Mente irrequieta e lucida, Sergio guida la narrazione con le sue costanti riflessioni. Egli è la mente che domina il corpo, colui che osserva stando ai margini dell’organizzazione sociale della spiaggia, con le sue lotte e i suoi equilibri precari. Sergio è protagonista nel carcere in quanto mente: all’interno di un dispositivo che mira ad assoggettare i corpi egli è la mente che disciplina il corpo attraverso la scansione rigosa delle azioni; è colui che sottrae il corpo al dispositivo sovrano per riscattarne il dominio. Sergio osserva il mare e soppesa l’orizzonte, calcolando le possibilità.

All’inizio il mare è come tutti i mari. La spiaggia, quel che la spiaggia racconta, è un’altra cosa.

A cento metri dalla costa, tre boe arancioni a forma di trottola suggeriscono un messaggio che a volte scompare, quando le onde le nascondono, e riappare ritmicamente nelle creste, sempre trasformato. Può darsi che le boe significhino qualcosa.

Hanno la dolce costanza dell’ammiccare di un idiota.

In uno scenario statico e definito, compreso e compresso tra due mura e una distesa d’acqua, accade l’azione: Marcelo Cohen non smette mai di rendere ben visibile e onnipresente la violenza del dispositivo carcerario. È l’ideologia della condanna, dell’ineluttabilità della condanna a farsi protagonista silente e strisciante nelle menti dei protagonisti di questa grande e inquietante farsa. Diviene sempre più esplicita l’introiezione del sistema di controllo punitivo: il carcere diviene l’unico territorio in cui il detenuto sente di poter vivere, il solo luogo in cui è in grado di gestire la paura. Davanti a lui vi è l’acqua: utopia e dubbio che ondeggiano sull’abisso della sconfitta. Lo scandirsi delle ore della detenzione è un continuum temporale su cui non cala mai il sipario: il carcere è una scenografia del mondo inflazionario, di un mondo che gestisce e governa i corpi con lo stoccaggio, merce eccedente e caotica.

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