Giorno: 9 gennaio 2017

Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia

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Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia, a cura di Giuseppe Dell’Agata, Voland 2013, € 15,00; ebook € 3,49

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di Martino Baldi

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Per il 2017 mi auguro e auguro a tutti di leggere, trovare tanti libri come questo, che per me è stato il migliore letto nel 2016, anche se la pubblicazione di questo romanzo risale al 2013. Ormai molto è stato detto e scritto su Fisica della malinconia, che è stato anche nella cinquina dei finalisti del Premio Strega Europeo, ma penso valga la pena di intrattenersi ancora su questa opera sorprendente che fa comparire improvvisamente la letteratura bulgara al centro del palcoscenico del romanzo europeo. Onori dovuti, quindi, all’editore Voland, che è stato artefice della prima traduzione mondiale di quest’opera (per mano di Giuseppe Dell’Agata), nell’ambito di un costante e prezioso lavoro di carotaggio della letteratura slava, a cui dedica la collana Sírin.

Impossibile riassumere la trama. Il libro nasce come una sorta di inno di un io plurale (“Io siamo”) e racconta inizialmente la patologia straordinaria di un bambino che soffre di empatia patologica; è cioè capace di immedesimarsi negli altri esseri viventi (non soltanto umani) e di fare propri i loro ricordi e pensieri. Attraverso la sovrapposizione tra un suo ricordo d’infanzia e la narrazione mitica, la storia si interseca subito con quella del Minotauro, riletta però in una chiave tragicamente umana, come mito non della mostruosità e della ferocia ma dell’abbandono: chi è in fondo il Minotauro – ci dice Gospodinov – se non un bambino a cui viene addossata una colpa (quella dell’accoppiamento tra Pasifae e il toro) non sua, e per questa viene perseguitato e infine ucciso? Una creatura orrenda, sì, ma, a leggere il mito in chiave umana, pur sempre e soltanto semplicemente un bambino abbandonato. E chi di noi non custodisce nel cuore quel trauma, quella paura di cui il mito così rivisitato ci parla? Parte da qui un cammino di ricordi plurali, recuperi della memoria individuale e collettiva, nel tentativo di ricostruire scientificamente l’essenza della malinconia; una malinconia che più che stato d’animo, e oltre che condizione esistenziale, è qui anche una condizione storica ben precisa, il qui e ora di un mondo che ha perso e continua a perdere pezzi come una pianta le foglie. Da qui, forse, anche la tensione a quella disperata azione di recupero del tutto che di fatto incarna l’intenzione enciclopedica che permea da un certo punto in poi la narrazione; l’enciclopedia come ultima speranza di memoria di un’epoca senza memoria, affinché nulla vada perso. E facilmente emerge in superficie un collegamento analogico con quella zattera carica di libri nell’opera di Anselm Kiefer Il grande carico, davanti a cui ho il piacere di lavorare ogni giorno (è esposta nella Biblioteca San Giorgio di Pistoia).

Kiefer, Il Grande carico

Kiefer, Il Grande carico

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Corpo a corpo #10: Vita fedele alla vita – Mario Luzi

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La città di domenica
sul tardi
quando c’è pace
ma una radio geme
tra le sue moli cieche
dalle sue viscere intenerite

e a chi va nel crepaccio di una via
tagliata netta tra le banche arriva
dolce fino allo spasimo l’umano
appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,

tregua, sì, eppure
uno, la fronte sull’asfalto, muore
tra poca gente stranita
che indugia e si fa attorno all’infortunio,

e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
tu ed io, mia compagna di poche ore,
in questa sfera impazzita
sotto la spada a doppio filo
del giudizio o della remissione,

vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso il suo principio…

sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.

La poesia Vita fedele alla vita, pubblicata nella raccolta Su fondamenti invisibili, mostra nella prima strofa una situazione di apparente tranquillità, di pace dichiarata di tardo pomeriggio domenicale. I versi brevi, ternari, quinari, rendono il dettato sospeso e fermo e restituiscono metricamente la dimensione di sospensione con cui si apre la poesia, sospensione tipica della domenica pomeriggio, in cui tutti gli affari – le banche, davanti alle quali il protagonista passa – e le relazioni quotidiane si fermano. Il ‘darsi da fare’ degli uomini si ritrae nell’apparente pace del giorno di festa. Pace che subito, già nella prima strofa, attraverso un avversativo, subisce una prima incrinatura dai rumori di fondo che squarciano il velo di apparente tranquillità. I rumori per contrasto svelano un’assenza e un vuoto che incombe sulla routinaria quotidianità dei giorni feriali. Nella domenica sera, nel suo silenzio costitutivo, nel vuoto delle sue strade deserte, sembra che la vita sia riconsegnata alla sua fondante gratuità, la città è ferma e inerte, indifferente e cieca, gravida di un’attesa senza oggetto. Questo stato di sospensione, di tregua, ma anche di noia mortale che caratterizza il giorno di Dio, permette all’io lirico di scorgere la vita e l’umano nella sua dimensione originaria, nel suo spasimo, che la domenica rende dolce, di dolore e morte, in cui l’uomo, nei pochi passanti che si fermano intorno a un corpo sull’asfalto, si fa testimone dì se stesso e coglie, nel suo esser finito, un enigma irrisolvibile che lo fa indugiare, lo turba, lo stranisce e che l’uomo nella sua quotidianità cerca di scansare e di rimuovere. Perché proprio la morte – posta come evento al centro del componimento, la testa sull’asfalto di qualcuno che giace riverso – ci riconsegna al nostro esser finito, al nostro domandare, il mi chiedo del terz’ultimo verso, ma anche al nostro esser continuamente chiamati in causa nella sfera impazzita che il mondo del divenire è nell’ordine celeste. In questa prospettiva l’eppure della terza strofa riprende e amplifica il ma della prima, mostrando che l’essenza del vivere è il senso del dolore e della morte ed è da questi due margini dell’esistenza che si può cogliere il senso della vita.

Ed è nella festa che la domenica è, che emerge l’essenza dell’umano dalle chiaviche appiattate, si manifesta l’esser uomo dell’uomo al di là dell’apparenza quotidiana. Il suo essere nella ferita del dolore in maniera consapevole e irrisolta, in cui anche il correlativo oggettivo della seconda strofa, il crepaccio che si apre nei palazzi, ne mostra l’ineludibile tragicità. L’essenza umana è quello spacco aperto sotto il cielo che la tregua momentanea di un pomeriggio domenicale mostra. Non è un caso che il giorno sia la domenica, il giorno in cui i mortali e gli dei, nella nostra cultura, si incontrano, in cui l’uomo chiede ai divini chi è, in cui la comunità si raccoglie nella propria essenza. La differenza ora è che quest’essenza per noi contemporanei si mostra sempre di più come uno svanimento, un vuoto, la noia è la quintessenza della domenica pomeriggio.

La vita – secondo anche il senso cristiano a cui Luzi aderisce, ma direi in generale conformemente al senso complessivo che anche la cultura moderna ha dato al divenire del e nel tempo, viene interpretata, in questi versi, con un andare verso un fine, uno scopo, soltanto che questo scopo si mostra incerto per quel che riguarda il destino individuale, o forse anche per quel che riguarda l’umanità tutta. L’idea che la vita si diriga verso un qualcosa, implica che ci sia un senso ultimo dell’esistenza e che in base a questo senso noi verremo giudicati, l’esistenza è un essere chiamati in causa una volta e per sempre.

La doppia tensione tra scopo e incertezza del suo compimento fa sì che la poesia sia attraversata – come mostrano in maniera esplicita i versi ipermetri che assumono un tono prevalentemente sapienziale, quasi a fare da contraltare a quelli più brevi di carattere denotativo – da una serie di coppie che aprono possibilità alternative sotto forma di aut aut sempre più radicali e indecidibili, che formano un vero e proprio climax all’interno dei versi: io e tu del protagonista lirico e della compagna di poche ore; il caso o il destino che li ha fatti incontrare; la spada a doppio filo del giudizio e della remissione. Tutte queste possibilità, queste opposizioni, queste contraddizioni irrisolte implodono in un’unica evidenza senza più rimandi che è la nostra vita e questo è confermato anche dalla collocazione isolata dell’ultimo verso, introdotto da un avversativo che poi viene duplicato e rafforzato a metà del verso, facente strofa a sé. L’ultimo verso, infatti, mostra l’inconciliabilità delle opposte possibilità, esse non vengono o possono essere risolte ma solo esperite, vissute in un continuo oscillare della vita stessa. Infatti la vita è solo vita, che cerca di bastare a se stessa in una monolitica tautologia e, al tempo stesso, non è solo vita in quanto rimanda sempre ad altro, si sporge sempre in un oltre enigmatico e irraggiungibile.

Sempre sotto la spada del giudizio, la vita dell’uomo è un radicale esser chiamato in causa. Una spada a doppio filo, uno del giudizio, l’altro della remissione, del perdono, è questa doppia terribile possibilità, del discendere o del salire a sbalzi verso il suo principio, del perdersi e del rinascere, che rende la vita quel che è, se stessa, fedele a se stessa, la rende quell’apertura di senso e possibilità che l’esistenza umana è e che la distingue dal darsi opaco degli altri enti. Vi è la possibilità di un’altezza e di un abisso nella vita di ogni uomo, e queste due possibilità sono i fondamenti invisibili di cui parla il titolo della raccolta, sebbene la vita non sia nient’altro che vita. Il fondo della vita è questa sua dimensione irrelata e tautologica, essere se stessa e non altro, ma proprio il non essere altro apre al dover alludere necessariamente a qualcos’altro, è dalla struttura tautologica della vita che nasce la dimensione allegorica dell’esistere umano, il tener insieme questa dimensione contraddittoria della vita, essere necessariamente se stessa e proprio per questo alludere a qualcosa d’altro, apre alla dimensione simbolica. La parola poetica è la dimensione in cui si manifesta la struttura ontologica dell’esistenza – tautologia, allegoria e simbolo – dire la vita in quanto vita alludendo a qualcosa d’altro, tenendo insieme opposti inconciliabili, mostrandone la bellezza e la drammatica irriducibilità, questa è la fedeltà del poetare verso la vita e della  vita verso se stessa.

Francesco Filia