Giorno: 20 dicembre 2016

Asciutta come legno: la poesia di Paolo Pistoletti

pistoletti_legniAsciutta come legno: la poesia di Paolo Pistoletti
di Luca Benassi

Paolo Pistoletti è un poeta umbro che vive a Umbertide dove svolge la professione di bibliotecario e cura una serie di incontri dedicati alla narrativa e alla poesia. La sua biografia finisce qui, non c’è altro, a parte qualche premio o segnalazione. Sorprende, allora, trovarsi fra le mani Legni, pubblicato per i tipi di Giuliano Ladolfi Editore nel 2015, che offre una poesia raffinata, sbocciata fra l’inquietudine dello spirito e una posata maturità umana e familiare, e che rivela un poeta vero, con voce sicura e una lingua pulita. Ha ragione Marco Beck quando parla, nella nota di prefazione, di un «dettato poetico mantenuto nel solco di un’essenzialità non tanto scabra (secondo l’ormai usurata formula montaliana), quanto sobria.» L’essenzialità sobria di Pistoletti, che spesso è adesione alla pacatezza quieta di un ‘sermo cotidianus’ (è sempre Beck a notarlo), è declinata sul doppio versante della natura fondante della riflessione – le relazioni, familiari, il rapporto con il padre e l’origine degli affetti, la paternità, la fede, la casa – e di una lingua ripulita ed esaltata verso una memorabilità che correttamente fa richiamare al prefatore la Scrittura, e che rimanda agli studi teologici e alle riflessioni sugli sviluppi delle correnti spirituali contemporanee di questo poeta. Si veda uno degli oggetti simbolo di questa poesia, il legno che dà il titolo alla raccolta. Il materiale vegetale si ritrova in diversi testi, ma chiarisce il suo ruolo allegorico nella poesia Legno di casa:

Conoscere il legno di casa
gli spacchi le età i cerchi
la traccia della resina.
Chiedersi come mai si muove
senza avere vita,
se la linfa veramente manca
dentro tutta questa povertà
che ti guarda
che ti fa ombra
quando il fuoco avvampa
sulle mura o sul tetto
al fumo della cappa
alla fuliggine delle stelle.

Qui la povertà essenziale del legno, che dentro casa si fa madia, sedia, tavolo, è il segno di un’esistenza vissuta nel sentimento del quotidiano. I gesti, le ripetizioni, l’ambiente domestico conservano quel grumo scintillante di vitalità, così come il legno mantiene la sua origine vegetale negli scricchiolii misteriosi delle assi al cambio delle stagioni. Questo oggetto-vita, o meglio questa relazione dell’oggetto con la sua origine di organismo vivente, è anche la misura di un’umanità che in una semplicità quasi francescana trova un arrivo di matura bellezza. L’essenza di questa poesia è un processo a levare, un maturare per sottrazione verso la semplicità icastica come di un mobilio scarno di legno di un casolare di campagna, che resiste al tempo, libero da fronzoli e decorative stupidità: «quanti pensieri sul tetto di fronte/ si lavano pronti per la pioggia,/ e quanti vanno via/ nelle grondaie dentro le vene/ nei prati e negli occhi di chi ho conosciuto./ E quanto/ tutto questo asciugarsi dei legni/ ci somiglia.» (altro…)

Nicolas Cunial, La stanza mai bianca. Inedito

L'ospedale di San Servolo. Foto tratta dall'Archivio di Stato di Venezia

L’ospedale di San Servolo. Foto tratta dall’Archivio di Stato di Venezia

La stanza mai bianca di © Nicolas Cunial

Forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro / poi pulisco lo giuro.

Si vive in un tempo protocollato
tra le visite in calendario e l’orario
del deperimento / del farmaco fiato.
Si vive di schemi e gioco di ruoli
di costanti silenzi scontati
per mostrarcisi male / malati.
Ma c’è un momento in cui mi do conto
che sono felice: è quando disegno
i miei occhi più grandi del mondo
perché lo contengo nel nero del bulbo
il bianco contorno è l’universo
in cui nuoto di notte se mi addormento
se il giorno l’ho perso a muovere scacchi
con chi fa la cronaca dei gesti più semplici
– guarda, lei ha preso una penna
guarda, lui sta toccando la tenda –
e se resta in silenzio mi fissa gli spacchi
e allora ritraggo anche i suoi occhi
altri pianeti ma un po’ più vuoti.
Dipingo soltanto il circo che vedo
io bestia lasciata alla sete di gioco
costretta incastrata dove non si respira
in questa camicia che non si stira.

Forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro / poi pulisco lo giuro.

Si vive di sedute e dosaggi
di diritti pestati e ora detriti
di pasti scaldati e assaggi gentili
per evitarci il più dei conati.
Si vive di docce in divisa
divisi dall’altro
l’amore è bandito ma se si fa buio
se le luci si spengono
arrivano mani a intrufolarsi nel letto
e può succedere che non siano mie
ma di chi ha più voglia
e non sa cosa tocca ma sa ricucire
senza parlare / senza manie.
Così la mattina con le dita pastello
ritraggo lettini vibranti / il cigolio
il vulcano che esplode in piacere
il suono e la voce che non dice addio
non dice: ciao sono io, è stato stupendo
è solo un rancio di sesso randagio
la regola è che va bene fin quando
i grembi non crescano, non ci sia parto.

Forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro / poi pulisco lo giuro. (altro…)