Giorno: 17 dicembre 2016

proSabato: Fabio Geda, La bellezza nonostante

geda-la-bellezza-nonostante-transeuropa

Una mattina di settembre sono entrato per la prima volta dentro quella che credevo sarebbe stata la mia sede di lavoro per alcuni anni a venire, forse per sempre: Scuola elementare Gramsci, c’era scritto fuori. Quando mi hanno visto entrare, spalancare la porta che dava sul cortile, dire buongiorno e salve e che piacere, camminare in direzione della segreteria didattica a larghe falcate per fare subito una buona impressione, ecco, m’hanno accolto tutti con un gran sorriso.
Forse persino troppo.
Avevano tutti questo sorriso plastico, esagerato, che s’andava allargando sui visi oltre la capacità muscolare, oltre le guance, su, a sfiorare le orecchie e le tempie. Ho pensato che – per tutte le lavagne d’ardesia – un’accoglienza come questa non potevo certo immaginarla. La scuola, ho pensato, dev’essere davvero un luogo appagato e appagante se l’ultimo arrivato è accolto così, in questo modo. E ho continuato a stringere mani, e a strizzare l’occhio, ho ricevuto pacche sulle spalle per tutto il corridoio: un astronauta in partenza per il cosmo.
Ma qualcosa non andava: era davvero troppo.
Infatti, d’un tratto, la direttrice, una donna bassa più simile a un satellite geostazionario che… insomma, mi ha raggiunto e ha cominciato a ruotarmi attorno, in silenzio, finché ha detto:

(voce fuori scena) Ah, ma lei è un maschio!
Sì, perché?
(voce fuori scena) Lei sarebbe perfetto, lo sa.
Perfetto per cosa?
(voce fuori scena) Per la Montagnola.
La Montagnola?
(voce fuori scena) Non sa cos’è la Montagnola? (Ride)
No. Cos’è la Montagnola?
(voce fuori scena) La Montagnola è…
è…?
(voce fuori scena) La Montagnola è… qua a fianco. Giusto dall’altra parte della strada.
Mi scusi, ma non capisco.
(voce fuori scena) è il carcere minorile.
Sta scherzando?
(voce fuori scena) No. Affatto.

Ora, non so che idea abbiate voi del carcere, non so se ci siete mai entrati, in un carcere, ma io, fino a quel momento, ero sempre stato convinto che – come dire? – ecco, io qui e il carcere lì: non so se ci siamo capiti; così come: io qui e gli ospedali lì, che anche gli ospedali sono un posto che non mi fa sentire per nulla a mio agio; o: io qui e i cimiteri lì. Carcere era soffocamento, carcere era coercizione, carcere era sopraffazione. Quindi, stavo per dire alla direttrice, davanti a tutti, che grazie, ma io in carcere proprio no. Io, in carcere? Io che per tutta la vita avevo fatto della libertà, anche di una certa anarchia carsica diciamo, la mia bandiera? Che c’entravo io con sbarre e manette? Volevo insegnare lingua e quant’altro ai bambini dai sei agli undici anni. Questo ero stato chiamato a fare. Per questo avevo vinto il concorso – avevamo vinto il concorso, io e la mia fidanzata. Quindi, stavo per rifiutare con gentilezza, stavo per dire:

Vi ringrazio davvero molto per la magnifica occasione, sono onorato, ma temo… insomma, io amo le persone che fanno bene il proprio lavoro eccetera, il fornaio, il maniscalco, e io non sarei in grado… o almeno credo.. (altro…)