Giorno: 16 dicembre 2016

Le nostre camere separate. Per Tondelli

tondelli

A venticinque anni dalla morte di Tondelli, le sue “camere separate” continuano a parlarci. Un grazie, vero, profondo, s’incide nella memoria, rileggendolo adesso a distanza di tempo. Camere separate uscì nel 1989: straziante e meraviglioso romanzo. Tondelli, che sarebbe morto di lì a due anni, ci accompagna per mano attraverso la vicenda di Leo e Thomas dentro l’anelito della felicità. Quello che tutti sentiamo: la felicità che sembra di riuscire a toccare, di avere a un passo, e poi scompare. Con entusiasmo e disperazione, è così, si va e si viene dal silenzio. Lì ci sono, in un abbraccio, amore e morte, felicità e distacco.

Dal Terzo movimento:

«Niente è più banale che dire: la vita continua. Ma lui ora sente proprio questo, perché conosce, nel mondo, delle persone che continuano».

«Allora, forse, tutta la sua vita, il suo essere separato, non è altro, come aveva compreso perfettamente Thomas, che una elaborata messa in scena della propria, inestinguibile, volontà di svanimento; la spettacolarizzazione pubblica di un complesso di colpa, di un’angoscia che lui ha sentito forse fin dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi al mondo, e cioè che non sarebbe mai stato felice».

Ma è nel Secondo movimento che si trova il passaggio decisivo. Ci dice che la vita ci vuole, ci esige proprio, fuori dalla letteratura:

«Avrebbe preferito fare l’amore, divertirsi, espandersi in circuiti emotivi e alleanze politiche e invece si trovava a lavorare, nella contrazione e nella compressione, al mistero della propria solitudine ignaro che, così facendo, si avvicinava alla vena più solida di quella realtà separata che definiamo arte».

Grazie, Pier Vittorio Tondelli.

Cristiano Poletti

 

 

#PietraLavica di Francesco Iannone

iannone-pietra-lavica

Francesco Iannone, Pietra lavica, Nino Aragno Editore, 2016, € 10,00

Resto indifferente a certe letture arzigogolate che di un libro riescono a dire niente nel tentativo di dissimulare il fatto di non avere compreso molto di ciò che si è letto. Ed è un bene, perché questo tipo di letture guastano irrimediabilmente il piacere della scoperta. Ma la poesia è poesia sempre e comunque, anche quando è espressione di un sentire distante dal mio, endemicamente distante.
Non resto perciò indifferente alla ‘parola’, la mia unica fede, e siccome non c’è credo che non si fondi sulla parola, perché gli è strettamente necessaria per giustificare la propria esistenza, ecco che alla fine l’unica divinità è la necessità dell’uomo di manifestare sé stesso attraverso ciò che di più potente ha, ossia la parola. Ed ecco allora che io ‘credo’ alla poesia di Francesco Iannone per le stesse ragioni per le quali ho creduto e credo ancora alla poesia-parola di Mario Luzi.
Non chiamo subito in causa Luzi – più di Bigongiari disturbato da altri – solo per riempire l’attacco farneticante di questa breve nota; richiamo Luzi perché la sua poesia è talmente presente tra le trame dei versi di Iannone da farmi pensare (e forse mi traggo in inganno da solo) che la lezione del fiorentino sia stata la strada necessaria per trovare il proprio ‘dire’, uno «stare/ nel gesto paziente/ della maturazione», un rispondere umilmente a una domanda venuta da lontano, un ‘dire ubbidiente’, rendendo così immediata definizione la breve poesia che apre Pietra lavica, l’ultima raccolta di Francesco Iannone. (altro…)