Giorno: 14 dicembre 2016

Mirko Bay, All on Board

berlino foto gm

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Mirko Bay, All on Board

L’ho saputo soltanto alla fine, io. È sempre così. Anche se le cose le sai all’inizio, significa che l’inizio è comunque la fine. Si chiama Terapia-Dialettico-Comportamentale. E allora tutti in carrozza: All on Board, vai Ozzy! In realtà è un insieme di cazzate su come accettare il fatto di star male, su come avere pensieri positivi, capisci? Vogliono che mi passi. Io non voglio che passi. È l’unica cosa che mi dà l’illusione di avere una scusa. Mi ci sto ustionando il cervello come se stessi sbattendo la testa su una pozza di bitume incandescente. Dovrei, ma non ho iniziato. Non mi va. Lo ricordi Edmond? Beh, ora mi dici cosa gli avete fatto, o ti rompo il culo. Piove, oggi ha piovuto. Oggi piove come non pioveva da tempo. Come piovono i pensieri. Sento le emozioni che mi cadono dal niente. Rintocchi: Goccia-Dopo-Goccia. E piove freddo, pensieri freddi. Ho paura. Ho paura del freddo che mi trapassa la maglietta e la pelle e filtra nelle ossa e trasuda fuori quando sento che è reale, è così: non voglio stare con gli altri. Ho paura di diventare come loro. E stasera non ho nemmeno le birre. Non. Voglio. Essere. Triste. Non voglio fare sciocchezze. Oggi sto meglio, non so perché. Codardo. Nemmanco il coraggio di dire la verità, c’hai.

Colposecco. Fratturascomposta. Bugie schiaffi sensazioni freddo. Colpo allo stomaco. Calci. Pugni. Respiro. Sangue. Loop. Il mio silenzio.

Edmond è lì, in quel silenzio. All’inizio di queste stronzate. Che non mi riesce a finire un discorso. Che finirò io per lui… Che, quando finirò, spero di sentirmi meglio. Che fa male la schiena le mani il cervello il culo i polpacci e sei un bugiardo. Avevi detto che era uno scherzo. Chi sa se capirai un giorno per davvero cosa hai fatto. Applausi. Bravo. Cazzo c’hai nel cervello? Giorgio, cosa hai fatto a Edmond! Piove. Ah, no no, ha smesso da poco. Ma non cambia più nulla, oramai. Ieri stavo malissimo. Poi benissimo. Sento questi impulsi autodistruttivi e…

Però c’è un ronzio, di una mosca o di una zanzara o di un’ape? O di un treno lontano o delle lampade? Sento il ronzio… Sshhh… Sshhh, piano. Fai piano su quei tasti… Lo senti? È il ronzio del sangue che scorre. E ora ascolta quei tonfi inferociti… Li senti? Quello è il battito del mio merdoso cuore. Sono i rintocchi.

Mi sono arrotolato una sigaretta di Golden Virginia. Mi piace. Mi ricorda il fuori. Ma ricordare è anche fissare il suo corpo a terra. Piantarci lo sguardo e sorvolare col pensiero la sua pelle carbonizzata. Accendo la sigaretta con l’accendino che ho preso dalla tasca di Edmond; quello che gli avevo regalato un mese fa. Lo nascondo dietro il battiscopa. La sera lo sfilo da lì e lo guardo e lo rigiro fra le dita finché non ci nascono i pensieri. Per cavarci fuori qualcosa. Capisci? Mi sono tagliato. Ieri. Era un taglio con dentro tutto un nido. Il nido di quel che volevo. Tu. E ho premuto la lama e ho rovistato dentro per capire, per capire se sentivo dolore. Per vedere se ti ci trovavo. Tu. Prenderti a calci. Vibrazione allo stomaco. La ventola del pc arranca, che è tardi, che devo pestarci piano su ‘sti tasti dimmèrda. Che vogliono che io parli. Che mi sono rotto il cazzo, vorrei martellarli spaccarli frantumarli fracassare la tastiera… Mi hanno concesso un pc. Dice che: o mi apro, o succede un casino.

Frantumare… Fisso il monitor.

Ci sei tu, Ed, con me adesso. La testa inclinata a destra, con la mia, gli occhi stanchi e lo sguardo che scivola come una foglia in un torrente, verso il mare… Un mare di pensieri. Pensieri fatti di fili d’erba tagliati, di fiori recisi tra i sassi. Che sei tu. Mi prendo la faccia tra le mani… sospiro… sono triste… Diglielo. Digli tutto. Dài. Che poi ti senti in colpa. Dài, diglielo. Coglione. Sei un coglione assassino dimmèrda!

Non capisco.

Non lo capisci cosa hai fatto! Sai cos’è il dubbio? Le cose che si devono scegliere son quelle che esistono, perché non l’hai ammazzate prima.

Mani in faccia. Sospiro.

Coglione… Gli occhi sui tasti. La luce del monitor. La luce negli occhi. Non hai nemmeno mai capito cosa sia l’amicizia. Mani tra i capelli, dita sulla tastiera, sospiro. L’ho saputo soltanto alla fine, io. Ma come al solito, le cose che ti cambiano la vita le sai alla fine. È sempre così. Anche se le sai all’inizio. Beh, significa che quell’inizio è comunque l’inizio della fine. Mi vien da vomitare. Mi sono rollato un’altra sigaretta: l’ho fumata alla finestra poco fa: è la decima e ora mi viene da vomitare. E non so più se è per colpa del tabacco o di questa faccenda. Mi stavo mettendo a letto credendo di poter dormire. E invece. Tu non meriti i miei sputi. Sappilo! Edmond era l’amico che non avevo mai avuto dal mio trasferimento, era come… non lo so. Come un fratello. Come un padre. Come mio nonno. Lo guardavo negli occhi e mi sentivo bene. La bocca dello stomaco ora mi vibra. Dentro. È una cosa che odio. E la colpa è tua. Sento come una nota musicale, ma brutta. Hai creato una dissonanza, quel tipo di vibrazione che odio, e io ti odio.

 Mi han fatto una tisana: quelle della clinica.

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Una frase lunga un libro #84: Giovanni Raboni, Barlumi di storia

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Una frase lunga un libro #84: Giovanni Raboni, Barlumi di storia, Mondadori 2002 (ora in Tutte le poesie, Einaudi, 2014)

*

E per tutto il resto, per quello
che in tutto questo tempo
ho sprecato o frainteso

Ho spesso raccontato, e ne ho anche scritto qualche volta, di come le poesie di Raboni siano state uno dei modi, se non addirittura il modo per imparare Milano. Giravo la città a piedi o in tram, con i libri di poesia appresso, e andavo a toccare con mano i luoghi raccontati da Raboni, ma anche da Sereni o da Pagliarani, e un paio d’anni dopo, in modo meno diretto, da De Angelis. Mi occorrevano le poesie per conoscere il luogo che stava diventando casa mia, per entrare nei cortili, per capire l’odore dei Navigli, per passare le mani sopra i muri. Di Raboni avevo il Garzanti, da cui potevo leggere Le case della Vetra o Il più freddo anno di grazia o Ogni terzo pensiero. In quegli anni, la seconda metà degli anni novanta, nacque il mio amore per la poesia di Giovanni Raboni e per Milano, amore che andò a consolidarsi quando nel 2002 uscì Barlumi di storia; libro che considero il capolavoro del poeta milanese, il compimento della sua opera. Libro che è tra quelli che più amo e a cui ritorno più spesso. Era il libro in cui Raboni ci guardava dall’alto come con la città in un’altra sua bellissima poesia, e da quell’alto, da quella distanza, finalmente – per lui – quella giusta, poteva dirci tutto, tutto con poco. Tutto e tutto insieme. Il passato,  «Le luci di Milano poca cosa», il presente e il futuro, anche quello che sarebbe venuto senza di lui.

Si farà una gran fatica, qualcuno
direbbe che si muore – ma a quel punto
ogni cosa che poteva succedere
sarà successa e noi
davanti agli occhi non avremo
che la calma distesa del passato
da ripassare senza fretta
fermando ogni tanto l’immagine
tornando un po’ indietro, ogni tanto,
per capire meglio qualcosa,
per assaporare un volto, un vestito…
Sì, tutto in bianco e nero, se Dio vuole.
E tutto, anche le foglie che crescono,
anche i figli che nascono,
tutto, finalmente, senza futuro.

Questa poesia, posta quasi alla fine del libro, è una delle mie poesie preferite di sempre ed è importante perché è come se racchiudesse in sé tutto il pensiero e il sentire di Raboni. Tutto il peso e la fatica fatta per arrivare fino a quel punto (Raboni morirà due anni dopo l’uscita di questo libro), tutta la conoscenza e la passione, tutto l’amore e i sensi di colpa, forse messi a tacere. Un’incredibile quiete, una grande profondità. E poi tutto il talento poetico, la capacità di raccontarsi mentre si racconta il tempo vissuto, la voglia ancora di capire, di non dimenticare, di poter andare.

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