Giorno: 9 dicembre 2016

Francesco Mistrulli, Caszély

 

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Sono stato un calciatore e questo mi ha dato dei privilegi è vero, non lo nego. Ma essere stato un calciatore mi ha dato anche delle grandi responsabilità. Ad ogni modo prima di ogni cosa sono un essere umano. E un essere umano non può stare fermo a guardare gli altri soffrire. Come la maggior parte dei calciatori del mio tempo, non avevo certo nobili natali, anzi. Mio papà era di origini ungheresi, faceva Caszély di cognome, ed io sono l’ultimo dei tre fratelli Caszély, Carlos. Il nome lo ha scelto mia madre Olga. Vivevamo in un quartiere popolare. E dove mai potevamo vivere? A San Eugenio a Santiago del Cile. In quel barrio c’era la scuola. Ci andavo perché non volevo essere ignorante, perché l’ignoranza è l’arma più forte di tutti i potenti, e perché faceva piacere ai miei. Subito dopo la scuola però scappavo perché c’erano le partite improvvisate con gli amici. Mi è sempre piaciuto avere come obiettivo quello di finalizzare gli sforzi dei compagni, mi è sempre piaciuto fare goal. Questo particolare talento mi scorreva nelle vene. Non so come spiegarlo altrimenti. Non ero né alto né magro, ma ero rapidissimo come pochi, di gambe e di testa. Evidentemente qualcuno al Colo-Colo deve essersene accorto, perché mi vollero con loro, e con “El Popular” ho vinto tanto nella mia carriera. Hanno iniziato a chiamarmi “El Rey del Metro Cuadrado”. Se la palla arrivava in area, nel mio metro quadrato, non c’era scampo. Ho sempre coniugato gli studi e la passione per il calcio, le cose d’altronde non si escludevano. Bastava solo un poco di buona volontà. E a me di certo non mancava. Al liceo poi mi sono accorto che oltre al calcio c’era qualcos’altro che iniziava ad intrigarmi. Iniziavo a sentire sotto la pelle l’amore per la politica, quella vera! E così ho iniziato la militanza attiva nei gruppi della sinistra cilena.

Arriviamo così al millenovecentosettantatre, anno che vede il Cile impegnato nelle elezioni parlamentari, elezioni che sanciranno la vittoria democratica di Salvador Allende e di Unidad Popular. Io, nel mio piccolo, a quella vittoria elettorale ho contribuito visto che durante la campagna elettorale sono stato molto attivo. In quei giorni non mi bastavano ventiquattro ore: studiavo, mi allenavo, giocavo e facevo politica. Con il Presidente Allende ho avuto una meravigliosa amicizia, schietta e sincera, come dovrebbe essere un amicizia tra due esseri umani. Durante la finale di Copa Libertadores contro l’Independiente il Presidente ci ricevette tutti al consolato cileno di Buenos Aires e mi chiese di farsi scattare una fotografia. Abbracciato a me, Carlos Caszély, cileno figlio di padre ungherese. Lo capite? Capite la forza dirompente di quel gesto di schietta amicizia? Il Presidente della speranza e l’attaccante del popolo, lui che doveva risollevare un paese e io che dovevo fare goal per un paese. Due obiettivi diversi per un’unica causa. Io poi per “La Roja” di reti ne ho segnate ben ventinove. Purtroppo quella Libertadores rimase in Argentina, ma non fu facile per loro, li portammo alla terza partita sul campo neutro di Montevideo, e perdemmo degnamente dopo i tempi supplementari. E purtroppo il Presidente Allende, il Presidente dell’esperimento socialista, l’undici settembre di quel maledetto stramaledettissimo millenovecentosettantatre venne assassinato durante il golpe di Augusto Pinochet. Il Generale Augusto Pinochet. Tutto pagato e orchestrato dagli Americani e dalla loro stramaledetta paura che i comunisti mangiassero i bambini.

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Massimo Gezzi, Uno di nessuno (di D. Sinfonico)

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Massimo Gezzi, Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta, Casagrande, Bellinzona, 2016, pp. 61; € 16,00

Sempre e solo con l’ingiustizia di Damiano Sinfonico

 

Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta è un curioso e inatteso libro di versi di Massimo Gezzi. In una ventina di pagine fitte, scandite in undici sezioni, l’autore racconta in prima persona la vicenda di Giovanni Antonelli, poeta, anarchico, pazzo, ma soprattutto uomo offeso e umiliato dalla vita e dal mondo, rinchiuso in carceri e manicomi, infine dimenticato. Della vicenda il lettore con ogni probabilità ignorerà tutto prima di imbattersi in questa opera, sorella della ristampa dell’autobiografia Il libro di un pazzo. Note autobiografiche e rime presso il maceratese Giometti & Antonello con prefazione di Gezzi.

La singolarità di Uno di nessuno, rispetto alla precedente produzione dell’autore, consiste nella scelta del poemetto. La difficoltà di raccontare una vicenda in versi e di coniugare inventività e fedeltà, oltre a essere una brillante prova della padronanza dei ferri del mestiere, registra anche un avanzamento nell’arte poetica di Gezzi: la ricerca dell’equilibrio tra la concentrazione della poesia e la distensione della prosa, il gusto per il verso secco e preciso e la voglia di scendere al successivo. Il lettore dovrà scegliere se soffermarsi sulla strofa o farsi prendere dalla narrazione. Se la voglia di proseguire è più forte, il poemetto è riuscito.

Senza orpelli, ma praticando l’arte dell’ellissi e dell’accumulo, della paratassi e del contrappunto, Gezzi ottiene una lingua rapida, mossa, adatta a una narrazione avvincente. Anche quando i versi si riducono ad appunti di diario (una data, poche parole, molte virgole), la velocità si traduce in fulminea e precisa conoscenza del dramma in atto.
A volte bastano poche parole per penetrare in un sentimento: «Sul Cristina, la mia nuova corvetta,/ un mio amico si chiamava/ Ettore Ruvinetti./ Ci amammo dell’amore stupefatto/ dei ragazzi: ci appesero a un pennone,/ ci esposero allo scherno dei marinai/ delle altre navi. Poco dopo mi trasferirono/ e non lo rividi più.» Nessun lamento, ma per la sua povertà la cronaca diventa poesia. Poche notizie intorno alla realizzazione e alla repressione di un sentimento, cesellate con abilità retorica (oltre agli effetti sonori, una coordinazione ferrea e la prevalente riduzione del protagonista alla funzione di oggetto). Forse Buffoni tra i modelli, ma non dimenticherei – per restare nei confini del genere – il capolavoro di Cesare Viviani, L’opera lasciata sola (1993). (altro…)