Giorno: 7 dicembre 2016

Intervista a Francesco Di Bella

Calvanese e Dibella foto di Mauro Coruzzolo

Calvanese e Di Bella
foto di Mauro Coruzzolo

Raffaele Calvanese intervista Francesco Di Bella

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Vi capita mai di entrare in un negozio per comprare una cosa e poi uscire con un acquisto  completamente diverso tra le mani?  A me capita molto spesso, ed è un po’ quello che mi è successo dopo aver passato qualche ora a parlare con Francesco Di BellaFofò, alias Alfonso Bruno, vero e proprio alter ego di Francesco, la loro collaborazione risale a prima di Ballads e continua ancora adesso anche con il primo disco solista di Di Bella.  Capita così che anche se il motivo dell’incontro era presentare il nuovo album Nuova Gianturco si finisca a parlare di Angelo Mai, e di tutta la gente che da lì si è fatta un nome nella musica italiana e non solo. Capita di ritrovarsi a parlare di libri e cyberpostpunk, di Carver e di Social Network. Succede di ritirare fuori Metaversus, e di uscire da quella chiacchierata con qualcosa di diverso da quello che si credeva di andare a prendersi, ma che a conti fatti è molto più prezioso ed interessante. Il primo album di inediti di Francesco dopo Ballads, è un concept album, una sorta di Antologia di Spoon River della periferia industriale napoletana.

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RC: C’è quel famoso passaggio del libro di Cesare Pavere La luna e i falò che dice «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese  vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». La tua Gianturco mi ricorda quel paese di cui parla Cesare Pavese. Ecco perché anche il titolo Nuova Gianturco, un luogo che è un ritorno alle origini.

FDB: La nuova Gianturco di cui parlo è un augurio di rinascita di quel quartiere, anche se io non vengo da lì, è grazie a Gianturco che ho mosso i primi passi nella musica, tramite il centro sociale Officina 99, dove ho incontrato tante persone e visto quanta energia c’era in quello scambio di esperienze. Tanto è vero che ancora oggi raccogliamo i frutti, musicalmente e non solo, di quegli anni, ecco perché auspico una “Nuova Gianturco”. 

RC: In Aziz tratti il tema dei migranti, insieme a Luca dei 99 Posse. Un autore napoletano  in un suo libro sull’accoglienza a Napoli, Terzo Settore in Fondo, la racconta come una città che nonostante i mille problemi strutturali, la cronica mancanza di fondi e le tante persone che credono di aiutare ma sono soltanto “accoglienti di facciata” riesce ad essere una città ancora umana sotto questo punto di vista. Che ne pensi? Come è nata la collaborazione con O’ Zulù?

FDB: Ignazio Silone, nel suo libro Fontanamara, dice che i poveri, i pezzenti, riescono a parlare lo stesso linguaggio, fatto di cose semplici ed essenziali. Probabilmente è per questo che a Napoli l’accoglienza è un gesto più naturale che altrove. Inoltre la storia della città porta con sé un’esperienza da sempre abituata alla promiscuità. La collaborazione con Luca è l’ennesimo richiamo alla Gianturco dei centri sociali e mi è anche piaciuto il doppio volto che siamo riusciti a dare alla canzone, fatto di morbidezza e durezza con le nostre due parti. 

RC: Il primo singolo dell’album, per certi versi mi ha ricordato una canzone di Brunori Sas, Il giovane Mario, in cui si parla di una persona che tramite la ricerca di una vincita vuole svoltare la sua vita con una scorciatoia. Che tipo di messaggio volevi rivolgere con questo brano?

FDB: A differenza della canzone di Brunori io voglio dire che la sorte gioca una buona parte ma non fondamentale nella vita di una persona che vuole svoltare. Il lavoro, anche se sempre più svuotato del suo significato, resta ancora una parte importante da non mettere in secondo piano nella vita. 

RCNa bella vita è una storia di droga. Stavolta vista da una prospettiva diversa, c’è l’idea di poter perdere una vita “normale”, io ci vedo un cambio di visione che probabilmente deriva anche da una persona diversa che si trova a scrivere dei testi. Magari dieci anni fa non avresti scritto una canzone del genere o sbaglio? Quanto ha influito la tua crescita personale in questo modo diverso di scrittura?

FDB: Con gli anni ho sempre cercato di scrivere qualcosa che si smarcasse dal solito binario storia d’amore semplice o di temi già usati. Certamente crescendo e vivendo anche esperienze familiari la prospettiva cambia, mi è piaciuto anche creare un contrasto tra l’amarezza della storia e l’arrangiamento che appare tutt’altro che triste. 

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Una frase lunga un libro #83: Cristina Henriquez, Anche noi l’America

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Una frase lunga un libro #83: Cristina Henriquez, Anche noi l’America, (trad. di Roberto Serrai), NN editore, 2016; € 17,00, ebook € 7,99

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«Hanno parecchia roba?» domandò.
«Non mi è sembrato».
«Bene» disse mio padre. «Allora forse sono gente come noi».

 

È quasi sempre una faccenda di spazio. Spazio da liberare, spazio da trovare, spazio da occupare. Spazio non concesso, spazio salvavita. Spazio negato. È la ricerca costante di uno spazio vitale o la sua assenza che, tra le altre cose, spinge – da sempre – milioni di uomini e donne a spostarsi verso altri luoghi, non per forza migliori ma necessari. La ricerca dello spazio in cui stare (dentro il quale esistere/resistere) è sopravvivenza, è la costruzione di una possibilità. Lo spazio, in poesia, consente il respiro. Chi si sposta da un luogo all’altro, che scappi da una guerra o da morte per fame, cerca lo spazio in cui allargare il proprio respiro. Respirare cercando il futuro, respirare per mettersi il passato alle spalle, o almeno provarci. Tempo fa, nel Canale di Sicilia, tra i corpi di migranti morti furono rinvenuti quello di una madre e una figlia abbracciate. Loro l’avevano annullato lo spazio, quando non c’era più respiro e più niente, per stringersi e morire insieme. Anche noi l’America di Cristina Henriquez è costruito sulla ricerca di questo spazio, della sua collocazione nel tempo e, soprattutto, su come la scelta di allontanarsi dalla propria terra rappresenti l’applicazione della concretezza al sogno, l’apertura al possibile, alla vita.

Siamo negli Stati Uniti, nel Delaware, ma prima siamo stati a Panama, in Messico, in Guatemala. Siamo statti i tutti i posti che stanno un po’ più sotto di quella frontiera. Laggiù dove qualcuno ha promesso di costruire un muro, promessa che, per fortuna, non manterrà. Alma è una madre, Maribel è una figlia, e poi c’è un padre: Arturo. Un giorno partono dal Messico, dove non stavano malissimo economicamente, stavano meglio di molti altri. Si spostano perché Maribel ha subito un incidente, il suo cervello funziona in modo strano. Ha bisogno di assistenza medica e di una scuola particolare. Maribel e i suoi partono per il Delaware in cerca di aiuto.

Alma sarà la meravigliosa voce narrante di questo romanzo, che è bellissimo e commovente, e che insegna. La sua voce sarà alternata al racconto di altri immigrati che condividono, prima ancora che il sogno, lo spazio in cui vivere. Stanno tutti insieme in un condominio. Fatto di piccoli appartamenti, di riscaldamenti da utilizzare col contagocce perché i soldi non bastano. I vicini di casa della famiglia Rivera (questo è il cognome), come José, come Neila, come Gustavo, raccontano la loro storia tra speranze, fallimenti e nostaglia. Alma racconterà la sua storia, il suo amore per Arturo e per la bellissima figlia. Racconterà le difficoltà dovute alla lingua: che andranno dalle cose più semplici come dover comprare del cibo al supermercato o indovinare la fermata dell’autobus in cui scendere; a quelle più complicate come compilare un modulo per la scuola della figlia o parlare al telefono per farsi capire. Racconterà di Maribel che è bellissima, racconterà del proprio senso di colpa, della paura. Eppure Alma pare avere, così la si percepisce, una grande serenità, che non vuol dire che sia serena, perché soffre, ma vuol dire che porta con sé una specie di luce, che ti fa venir voglia di lottare con lei, e di darle una mano. Cristina Henriquez con Alma ha creato un grande personaggio, se Alma parla tu vuoi ascoltarla, se potessi le telefoneresti.

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