Giorno: 5 dicembre 2016

Bruno Broccoli, Aburbecòndita

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Bruno Broccoli, Aburbecòndita. Mardicenze de storia romana, Trevi editore, Roma 1979

PREMESSA

Non si scandalizzino i cultori della poesia romanesca se un napoletano di nascita, di tradizioni, di istinti e di tendenze osa commettere un doppio sacrilegio: scrivere un libro nel loro dialetto, non solo, ma usare per ciò il sonetto, la forma compositiva che a questo dialetto meglio si sposa nell’esaltarne gusto, sapori e sfumature.
Certo, se io fossi vissuto ai tempi di Papa Gregorio XVI, quando il sonetto romanesco era appannaggio di un certo Giuseppe Gioachino Belli, non avrei ardito tanto, vivendo in una città che pur chiamandosi pomposamente Caput Mundi, Dominante e Metropoli, altro non era in realtà se non un grosso borgo di centocinquantamila abitanti. ma centocinquantamila romani autentici, discendenti in linea diretta dai quiriti del Palatino; tra i quali un suddito di Ferdinando II (Dio Guardi) sarebbe stato altrettanto straniero di un francese o di un tedesco. Ma oggi?
Oggi, nella Roma di tre milioni e mezzo di abitanti, quanti sono i romani non dico di sette generazioni, ma anche soltanto di due?
Non tocca a me precisarlo, sappiamo però tutti che si tratta di una percentuale bassissima: e non a caso, per entrare a far parte dell’Associazione fra romani, bastano dieci anni di residenza nell’Urbe. Da questo punto di vista io, con oltre vent’anni tutti di fila, e almeno una trentina nel totale, debbo ritenere di avere le carte in regola per dichiarare orgogliosamente “Civis romanus sum”.
Ma poi, anche il cosiddetto dialetto romanesco, impastato e amalgamato con le innumerevoli inflessioni degli oriundi, è ormai tanto simile all’italiano corrente, da poter essere usato impunemente e senza timore reverenziale anche da chi non è nato entro la cerchia delle Mure di Aureliano. Esso è ormai res nullius, giuridicamente di pubblico dominio, talchè anche un povero immigrato napoletano può ragionevolmente sperare nella benevolenza del critico, se si lascia tentare a scribacchiare qualcosa imitando il grande Giuseppe Gioachino e i suoi epigoni.
A tal proposito, è bene chiarire subito che se il dialetto usato dall’autore è edulcorato, lisciato, forse un tantino svirilizzato, ciò non si deve a ignoranza, ma a precisa volontà. Chi scrive ha una certa familiarità con i 2279 sonetti del belliano monumento alla plebe, e gli sarebbe stato non dico facile, ma certamente possibile esprimersi usandone il lessico e anche la ormai ostica grafia fonetica nella quale “pace” diventa “pasce”, “quer” si scrive “cquer” e così via. Ma sarebbe stato un esercizio scolastico e nulla più. Molto meglio, a suo avviso, accodarsi a quel processo di addomesticamento del romanesco che da Belli, appunto, attraverso Pascarella, Trilussa, Zanazzo e via dicendo, ci ha portato alla parlata che oggi ascoltiamo sugli autobus o nei mercatini rionali, una parlata che dell’antico dialetto conserva intatte l’ironia e l’incisività, ma ha il pregio di essere comprensibile, grosso modo, dalle Alpi alla Sicilia.
Un’ultima precisazione, ed ho finito. Queste “Mardicenze de storia romana”, pur se si fregiano di citazioni autentiche tratte da autori classici, non sono raccontate da un professore in cattedra, ma da un popolano appena appena “ciovile” e instrutto. Inutile quindi cercare la perfetta aderenza alla realtà storica. E se la leggenda e la storia sono talvolta travisate più o meno leggermente vuol dire che l’autore “ci ha marciato”, o per suggestione, o per pigrizia, o per comodità di rima. Ne chiede pubblicamente venia.

Bruno Broccoli

*

ER DUBBIO

… rerum gestarum memoriae principis terrarum populi…
… il ricordo di ciò che fece il il popolo che signoreggiò il mondo…

(LIVIO, Storia di Roma, Prefazione)

– Questo che m’arricoconti, ce lo sanno
puro li regazzini de la scola,
però, Righe’, permetti ‘na parola?
Io, quanno ciarifretto, me domanno

si er romano, che annava in camiciola
puro d’inverno, e in segno de comanno
ciaveva in testa quella cazzarola,
era poi senza inghippo e senza inganno,

e se j’annava sempre tutto a cicio
come se legge drento li romanzi
tipo er « Quo Vadis », quello de Vinicio,

e se ‘sti superomini, ‘sti eroi,
erano poi davvero tutti ganzi,
oppure poveracci come noi!

* (altro…)

Jean Gabin nella scrittura di Cesare Pavese e Goliarda Sapienza

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Questo scritto divulgativo propone un breve excursus sulla figura di Jean Gabin nell’opera di Goliarda Sapienza e di Cesare Pavese. Non si intende qui sistematizzare uno spunto (forse troppo vasto per essere governato), ma tentare di dare verità ad alcuni legami sottili, cercando il più possibile e con puntualità di evidenziare come questi mettano in luce un interesse comune ai due autori nei confronti dell’arte cinematografica. Si è scelto inoltre, proprio per la vastità dell’argomento, di non entrare nei testi ma di darne accenno, lasciando spazio a considerazioni e riflessioni.
Spunto per l’autrice nel romanzo postumo Io, Jean Gabin (Einaudi, 2010), modello di eroe ribelle, sovversivo, simbolo di un’etica da abbracciare e attraversare in un momento storico complesso come il 1979 − anno della stesura −, Jean Gabin risulterà soltanto una traccia di fondo nella scrittura di Pavese, un’ispirazione fugace per una sceneggiatura dal titolo Amore amaro,¹ di cui si occupò negli anni Cinquanta.
Il rapporto dell’autore con il cinema è stato affrontato da Franco Prono nel suo volume Pavese e il cinema. Primo e ultimo amore (Bonanno, 2011), in cui il critico ritesse approfonditamente la trama di possibilità che questa diversa esperienza di scrittura può aver rivelato a un autore che aveva attraversato tutti i mestieri letterari possibili nella sua epoca fino a quel momento, salvo quello dello sceneggiatore. Non solo la citata ma anche altre sceneggiature sono, nella lettura di Prono, dei “noir”, parlano di “malavita” e di “triangoli amorosi”; si tratta di testi con valore letterario minimo, “non attrattivi”. Pavese, innamorato all’epoca dell’attrice Constance Dowling, proponeva con tale modalità l’intenzione di lavorare con lei e la sorella, allora attive in Italia; come conosciamo dalla filmografia di Constance, lei era stata co-protagonista di Riso amaro di Giuseppe De Santis (1949), titolo che ha affinità con Amore amaro. Se il soggetto tuttavia, come ricorda anche un’altra studiosa di Pavese, Maria Rosa Masoero, sarà proposto per la realizzazione a registi che in quel momento erano impegnati nel Neorealismo − e sono De Sica e Zavattini, poco attratti da storie non attinenti alla loro esperienza − viene da andare più a fondo nell’etimologia dell’aggettivo “amaro”, che si suggerisce di consultare qui. Se si considera la radice, che contiene il significato “dell’immaturità, dell’asprezza e dell’essere forte”, si nota come la scelta di Pavese (e della Dowling) non paia frutto dell’istinto – banalmente – ma pretenda una connessione alla trama e alla figura di Gabin, per cui sarà pensata. Certamente, questa considerazione a posteriori potrebbe sembrare un ‘leggere oltre’, ma la vicenda di Claudio, amante di due sorelle di diversa età, Natalia e Cloti, diviso tra il suo essere un fuorilegge e il desiderio d’amore confuso dalla necessità d’aiuto, un uomo che chiede alle due donne di rifugiarsi presso la loro casa ben conscio della doppia relazione in atto (duplice, se si considera la parentela di Natalia e Cloti), ne fanno un personaggio tratteggiato con toni aspri, immaturo (amàs,  “crudo”) eppure “forte” nella e della sua illegalità. E l’attore francese, che durante il periodo del Realismo degli anni Trenta ha ricoperto più volte ruoli simili, pare adatto a questo genere di soggetti. «Quarantenne, taciturno, cinico»: il Claudio di Pavese è di poco lontano da quel Gabin che vediamo in Pépé le Moko di Duvivier (1937) o ne Il porto delle nebbie di Carné (1938), entrambe fonti di Sapienza; amante-amato, forse più generoso, sex symbol traviato da una solitudine disarmante, la stessa che vive Claudio, e forse la stessa di Pavese allora.
Sempre Masoero sostiene come l’amore per la Dowling accogliesse il «mestiere affascinante» dello sceneggiatore, un ritorno al cinema come quella passione che ha formato il giovane Pavese e, in terza istanza, lo sguardo all’America di cui la sua opera è pregna. Il “mestiere cinema” non è ricostruibile con completezza in questa sede: articolato e complesso, consta di materiali di varia provenienza, tra cui lettere, diari, scritti critici e recensioni apparsi più di recente in questi anni, e appunti che coprono decenni diversi. Si tratta di scritti che nutrono con curiosità l’intuizione (o meglio, l’attrazione?) verso un linguaggio contemporaneo, visto come fondante di un’epoca proprio nelle sue parti costituenti. I critici che si sono occupati del rapporto tra Pavese e il cinema (e nominiamo anche qui Lorenzo Ventavoli) documentano infatti la tensione interna-esterna della spinta dell’autore, capace di riconoscere in quell’arte la tipicità di ciò che rappresenta: un nuovo modo di intendere l’immagine, il tempo, la scrittura, “fuori dalla letteratura e dal teatro”. Per un quadro completo si suggerisce, comunque, la visione del documentario Il cinema secondo Pavese (qui), omaggio ufficiale alla plurivocità della scrittura filmica nell’opera pavesiana. Chi scrive – inoltre – non conosce i rapporti critici fra Pavese e il pensiero di Walter Benjamin, forse già indagati in un parallelo che svisceri affinità e contrasti, probabilmente ‘nutriente’. (altro…)