Giorno: 3 dicembre 2016

‘3 dicembre’ di Vittorio Sereni

Una lettura ingenua (e compilativa) di 3 dicembre di Vittorio Sereni

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3 dicembre

All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.

Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.[1]

Il 5 dicembre 1940 Vittorio Sereni scriveva all’amico Giancarlo Vigorelli di avere «dedicata, nelle inten­zioni e non dichiaratamente, all’Antonia» la poesia 3 dicembre, una delle otto poesie nuove composte a Modena dopo uno di quei periodi, a volte lunghi, a volte meno, durante i quali il poeta non componeva nulla. Di lì a un mese la poesia avrebbe visto la luce in «Tempo» (a. V, n. 1 [2-9 gennaio 1941]), insieme a Paese, unite col soprattitolo Due poesie.[2]
Dell’amicizia che legò Sereni ad Antonia Pozzi molto è stato scritto;[3] fu un legame sincero, di dialogo, e anche di ricerca, da parte della giovane poetessa, di un reale confronto che forse a un certo punto lei sentì venir meno, come se pure Sereni, come già alcuni amici della cerchia di Banfi, non le riconoscesse quella patente di poeta che Antonia sentiva di meritarsi. (altro…)

proSabato: Giovanni Testori, da Il Fabbricone #55

Giovanni Testori by Valerio Soffientini

Giovanni Testori by Valerio Soffientini

55

   Ormai l’ombra aveva vinto anche gli ultimi bagliori del tramonto e scivolando dal cielo s’era insediata, fonda e segreta, dappertutto.
   Il Carlo sollevò la bicicletta dalla siepe. Poi, fedele alla promessa di lasciarsi lì dove nessuno avrebbe potuto vederli, s’avvicinò alla Rina.
   “Allora a domani”, disse. “Qui. Alla stessa ora.”
   “Domani. Alla stessa ora.” Domani era il giorno decisivo: il giorno delle promesse e degli impegni.
   Senza bisogno di dir altro, le facce dei due ragazzi s’avvicinarono un’altra volta. Un lungo bacio. Poi un secondo.
   Sull’erba l’aria aveva cominciato a scivolar leggera e a far tremare tutto, come se, invece che dall’alto, nascesse lì, dalle siepi e dai prati.

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© da Il Fabbricone (1961), ora in Giovanni Testori, Opere/1 [1943-1961], Milano, Classici Bompiani, 2008, p. 1020