Giorno: 2 dicembre 2016

Non sapevo che passavi #5

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Non sapevo che passavi #5

CHUCK BERRY
(Roll Over Beethoven)

di Stefano Domenichini

L’International Hotel di Las Vegas apre nel 1969. Due anni dopo prende il nome di Las Vegas Hilton. Al netto di aria condizionata, sprechi e cafonaggine, è un posto buono per ascoltare musica. Ci suonano i più grandi. Elvis Presley ci abita pure, in una suite che funzionerebbe come camera di tortura per gli spartani, soprannominata Penthouse.
Una sera Elvis è scatenato. Una palla di fuoco che si piega, salta, si scuote come se fosse ancora bambino, nella stamberga di Tupelo. La cosa che salta agli occhi degli spettatori è che Elvis è lì, con loro, sotto il palco. Alla fine del concerto, le acque stupefatte si separano per lasciarlo passare e lui dice a tutti: “Avete appena visto il Re del Rock and Roll”.
Come se Dio uscisse da un sermone di Allah e dicesse “Ascoltatelo, è un grande”. Allah quella sera è Chuck Berry, un nero che ha passato abbondantemente la quarantina. Si è fatto parecchi anni di riformatorio e galera, e altri ne avrebbe fatti negli anni a venire. Niente a che fare con la sregolatezza. Chuck non si droga, odia gli ubriachi. Molto a che fare con il genio. Quando si mette a suonare, negli anni cinquanta, assesta il colpo definitivo alle paranoie separatiste assurte a legge genetica anche con riguardo alla musica: una per i bianchi e una per i neri. Il country e il rhythm and blues. Due mondi rinchiusi. Ognuno con le sue radio. E se un bianco è attizzato da Muddy Waters o da Johnny Otis deve comprare i dischi di nascosto.
L’educazione sociale di Chuck Berry è quella di tanti. Nasce da una famiglia benestante di St. Louis il 18 ottobre 1926. Non abbastanza ricco per essere accettato dai ricchi, non abbastanza povero perché i poveri lo considerino uno di loro. Il giovane Chuck sogna una strada alchemica: unire i due mondi, per non restare, per sempre, nel mezzo. Guardando l’America vincente del dopoguerra, crede di trovare la soluzione e ne fa la ragione della sua vita. La soluzione sta nei soldi. La ricchezza come una forma di accettazione universale. Non sarà così facile, ma si sa: quando un demone ti prende, non ti lascia più in pace.
Quando si è bambini, il demone sono le cose che i grandi ti proibiscono di toccare. A casa Berry, è una radio Philco il frutto proibito del piccolo Chuck. Sembra la cupola di una cattedrale, piena di suoni e di voci. Chuck vuole entrare lì, viverci dentro. Ha anche capito che, per farlo, bisogna girare delle manopole. Se lo fai, il mondo esplode in una confortevole eccitazione.
Chuck a scuola va che è una meraviglia e, quando finisce le primarie, ottiene il permesso. Si incolla alla Philco e smanetta le radio dei bianchi, la musica country, quelle parole scandite alla perfezione che parlano di buoni sentimenti, strade infinite e patriottismo rurale. Resta aperta la questione con le sorelle che lo interrompono di continuo perché devono esercitarsi al pianoforte. Come fare per dirgli di lasciar perdere Beethoven?
La carnagione di Chuck gli permette anche di attraversare il fiume, andare nella East St. Louis, dove i locali sono cortine di fumo attraversate dai suoni minacciosi e strascicati del rhythm and blues. Capita di fare brutti incontri. Chuck parte per un viaggio in California con due amici. Rompono l’auto e restano senza soldi. Che si fa? Si telefona a casa? Si prende un treno? Ai tre non sembra il caso. Meglio rubare un’altra auto e fare qualche rapina. Totale: dieci anni di riformatorio. Chuck ne sconta più di tre, esce il giorno del suo ventunesimo compleanno ed entra in fase rebound.
Si mette a lavorare con il padre carpentiere, aiuta la famiglia nell’attività ambulante di fruttivendoli, frequenta un corso di cosmesi e apre un centro di bellezza con la sorella. Ma non basta: la testa a posto prevede l’inesorabile matrimonio. A ventidue anni, sposa Themetta Suggs e mette al mondo due figlie.
Energia ne ha, senza dubbio. Resta il fatto che gli anni passano e Chuck è ancora nel limbo, sempre più impantanato in un fango che genera liquidità, ma allontana l’alchimia. Bisogna allungare la mano e girare la manopola della Philco; un’idea potrebbe essere cambiare la musica. (altro…)

Non ti curar di me se il cuor ti manca 2

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AA.VV., Non ti curar di me se il cuor ti manca 2, Qudulibri 2016, € 10,00

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Poesia e disagio mentale sono due “malattie” che, da sempre, hanno condiviso la sorte degli esseri umani più sensibili. Lungo e fuorviante sarebbe qui, stilare un elenco dei poeti noti che hanno sofferto, nel loro corpo a corpo con la parola, il disagio di un vivere che non riusciva ad accordarsi con la realtà. Quanti hanno finito i loro giorni reclusi in un manicomio, quanti hanno messo fine da se stessi a un dolore che sembrava non trovare né la sua origine né ogni auspicabile sollievo. Chissà quanti poi, quelli sconosciuti agli editori e ai critici letterari. Le leggi che governano gli sciami sociali tendono a premiare chi è, per sua natura, dotato di un certo cinismo e dell’istinto prevaricatore. Dall’alba dei tempi, certificherà qualcuno, certo, ma nell’epoca moderna e postmoderna, nella realtà contingente, sempre più individualista e tesa, sbilanciata all’estetica più che verso l’etica, in chi sia sprovvisto di tale tempra – leggasi indifferenza – è sempre più arduo trovare la linea di un equilibrio che permetta di esprimere la propria visione della realtà e del mondo e, al contempo, saper lottare per non vedersela calpestata dalla furia macinatrice di un possesso stolto e arrogante. Il poeta, quello vero, è crocifisso ai chiodi delle sue parole, coronato dalle spine della propria acuminata sensibilità, ben più del verde alloro del laureato. […] (dalla prefazione di Fabio Franzin)

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Anna Toscano

AUGUSTE

Auguste avevi cinquantuno anni
e confondevi i luoghi, le persone,
il tempo, il tuo nome.
La foto ti ritrae con lo sguardo
attonito, le mani intrecciate sul petto
la fronte solcata, i capelli scuri.
Ma cos’era quel camice bianco
Auguste, dov’era il tuo pensiero.
Devi essere stata bella,
ma non lo sapevi più.
Dalla tua demenza la malattia
ha un nome, quello che tanti
vorrebbero sentirsi dire
quando già non capiscono.
Accadde al marito della compagna
di stanza di mia mamma:
lei stava morendo in un pigiama rosa
lui indossava la pelliccia
della figlia e diceva
“la cena è sul terrazzo vero?”. (altro…)