Una frase lunga un libro #82: Raymond Carver, Orientarsi con le stelle

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Una frase lunga un libro #82: Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, minimum fax, 2016,  16,00; trad. di Riccardo Duranti e Francesco Durante

*

Una forgia e una falce

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: “Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomena, limo, foglia, fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? È come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

Molte volte nella vita mi è sembrato di stare dentro una poesia di Carver. Pensarlo e basta è bello, accontentarsi della sensazione, godersi il momento, che si tratti di un’alba più rosa o di un caffè, o di un dolore a sorpresa. Capire il perché vuol dire mettersi a scrivere, significa venire a patti con qualcosa che volevi fare da molto tempo. E oggi è quel momento, l’occasione arriva dalla ripubblicazione di Orientarsi con le stelle – tutte le poesie di Carver – da parte di minimum fax, nella collana Classics. Le poesie di Carver sono le cose che ti accadono, come se qualcuno le avesse immaginate per te e ti avesse scritto i testi. Non è la poesia che racconta della realtà, è la realtà che assomiglia alle poesie di Carver. È come se tu essere umano normale, tu persona, tu con le tue rogne, tu che vai e vieni con le tue piccolezze e le tue meraviglie ti leggessi con gli occhi filtrati dall’incanto, quel piccolo miracolo che creano questi testi. Anna Maria Carpi definisce le sue poesie come “mie piccole arroganti”, quelle di Carver le chiamerei “mie piccole rivelatrici”.

Eppure ho scritto sui racconti, del Carver narratore, ma mai delle poesie. Il Carver poeta è all’altezza del prosatore, le due cose sono complementari, anche se diverse. Vediamo come. Spesso si è semplificato, magari andando a prendere qualche pezzo di intervista dello scrittore americano, come quando affermava di scrivere poesie quando aveva poco tempo per i racconti perché doveva lavorare. Perché doveva sgobbare. Non ho mai concordato con la teoria, più o meno diffusa, secondo la quale le poesie di Carver siano preparatorie ai racconti; è vero, però,  che i temi si rincorrono e si ritrovano nei versi e nelle frasi. Se leggiamo, però, un brano di un racconto e i primi versi di qualunque poesia di Carver, vedremo subito una palese, importantissima, differenza: nelle poesie c’è sempre Carver nel testo, lui come uomo, lui e le sue esperienze; nei racconti fa il narratore. In entrambi i casi racconta la vita, l’umanità, le cose che si frantumano nelle nostre storie e quelle che le ricompongono. Sempre sa quando accelerare. Per molti lettori è superiore il Carver dei racconti, io non lo so. So che mi piace parecchio anche il Carver poeta.

“Era piuttosto la corrente spirituale da cui muoveva per scrivere i racconti”. Così scrive Tess Gallagher nell’introduzione al libro, invece che una cosa alla quale si dedicava tra un racconto e l’altro. Come se scrivere poesie fosse un passatempo. Le poesie di Carver sono luminose. Il poeta è consapevole e innocente. Lo sguardo è attento ma ingenuo, pronto a cogliere una novità. Pronto a guardare una cosa come se capitasse per la prima volta. Capace di mettere in relazione una fotografia del passato con uno stato d’animo attuale, di raccontare la morte attraverso gli occhi di un bambino che vi assiste senza riconoscerla. “Capace di amore, capace di morte”, direbbe Guccini.

Stiamo intorno al bidone col fuoco
e ci scaldiamo le mani
e la faccia, nel suo puro calore avvolgente.

Portiamo alle labbra tazze fumanti
di caffè, e beviamo
con tutt’e due le mani. Ma siamo

pescatori di salmoni. E ora piantiamo i piedi
nella neve e nei sassi e risaliamo la corrente,
piano, pieni d’amore, verso le pozze tranquille.

Amo questa poesia, perché mi fa pensare ai miei amici di sempre, gente che non ha mai pescato in vita propria. Mi fa pensare al piacere di condividere qualcosa di piccolo con qualcuno a cui tieni. Mi fa pensare a come in poche parole si possa contenere quasi tutto. Perché tutto accade mentre “piantiamo i piedi nella neve”. E questa poesia è un esempio, ne conto almeno un centinaio dove in mezzo alla vita di Carver è comparsa la mia. Chiediamoci perché una descrizione così precisa e dettagliata possa farci vedere altro, possa arrivare a commuoverci. Perché Carver, e qui è come per i racconti, sa che una parola non è mai una cosa soltanto, un gesto non è mai soltanto quel gesto; se noi ricordiamo è perché lui ha ricordato. Se immaginiamo è perché lui ha saputo farlo. Il bello è che immaginiamo cose lontane, completamente diverse. Ma l’emozione è la stessa. Raymond Carver scrive poesie che ti toccano nel profondo, poesie chiare e limpide, ma non per questo facili. Anzi, impossibili da imitare. Chiunque volesse provarci sarebbe scoperto subito, sarebbe destinato a fallire.

Un attimo fa ho dato un’occhiata nella stanza
ed ecco quel che ho visto:
la mia sedia al suo posto, accanto alla finestra,
il libro appoggiato faccia in giù sul tavolo.
E sul davanzale, la sigaretta
lasciata accesa nel posacenere.
Lavativo! Mi urlava sempre dietro mio zio,
tanto tempo fa. Aveva proprio ragione.
Anche oggi, come ogni giorno,
ho messo da parte un po’ di tempo
per fare un bel niente.

Le poesie di Orientarsi con le stelle sono tutte quelle che Carver ha scritto, nella versione da lui approvata, tradotte perfettamente (e sempre saremo loro grati) da Riccardo Duranti e Francesco Durante, coprono trent’anni di vita; significa che il nostro Raymond le ha scritte sempre, fino alla fine. Poesie che ci mostrano le case, gli oggetti: i posaceneri, i bicchieri, le canne da pesca, i vasi da fiori. Poesie fatte di odori, come quello del caffè che torna molto spesso. Poesie piene di finestre e anche per questo luminose. Poesie che fanno luce e che fanno pensare a certi pomeriggi in cui il sole indugia, perché forse non vuole tramontare. Poesie ricche di compassione, poesie che lasciano fuori ogni volta qualcosa che il lettore riempie. Carver a ogni verso lasciava uno spazio appena più lungo, in quel territorio noi possiamo metterci le nostre fotografie. Tess Gallagher in coda alla sua introduzione dice una cosa bella e condivisibile, che apprezzo molto: “È un luogo dove essere aperti e riconoscenti, per fare spazio e accogliere quegli avvenimenti e quelle persone che più sono vicine al nostro cuore. «Te lo volevo dire». E lo ha fatto”. E anche qui e oggi siamo nel luogo dove essere riconoscenti a Raymond Carver, ancora una volta per averci mostrato le nostre debolezze, per averci ricordato che possiamo e che sappiamo amare.

*

© Gianni Montieri

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