Giorno: 30 novembre 2016

Milo De Angelis, due poesie inedite

 

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

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Canzoncina per una bella ala sinistra

Aveva i calzettoni abbassati e la maglietta bianconera
e noi restammo di stucco: una bella, una vera
ragazza nella squadra avversaria! Sì, una ragazza
con i capelli a caschetto e un guizzo velocista,
un bel sorriso da folletto nel nostro Istituto
maschile per eccellenza. Non era lei a farci paura,
ma un’oscura presenza, un’eco di fiori e di sussurri,
di unghie rosse, di spose, di veli, erano quelle vorticose
onde del sangue, le minacce dall’ignoto, era il vuoto
che irrompeva nel cortile gesuita, era la vita!

(1967)

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Un’altra busta poi ci sono le schede fa caldo
se non le hanno spostate la firma e tutti
i rinnovi cambiali in protesto una copertura
le proroghe tariffe che saltano
e la carta carbone dopo le polizze la faccenda
dei premi proroghe al timbro la garanzia
altre schede e le pratiche e: Carlo.
Andiamo in cortile
con le maglie e i compagni, tu
stai disegnando sul muro le porte.

(1968)

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© Milo De Angelis

(Queste due poesie saranno inserite, con altri inediti, nel volume Tutte le poesie, Mondadori, che uscirà ad aprile 2017)

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Un sabato mattina

Quando ascolto per la prima volta queste due poesie è mattina, e già questo è inusuale. Di solito i reading pubblici sono serali, o pomeridiani. È un sabato mattina umido e grigio di quelli che Milano ti mette addosso spiegandoti perché la ami, perché la ami ancora. Milo De Angelis legge questi testi, per la prima volta in pubblico, in un laboratorio nel cuore del quartiere cinese, durante una conversazione con Mario De Santis. Un incontro che è anch’esso una sorta di laboratorio, perché De Angelis racconta come sono nati alcuni testi e, più in generale, come nascono le sue poesie. Già questo basterebbe.

In quel sabato mattina di novembre, però, è accaduto qualcosa di più, una specie di miracolo. Le due poesie che De Angelis ha regalato a Poetarum Silva e che oggi potete leggere, sono rispettivamente del 1967 e del 1968, testi insieme ad altri esclusi da Somiglianze, libro che ha da poco compiuto quarant’anni. De Angelis ha letto e un commovente silenzio è calato sulle nostre teste, un silenzio bello che sembrava arrivare da molto lontano. E quel lontano non era questione di tempo, ma questione di spazio. Quel silenzio era una distanza che si accorciava. Era una scoperta. Ho avuto da subito la sensazione che i versi appena ascoltati andavano a collocarsi esattamente nello stesso luogo in cui si collocano i testi di Somiglianze e, per me, gran parte di tutti quelli scritti da De Angelis; un luogo che va a crearsi ogni volta che leggiamo o ascoltiamo, una città nuova che si edifica di parola in parola, che nasce nel tempo in cui siamo quando leggiamo. Ecco perché la ragazza che gioca a calcio nel cortile della scuola ci è così vicina, perché la vediamo adesso. Lei è. E la vita irrompe in noi, un’altra volta ancora. Poi arriva l’eccezionale straniamento della seconda poesia, quel salto da un quotidiano burocratico al cortile, al tempo giovane, che è quello delle possibilità, di quando un tu che conosciamo sta disegnando porte sopra i muri. Alla fine dell’incontro Mario De Santis ha chiesto se qualcuno avesse delle domande per De Angelis, ma nessuno ha aperto bocca, mi è sembrato che tutti i presenti fossero profondamente toccati, al punto da rimanere in silenzio perché nulla c’era da domandare. Dopo ho passeggiato da via Bramante al Monumentale e poi fino in via Farini, col passo sicuro di chi cammina sulle strade sue e con l’animo incerto di chi ha appena vissuto qualcosa di raro, una sorta di grazia.

© Gianni Montieri

Una frase lunga un libro #82: Raymond Carver, Orientarsi con le stelle

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Una frase lunga un libro #82: Raymond Carver, Orientarsi con le stelle, minimum fax, 2016,  16,00; trad. di Riccardo Duranti e Francesco Durante

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Una forgia e una falce

Un minuto fa avevo le finestre aperte
e c’era il sole. Tiepide brezze
attraversavano la stanza.
(L’ho scritto anche in una lettera.)
Poi, sotto i miei occhi, si è fatto buio.
Il mare ha cominciato a incresparsi
e le barche da diporto che erano a pesca
hanno virato e sono rientrate, una flottiglia.
Il tintinnabolo sotto al portico è caduto
di colpo sotto una raffica. le cime degli alberi
tremavano. Il tubo della stufa cigolava e sbatteva
trattenuto dai tiranti.
Ho detto: “Una forgia e una falce”.
Certe volte parlo da solo, così.
Nomino certe cose:
argano, gomena, limo, foglia, fornace.
Il tuo volto, la tua bocca, le tue spalle
ora sono per me inconcepibili!
Che fine hanno fatto? È come se
li avessi sognati. I sassi che abbiamo portato
a casa dalla spiaggia se ne stanno lì
sul davanzale a raffreddarsi.
Torna a casa. Mi senti?
I miei polmoni sono pieni del fumo
della tua assenza.

Molte volte nella vita mi è sembrato di stare dentro una poesia di Carver. Pensarlo e basta è bello, accontentarsi della sensazione, godersi il momento, che si tratti di un’alba più rosa o di un caffè, o di un dolore a sorpresa. Capire il perché vuol dire mettersi a scrivere, significa venire a patti con qualcosa che volevi fare da molto tempo. E oggi è quel momento, l’occasione arriva dalla ripubblicazione di Orientarsi con le stelle – tutte le poesie di Carver – da parte di minimum fax, nella collana Classics. Le poesie di Carver sono le cose che ti accadono, come se qualcuno le avesse immaginate per te e ti avesse scritto i testi. Non è la poesia che racconta della realtà, è la realtà che assomiglia alle poesie di Carver. È come se tu essere umano normale, tu persona, tu con le tue rogne, tu che vai e vieni con le tue piccolezze e le tue meraviglie ti leggessi con gli occhi filtrati dall’incanto, quel piccolo miracolo che creano questi testi. Anna Maria Carpi definisce le sue poesie come “mie piccole arroganti”, quelle di Carver le chiamerei “mie piccole rivelatrici”.

Eppure ho scritto sui racconti, del Carver narratore, ma mai delle poesie. Il Carver poeta è all’altezza del prosatore, le due cose sono complementari, anche se diverse. Vediamo come. Spesso si è semplificato, magari andando a prendere qualche pezzo di intervista dello scrittore americano, come quando affermava di scrivere poesie quando aveva poco tempo per i racconti perché doveva lavorare. Perché doveva sgobbare. Non ho mai concordato con la teoria, più o meno diffusa, secondo la quale le poesie di Carver siano preparatorie ai racconti; è vero, però,  che i temi si rincorrono e si ritrovano nei versi e nelle frasi. Se leggiamo, però, un brano di un racconto e i primi versi di qualunque poesia di Carver, vedremo subito una palese, importantissima, differenza: nelle poesie c’è sempre Carver nel testo, lui come uomo, lui e le sue esperienze; nei racconti fa il narratore. In entrambi i casi racconta la vita, l’umanità, le cose che si frantumano nelle nostre storie e quelle che le ricompongono. Sempre sa quando accelerare. Per molti lettori è superiore il Carver dei racconti, io non lo so. So che mi piace parecchio anche il Carver poeta.

“Era piuttosto la corrente spirituale da cui muoveva per scrivere i racconti”. Così scrive Tess Gallagher nell’introduzione al libro, invece che una cosa alla quale si dedicava tra un racconto e l’altro. Come se scrivere poesie fosse un passatempo. Le poesie di Carver sono luminose. Il poeta è consapevole e innocente. Lo sguardo è attento ma ingenuo, pronto a cogliere una novità. Pronto a guardare una cosa come se capitasse per la prima volta. Capace di mettere in relazione una fotografia del passato con uno stato d’animo attuale, di raccontare la morte attraverso gli occhi di un bambino che vi assiste senza riconoscerla. “Capace di amore, capace di morte”, direbbe Guccini.

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