Giorno: 23 novembre 2016

Fedro, “Favole”: nella nuova traduzione di Lorenzo Montanari

di Lorenzo Montanari

Fedro, Favole, (a cura di P. Corradini, nella nuova traduzione di Lorenzo Montanari), Rusconi, 2016

favole

 

 

II.4 – Aquila, feles, et aper.

Aquila in sublimi quercu nidum fecerat;
Feles cavernam nancta in media pepererat;
Sus nemoris cultrix fetum ad imam posuerat.
Tum fortuitum feles contubernium
Fraude et scelesta sic evertit malitia.
Ad nidum scandit volucris: Pernicies ait
Tibi paratur, forsan et miserae mihi;
Nam fodere terram quod vides cotidie
Aprum insidiosum, quercum vult evertere,
Ut nostram in plano facile progeniem opprimat.
Terrore offuso et perturbatis sensibus
Derepit ad cubile setosae suis:
Magno inquit in periclo sunt nati tui;
Nam, simul exieris pastum cum tenero grege,
Aquila est parata rapere porcellos tibi.
Hunc quoque timore postquam complevit locum,
Dolosa tuto condidit sese cavo.
Inde evagata noctu suspenso pede,
Ubi esca se replevit et prolem suam,
Pavorem simulans prospicit toto die.
Ruinam metuens aquila ramis desidet;
Aper rapinam vitans non prodit foras.
Quid multa? Inedia sunt consumpti cum suis
Felisque catulis largam praebuerunt dapem.
Quantum homo bilinguis saepe concinnet mali,
Documentum habere stulta credulitas potest.

 

II,4 – L’aquila, la gatta e la cinghiala:

Un’aquila aveva fatto il nido sui rami più alti di una quercia. Una gatta aveva trovato un buco a metà del tronco dell’albero e lì aveva partorito. Invece, una cinghiala, amica dei boschi, aveva messo al riparo i suoi cuccioli alla base. La gatta, con l’inganno e con diabolica perfidia, riuscì a danneggiare quel condominio nato per puro caso. Dapprima salì al nido dell’aquila e le disse: “Una disgrazia sta per abbattersi su di te e anche su di me, poveretta. Non lo vedi? La cinghiala è pericolosa: continua ogni giorno a scavare alla base dell’albero, perché vuole abbatterla, questa quercia! Noi e i nostri figli cadremo giù e lei ci ucciderà!”. Queste parole seminarono il panico nell’aquila, che rimase profondamente turbata. La gatta, poi, si intrufolò giù, nella tana della cinghiala, tutta setole, alla quale soffiò: “I tuoi figli sono in grave pericolo! Infatti, non appena sarai uscita coi tuoi compari a cercar cibo, l’aquila sarà bella pronta a portarti via i tuoi porcellini”. Le parole della gatta, che nel frattempo se ne era rientrata tutta tranquilla nel suo rifugio, gettarono il terrore anche nella tana della cinghiala. Una notte, la gatta uscì in punta di piedi e procurò il cibo per sé e per i suoi micetti; il giorno successivo, fingendosi impaurita, stette alla finestra a guardare l’evolversi dei fatti. Temendo di finire sbranata, l’aquila rimase ferma sui rami; la cinghiala, temendo che i suoi porcellini le fossero portati via, non si azzardò ad uscire dalla tana. C’è bisogno di molte parole? No: l’aquila e la cinghiala finirono per morire entrambe di fame, e così i loro figli, e furono un ottimo pasto per i piccoli gattini. Ecco un esempio chiaro che ci insegna quanto male può procurare un uomo doppio, che semina falsità, a degli sciocchi creduloni.

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Una frase lunga un libro #81: Francesco Tomada, Non si può imporre il colore a una rosa

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Una frase lunga un libro #81: Francesco Tomada, Non si può imporre il colore a una rosa, Carteggi Letterari, 2016, € 10,00

*

Volevo scrivere di loro
ma mi chiedevo come

Leggo Francesco Tomada da molti anni, ho tanta stima di lui e poi siamo diventati amici. Dovrei, dunque, sapere, o credere di sapere, ogni cosa della sua poesia; dopo aver letto Non si può imporre il colore a una rosa mi sono reso conto che non è così, ed è meglio, perché il poeta che leggeremo sempre è quello che non conosceremo mai fino in fondo. Oggi scrivo di questo nuovo libro, uscito per Carteggi Letterari e impreziosito dai disegni di Francesco Balsamo e da una nota di Natàlia Castaldi, per capire qualcosa di più della poesia di Tomada. I due versi che ho scelto sono bellissimi e rappresentano non solo una delle grandi domande che ci si pone quando si tenta di scrivere, ma – e soprattutto – sono la perfetta sintesi della poetica di Francesco Tomada. Loro nel testo del poeta goriziano sono gli ultimi e gli ultimi arrivati, gli immigrati che stanno in coda davanti alla Caritas, nella fatica dei loro tentativi di farcela, e sono i loro fratelli che non ce la fanno, mentre noi guardiamo o non guardiamo. Loro sono poi tutti gli altri, sono le persone e i fatti, sono gli oggetti e sono le case, sono i giardini e sono gli abbracci, sono la pioggia e i parabrezza. Loro siamo tutti quanti e sono i tentativi di scrivere qualcosa che abbia senso. Loro sono gli occhi del poeta che non ce la fanno a vedere tutto, ma che quello che non vedono provano a immaginarlo. Loro sono i figli, le madri e i padri. Loro sono una sorella o un operaio. Loro sono la donna amata e un bar. Sono un pezzo di pane raffermo e un altro appena sfornato. Vedete quante cose? Di tutto questo e di molto altro ha sempre cercato di scrivere Tomada, di tutto ciò di cui si vive e si muore, ma ancora si domanda come.

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