Il càccamo (di Michele Burgio)

serradifalco

…………………………………………………………………..foto di Michele Burgio

Il càccamo (racconto inedito)

A Mattia

«Ti piace il càccamo?»
mi disse Piero piantandomi gli occhi negli occhi. Aveva forse quattordici anni ed io tredici. Era scuro, scuro proprio come la corteccia degli alberi ed i suoi occhi erano due càccami. Le ragazze lo dicevano bello. I figli sono uguali ai padri e, crescendo, si sarebbe senz’altro imbolsito, ma a quattordici anni Piero era ancora un cardellino un po’ selvatico e, proprio perché selvatico, mi appariva come una creatura silvana e leggera.
L’estate se ne stava andando. Presto sarebbe ricominciata la scuola, e con la scuola la prigionia. Quelle mattine perlacee, ammantate di un sole sempre meno rovente, sempre più dolce e tiepido, le avremmo viste da dietro le finestre grandi, quelle con le sbarre di ferro appena arrugginito, dal primo piano di un edificio pallido come la cera. Le avremmo perse, quelle mattine, poco dopo averle finalmente ritrovate.
La campagna prometteva di tornare a profumare di bruchi e di foglie, dopo la calura malsana e secca di agosto, quando tutto è sospeso, boccheggia piano, trattenendo l’ultimo alito. Un fiato dopo l’altro, si ricominciava a respirare all’unisono, uomini, bestie e filari di viti.
«Ti piace il càccamo, ava’?!»
«Sì, sì, che mi piace, certo»
Mi chiamavano, Piero e gli altri amici, “occhi di lince” perché un giorno, all’imbrunire, mi portarono a raccogliere càccamo ad un albero vicino casa. Ma era quasi sera, l’albero era grande, i frutti piccini come grani di pepe, viola scuro. Io irrimediabilmente miope, di una miopia fisica ed esistenziale, più simile a una frana che a un ragazzino, non ne trovai nemmeno uno. Loro, un po’ a tentoni, un po’ infilando le mani con violenza tra le fronde indifese, strappavano frutti di càccamo e li mangiavano sputandone i semi. Io brancolavo. Così mi chiamarono “occhi di lince”.
«C’è un albero qui vicino. Andiamo?»
«Vicino dove?»
«Ma proprio qui, all’uscita del paese! Appena dopo il bivio, sulla sinistra»
«Va bene»
Così ci incamminammo. La strada era deserta, le case poche. Abitavamo ai confini di un piccolo paese, in un punto che sulle carte geografiche non significava nulla. Ancora oggi, se devo indicarlo su una mappa, quel posto mi dà una sensazione di stordimento. Ciò che abbondava, e non senza ragione, erano i cani. I cani servivano per andare a caccia, per pascolare le pecore, per fare da guardia ai capannoni. I cani erano tanti, e tutti molto arruffati e concentrati, perché ognuno di loro aveva un lavoro e non andava mai in ferie. Mentre noi restavamo in ferie per tutta l’estate e poi eravamo in ferie ogni pomeriggio, giù in cortile, a cercare di occupare delle ore stiracchiate come lenzuola di canapa. Inventavamo ogni tipo di gioco e se qualcuno mi chiedesse cosa intendo per fantasia, lo porterei indietro nel tempo a giocare con noi.
Non fu difficile raggiungere quella timpa a bordo strada che Piero mi indicò. Ci arrivammo assieme, parlando di qualcosa, e ci inerpicammo oltre il muretto di pietra tufacea e sfarinosa, scavallammo dietro un dosso di terra ruvida e spoglia e… non trovammo nulla. Non che ci fossero altri alberi, avremmo per lo meno potuto cercare se il nostro si fosse nascosto tra quelli. Non c’era nessun albero: soltanto brulla sterpaglia puntellata di sassi piccoli e appuntiti come schegge. Poco distante, un rudere di pietra, forse un tempo adibito a granaio.
«Perché sono un coglione» disse Piero dandosi un lieve colpo di pollice sulla fronte e scuotendo la testa. «Non era qui, no. Era più in là, verso la cantina sociale. Dobbiamo percorrere ancora mezzo chilometro, forse di più. L’albero è sulla destra, prima che si crei lo slargo per lo svincolo per il paese vicino».
Lo guardai senza parlare. Sollevai le spalle. L’albero di càccamo non era lì, era da un’altra parte. Lo avremmo raggiunto. Saremmo stati attenti a non spaccarci i denti, coi suoi semi. Li avremmo sputati con cura e rimessi in tasca. I semi di càccamo sono proiettili micidiali, lo sanno tutti i bambini. Li avremmo conservati, una volta secchi, per il mucchinu, la cerbottana. Piero ne aveva una di canna, molto bella. Io no. Io prendevo una penna a sfera, toglievo il tubicino dell’inchiostro e avevo il mio mucchinu. Deludente, nel complesso. Meno bello, meno funzionale. Più semplice da farsi, comunque: io con le mani non ho mai saputo fare granché.
Tornammo indietro, ridiscendemmo la timpa, il muretto, forse ci graffiammo appena sotto i pantaloncini comprati al mercato; delle mamme ce ne infischiavamo, avrebbero pulito quel che avrebbero trovato. Tornammo sulla strada asfaltata, dritta come un destino che scherza con gli altri, e con noi mai. Guardavo Piero, era così sottile che mi sembrava volasse, con quelle gambe leste e scure, con la sua testa vieppiù appuntita da una pettinatura aerodinamica. Andava avanti baldanzoso e io, dinoccolato e già perdutamente intellettuale, gli caracollavo dietro. Mi voleva molto bene, ed io ne volevo a lui. Eravamo così diversi eppure così sempre insieme. Dove l’uno mancava, l’altro soccorreva. Ad entrambi piacevano i frutti del càccamo, perché a fronte di poca polpa corrispondeva un gusto di una dolcezza intensa ma equilibrata. Non come le carrubbe, il cui sapore era così melenso da stordire. Il càccamo foderava il palato di una dolcezza appena allegante e non ti saresti mai stancato di ruminare.
Ci muovevamo ora accanto ora in una ridottissima fila indiana, io e lui, col viso in fronte alle automobili. Attorno a noi non un mandorleto, non un pescheto né un uliveto. Ma singoli mandorli, peschi, ulivi, pistacchi sparpagliati, a volte persino desolati fuori dai recinti. Questi alberi la gente li tiene come i cani, per un minimo utile, nella casa in campagna. Quando è stagione li depredano in un attimo, senza avergli mai fornito alcuna cura. È la natura che regala, forse in risarcimento di tutti gli altri dispiaceri quotidiani. Avremmo potuto fare incetta di mandorle, se avessimo voluto. Ci saremmo potuti sedere sotto un albero, assicurandoci prima che non fosse un mandorlo sarvaggiu, dunque amaro, e con due grosse pietre, alla maniera degli uomini preistorici, rompere gusci e assaporare la polpa. Avremmo potuto farlo, e in alcuni giorni di noia lancinante lo facevamo. Quel giorno, però, avevamo appuntamento con un càccamo.
Quando arrivammo allo slargo vicino al bivio, l’albero frondoso si parò di fronte a noi, offrendoci innanzitutto ombra. La passeggiata iniziava a diventare lunga: avevamo percorso ben più di mezzo chilometro; forse uno, forse anche di più. Ci sedemmo un attimo per terra, su quella terra ancora dura e decisamente secca, dalla quale iniziava, all’ombra dei rami, a spuntare qualche timido stelo d’erba. Le formiche iniziavano a cantare la canzone di fine turno, le cicale si preparavano a morire. Io e Piero parlammo ancora un po’. Mi disse che gli piaceva una ragazza, e lui piaceva a lei. Avevano fatto delle cose, e lui me le raccontò. Poi si alzò: dovevamo raccogliere i càccami. Aspettò che mi alzassi anch’io, e mi mettessi a cercare. I miei occhi, trincerati dietro un paio di occhiali spessi, vedevano un nevaio di foglie. Affondai le mani, scostai i rametti, mi immielai di certo con la resina appiccicosa, ma trovai nessun frutto. Piero guardava me e poi l’albero con un’aria decisamente stupida, poi scosse la testa.
«Scusa, Matteo, non è questo il càccamo»
Io mi fermai a mezz’aria. Non abbassai le mani, piuttosto strappai una foglia e me la piantai davanti agli occhi. Maledetti “occhi di lince”, mi avevano tradito ancora una volta. Non era quello, il càccamo: fu facile anche per me, allora, concludere che era proprio così. Attorno all’albero maestoso, che poteva ben sembrare un càccamo e non era, non c’era nulla. Qualche troffa sparpagliata stava a significare che la vita si acquatta dove può e sceglie una forma qualunque. La cantina sociale era di fronte a noi: il bivio sulla destra ci avrebbe condotti verso nuove campagne e poi, con un lungo giro, di nuovo al nostro paese; quello a sinistra, verso il guado di un torrente secco e poi su, dopo qualche chilometro, per una ripida salita sino al paese vicino.
«Io quei càccami li ho mangiati», disse Piero con una punta di delusione dalla quale non traspariva alcun segno di disperazione. «Li ho mangiati, e si vedeva la cantina sociale. A questo punto non resta che proseguire a destra e cercare ad ogni angolo di strada quel maledetto albero purché da lì si veda la cantina»
Io misi le mani in tasca e guardai oltre il bivio: iniziava un altro rettilineo e la strada era secondaria, dunque meno trafficata. Ci incamminammo ancora, passando sopra un ponte. Vedemmo ai nostri piedi un allevamento con gli stazzi vuoti. Le pecore erano senz’altro al pascolo ed erano passate proprio dove ora poggiavano le nostre scarpe: i loro cacherelli scrocchiavano ancora morbidi sotto i passi. Superato il ponte riprendeva la campagna attorno a noi, ed ecco alberi e arbusti. Quell’albero sembrava il nostro, e invece era un alloro, che dà frutti molto simili a quelli del càccamo ma immangiabili. Dall’altro lato un eucaliptus, e poi un salice… Arrivati in fondo alla strada individuammo con lo sguardo il fantasma della cantina sociale all’orizzonte. Ormai poteva sembrare un mostro qualunque, persino una enorme foca spiaggiata in mezzo alla campagna, come capita di incontrarne negli incubi più complicati.
Il paese era ormai lontano. Il càccamo forse lo avremmo trovato dietro l’angolo, forse lo avevamo già superato e a nulla era valsa la nostra meticolosa ricerca. Magari non c’era mai stato, ma era difficile crederlo.
«Dobbiamo proseguire. È stato due anni fa che ho mangiato quei càccami. Ricordo un edificio bianco, grande. Non era una casa privata. Forse non era la cantina sociale. Certo che no, ricordo che c’era acqua lì vicino! Perseguendo lungo questa strada c’è il lago e lì di fronte il frantoio».
Ma che ci fosse anche il càccamo, io iniziavo a disperare. Ne dovemmo fare di strada, e a quel punto il sole di settembre, per quanto un leone in declino, si avviava verso il suo raggiante mezzogiorno. La sete mordeva man mano che il sudore, colando lento dalle tempie, asciugava il corpo. Conoscevamo abbastanza bene quelle campagne e non c’era fontana né testa d’acqua che potessimo raggiungere senza lunghe deviazioni. Ebbi un’idea. Ad un certo punto, quasi senza parlare, mi infilai per una proda e, tra la polvere, raggiunsi un filare. Velocemente strappai due grappoli e ritornai sulla strada, dove Piero, accortosi della mia pensata, si era fermato ad aspettare incuriosito. Mangiammo quell’uva, piccola e ancora un po’ acerba. I primi chicchi ci diedero ristoro ma subito dopo ci accorgemmo che quello non era certo un rimedio contro la sete: quel sapore zuccherino ed aspro assieme ci avrebbe accompagnato sino alla fine della lunga passeggiata.
A quel punto eravamo comunque al nostro giro di volta. Ci trovavamo esattamente a metà tra la strada percorsa dopo il paese e quella da percorrere sino a ritornarvi lungo la via che stavamo percorrendo. Di buona lena, anche perché si approssimava l’ora del pranzo, muovevamo passi veloci e appena affannati per quella che adesso diventava una dolce salita. Chissà che avrebbero detto le nostre mamme, se avessero saputo dove eravamo. Chissà se ci cercavano, affacciate ai balconi, chissà se ci chiamavano. Chissà che minacce lanciavano, e quali punizioni covavano. Avevamo parlato già poco fin lì, ma adesso non parlammo quasi più: di tanto in tanto ci guardavamo come chi ha combinato una piccola bravata ma penso che entrambi fossimo davvero felici, sotto quel cielo di mille azzurri diversi, tutti intensi, che digradavano sino a scomparire dietro i disegni perfettamente riconoscibili delle nostre colline.
Raggiungemmo il lago, raggiungemmo il mulino. Non c’era tempo per cercare il càccamo, e ancora oggi io non lo so se dietro quel che resta di quei ruderi, se a pochi passi dalle rive disseccate ci sia un albero dai frutti neri e dolci, ma dovemmo proseguire.
Quando arrivammo nei pressi delle nostre case, l’ora del pranzo era passata da un po’ e ci salutammo in fretta. Sudati, accaldati, con la bocca amara e dolce e aspra, con i polpacci bianchi bianchi di polvere, non chiesi a Piero se avesse mai mangiato davvero a quell’albero di càccamo. Gli chiesi solo:
«Ma perché mi hai chiesto se mi piacesse il càccamo?»
«Per fare una passeggiata», rispose lui.

Palermo, 15 novembre 2016

© Michele Burgio

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