Giorno: 21 novembre 2016

Lo stile di Giulia

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

Lo stile di Giulia

di Peppe Stamegna

*

Questo porto non lo sopporto più. Vedo sempre le solite quattro barche vecchie con la ruggine che scende dai lati, con tutte quelle cime pelose che pendono e puzzano solo a guardarle, così come quel chioschetto infimo laggiù a sinistra, poco prima della pompa di benzina mezza abbandonata: i proprietari devono ringraziare i quattro pescatori puzzolenti se riescono a tenerlo in vita coi loro caffè corretti.

A Maria l’avevo detto: resto un paio d’anni, giusto il tempo di far innamorare bene bene Guido e poi scappo via con lui verso Bologna o Roma, o chissà dove

Proprio così le dissi quella sera che decisi di restare a vivere qui. Si stava tutti insieme spensierati su quella terrazza poco illuminata e piena di uomini con camicie bianche sbottonate e donne con vestitini sgargianti e sorrisi generosi, si beveva birra e si rideva uno dentro la faccia dell’altro. Era estate, e davanti c’era tanto mare. Ero convinta che la mia vita avesse incrociato la fortuna di ritrovarsi insieme a persone belle, e un po’ strambe: questa scena della terrazza rappresenta bene come sognavo da ragazza la mia vita futura. Così desideravo immaginarmi da grande. Ma sognavo nel sogno. Ora eccomi qui sopra a questa terrazza maiolicata di blu e ben illuminata, con il grembiule nero fino alle ginocchia e gli occhi neri di matita che intimidiscono sempre un po’ gli uomini. Uso scarpe comode per correre svelta da un tavolo all’altro, dal martedì alla domenica, estate e inverno. Sempre qui. Mi rilasso un po’ la mattina al risveglio, sempre sul tardi, quando il sole già picchia e lascia poca aria in giro. Faccio colazione al bar di Maria; a lei sto raccontando i miei tormenti penosi di femmina. Con i colleghi c’è poco da fidarsi. Provano ogni giorno a sedurmi con racconti di vite mai vissute interamente da loro, o con quei loro slanci fatti di battute e sguardi per conquistarmi: cercando invano di scacciare la mia vecchia alleata apatia sociale. Tanto alla fine i loro poveri sogni di gloria si vanno sempre a nascondere nella federa del loro morbido cuscino di mammà, ancora prima dell’alba, quando con facce da bimbi provano a smarcarsi, almeno nei sogni, da mamme gigantesche: donne poco truccate, con il Tavor sempre in borsa. Figurati. Stavo, e sto qui, in questa cittadina salata e senza futuro, solo per l’ultima speranza di rivedere Guido e la sua pittura divina. Loro lo sanno, ma, poveracci, si mettono a competere anche contro il suo fantasma, pur di provarci con me, femmina da conquistare, secondo l’opinione di questi zoticoni di mare. Nei miei occhi neri invece lascio entrare volentieri i pescherecci che nel pomeriggio arrivano con le loro reti umide appese e piene di fravaglia, come i pescatori chiamano quei pesciolini senza qualità, e quindi senza commercio; un po’ come io vedo i miei colleghi camerieri: valgono poco davanti all’eleganza di Guido, figuriamoci davanti alla sua pittura. Lui sa esprimersi con uno stile asciutto ma espressivo, così si distingue senza spocchia dalla moltitudine di pittoretti che sono in circolazione in questi anni barbarici. Così diceva quel critico di Firenze sul catalogo un po’ informale della sua ultima mostra. Maledetto lo stile e la mia ostinazione a volerlo bere come fosse limonata fresca. Speravo di baciare Guido tutte le mattine, per prendermi il suo stile, la sua unicità. Farmi contagiare ogni santo giorno come una santa col suo oppresso. Che scema, la solita scema ragazzina di trent’anni che beve cose di cui non conosce gli effetti né tanto meno il sapore vero, crudo e terribile della realtà che si appiccica ai nostri corpi. Niente, non capisco proprio niente, sarà la tara di famiglia.

(altro…)

Mors tua, Matilde Serao

cop-serao

Nella notte smorente, era tramontato l’arco tagliente di una fredda luce lattea della luna: il gran cielo di Roma che si curvava sulle larghe vie venienti dalla stazione, sulle terme di Diocleziano, sui piccoli giardini roridi di rugiada, sulla fontana cantante dell’Esedra, dai nudi, neri, lucidi corpi muliebri, sulle pietre di Roma, che l’umidità di Roma ancora bagnava, il cielo di Roma si chiariva dei primi impercettibili albori, che salivano dall’orizzonte al centro: e vi s’illanguidivano nel cielo, vi si smarrivano, le ultime stelle. Una piccola ombra apparve, sfiorando la siepe di uno dei giardini: e dal bavero alzato contro l’aria prima pungente, dal cappello abbassato sulla fronte, si scorgeva solo un piccolo viso pallido e gentile, occhi bassi, labbra strette, mani nascoste dentro il nero ferraiuolo talare, stretto alla cintura.

Un libro per essere attuale non deve essere necessariamente scritto da poco tempo. Il passare degli anni aiuta il libro stesso a mostrare sino in fondo la sua verità, anzi spesso l’incomprensione dell’epoca in cui è stato scritto e l’ostracismo del potere è moneta per gli anni a venire. Mors Tua (..romanzo in tre giornate) di Matilde Serao, è più di una semplice testimonianza storica, se fosse stato scritto con un’altra lingua o in un altro paese sarebbe stato un capolavoro. Liberato dalla retorica aulica della lingua letteraria italiana dell’epoca, da quel misto di realismo compassionevole e occhio decadente di un certo dannunzianesimo di maniera, questo romanzo sarebbe stato una lama ancor più affilata nel dramma della Grande Guerra.
Mors tua è l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Matilde Serao, figura centrale della letteratura e del giornalismo italiani a cavallo del XIX e XX secolo, pubblicato un anno prima della sua morte da Treves e ripubblicato, dopo novant’anni, all’inizio di quest’anno da Studio Garamond (€ 14,50 ISBN: 978-88-909815-1-7), nella collana Supernova che si occupa di riportare in libreria libri dimenticati come I misteri di Montecitorio di Ettore Socci e Casta diva di Gerolamo Rovetta.
Il romanzo fu osteggiato dal regime fascista per il suo contenuto fortemente critico verso la retorica della guerra e l’analisi spietata degli effetti psicologici devastanti sulla popolazione e anche sulla sua tenuta morale del paese. Letto in profondità, il libro della Serao, che anch’essa prima era stata a favore della guerra, è al tempo stesso una denuncia e un monito. Una denuncia sugli sconvolgimenti che la guerra portò nella vita delle persone, un monito su quello che sarebbe potuto accadere se non si fossero comprese le ragioni e rimosse le cause. In questo libro, il lettore della Serao, ritrova, anche se solo in parte, la sua potente capacità descrittiva e una non comune capacità di scandaglio dell’animo umano, soprattutto femminile, ma non solo. I personaggi, anche quelli maschili, hanno uno spessore non stereotipato, emergono dalla carne viva della storia e si imprimono nella memoria di chi legge per il loro portato umano e tragico. Certo le situazioni e le occasioni dei drammi e le convenzioni della società italiana di inizio Novecento, letti quasi un secolo dopo, ci sembrano provenire da un altro mondo, ma questo è un po’ lo scotto da pagare per entrare in un dramma che mette a nudo le questioni fondamentali della vita: il rapporto madre, Marta Adore, con il figlio; l’amore travolto dalla storia, quello tra Loreta Leoni e Carletto Valli; il rapporto con un dio che è sia quello vendicativo degli eserciti, sia quello dell’amore che si fa parola nel figlio e che chiama chi crede, come Don Lanfranchi, a una decisione. In questo romanzo corale, che rispecchia il dramma al tempo stesso collettivo e privato della guerra, la vicenda di ogni personaggio è legata invisibilmente a quella di ogni altro, la guerra, il suo presentarsi come un incubo inevitabile e interminabile, assume il tratto di uno spartiacque epocale ed esistenziale, un uragano che spazzerà via tutti, ma soprattutto i più deboli, quindi una guerra di classe, e avvelenerà i pozzi, lasciando negli animi di chi rimane il veleno dell’odio nazionalista.
L’originalità del libro sta soprattutto nel trattare la guerra come un vero e proprio dramma psicologico che sconvolge le menti delle persone, un’ossessione che si trasforma in un lutto impossibile da elaborare. Nessuno ne uscirà indenne, ognuno avrà qualche ferita immedicabile, ognuno dovrà fare i conti con qualcosa di perso irrimediabilmente.

La notte sgrana le sue ore sulla casa ove vivono, deserte per sempre dei loro figliuoli, Marta Ardore e Antonia Scalese. Sono ore d’immota e cruda insonnia, ove ritornano i più assillanti ricordi: ore di travaglioso dormiveglia, ove ancora il pensiero inquieto si avvolge e si svolge e si aggroviglia, novellamente, senza tregua: ore di pesante sonno, donde l’anima si scuote, si sveglia, balza fuori, a un oscuro richiamo. Posa sull’origliere la testa di Antonio Scalese e, senza più il sorriso, senza più il riso della follia, tutta si scorge la devastazione mortale di quella fibra materna, e il suo rapido cammino alla morte: si aggrava il sonno, come una pietra, su lei, ma, a un tratto ella sussulta, si leva, nella oscurità, nella solitudine, urla: — Gianni, tu sei morto? È vero, che sei morto? Gianni, Gianni, per pietà, dimmi, se sei morto?

© Francesco Filia