Giorno: 17 novembre 2016

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #28

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Ventisette – Il sentiero per la Loggia Nera]
There are clues everywhere, all around us. But the puzzle maker is clever. The clues, although surrounding us, are somehow mistaken for something else. And the something else, the wrong interpretation of the clues, we call our world. Our world is a magical smoke screen. How should we interpret the happy song of the meadowlark or the robust flavor of a wild strawberry?  

Ci sono indizi ovunque, tutt’intorno a noi. Ma il creatore del rompicapo è astuto. Gli indizi, anche se ci circondano, sono in qualche modo scambiati per qualcos’altro. E questo altro, l’errata interpretazione degli indizi, lo chiamiamo mondo. Il nostro mondo è un magico schermo di fumo. Come dovremmo interpretare la canzone felice di un’allodola o il forte aroma di una fragola selvatica? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Per tutta la vita decifriamo indizi sparsi per il mondo, tra le parole degli altri, dentro i nostri pensieri. Per andare avanti, ci convinciamo che ogni volta la nostra lettura sia quella più affidabile, plausibile, sostenibile, e così le altre a seguire, fingendo una coerenza invincibile delle cose che ci accadono. Questo nostro travisare, scambiare gli indizi per something else, lo chiamiamo mondo. Cosa c’è davvero dietro quel magical smoke screen, fatto del fumo delle nostre convinzioni? Ognuno è il puzzle maker di se stesso, anche quando crediamo di uscire dall’isolamento, che la nostra idea abbia di fuori l’evidenza del canto di un’allodola o dell’aroma di una fragola selvatica. Ma la nostra interpretazione del mondo è solo una possibilità, non l’unica verità. Inebriati dal nostro stesso canto, non sentiamo invece quello degli altri. Siamo l’uno per l’altro come il Gigante per Cooper, agitandoci senza parole per un messaggio che verrà frainteso.
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@Andrea Accardi

Anticipazioni: Enrico De Lea, La furia refurtiva

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Anticipazioni

Enrico De Lea, La furia refurtiva, Vydia Editore 2016

Quale voce avrebbero le pietre se riuscissimo a divinarne i suoni? La risposta che mi appare più corposa e, con un tratto originale, inaspettatamente melodiosa, mi giunge dalla poesia di Enrico De Lea. Non da oggi, s’intende, bensì dalle prime sue pubblicazioni, in particolare con Ruderi del Tauro (L’arcolaio 2009). In quel volume troviamo già gli elementi costitutivi e, in componimenti quali (presto accade), il manifesto poetico di De Lea: «Poiché non sanno/ l’enigma del puro proferire,/ del suo freddo sentire/ di quell’anno, presto accade/ che l’arma del suo amare/ s’arrenda, covi/ ben due serpi di stile, in processione/ luci dell’oscurato, da torrette.» Con La furia refurtiva, tuttavia, raccolta (di cui è prossima la presentazione) che racchiude e schiude più raggruppamenti (La serpe di Laconia, Pause e licenze, Cinque sequele) sembra davvero di percorrere quaderni fitti di note per strumenti e voce, nei quali si dispiega, compatto come roccia e mobile come corso d’acqua, l’universo della scrittura di De Lea. Se le acque respirano e si confessano, sgorgano improvvise e si rivelano da vene sotterranee, i greti prosciugati mandano in avanscoperta richiami sonori, perché ricerchino chi ne sappia scoprire le concatenazioni. Le ottave di Suono del vento primo (anch’esse, come Respiro e confitemi delle acque, tra le Cinque sequele) sono prova del lavoro, ampio e preciso, del poeta sulla forma. Esse infatti coniugano la rima, prevalentemente alternata a esclusione del distico finale, sempre a rima baciata – con metri diversi – l’endecasillabo di «Porto le brocche per un suono d’acqua», il dodecasillabo come doppio senario, oppure come quinario più settenario o, ancora, il doppio settenario di «con tutta la vittoria della visione varia». (altro…)