Giorno: 15 novembre 2016

Burhan Sönmez, Istanbul Istanbul

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Burhan Sönmez, Istanbul Istanbul, Nottetempo 2016; € 17,00, ebook € 9,99; trad. di A. Valerio

di Martina Mantovan

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Il buio avvolge i corpi rinchiusi nella cella: quattro uomini condividono lo spazio angusto e umido di una cella, nei sotterranei di Istanbul. Una Istanbul divisa, speculare, occulta: la città del sogno che cela nelle sue viscere l’umanità negata; una città che poggia le sue fondamenta sul terrore più oscuro. Burhan Sönmez edifica un romanzo profondo e dilatato, come il dolore, come il tempo: porta la narrazione tra i meandri dell’abiezione umana; alle radici del sogno che volge in incubo, un incubo che ha il sapore concreto del sangue che impasta la bocca e appanna la vista.

Vecchio Küheylan, pensavi che questa cella fosse Istanbul? Adesso siamo sottoterra; sopra di noi ci sono strade e palazzi ovunque. La città si estende da una parte all’altra dell’orizzonte, anche il cielo fa fatica a ricoprirla tutta. Sottoterra non c’è differenza fra est e ovest, ma se osservi il vento sopra, ti accorgerai che si incontra con le acque del Bosforo e dalla collina si può distinguere il color zaffiro delle onde. Se avessi visto per la prima volta quella Istanbul che tuo padre ti ha raccontato dal ponte di una nave e non da questa cella, avresti capito, vecchio Küheylan, che questa città non è fatta di tre muri e una porta di ferro. […]

Il Dottore, Kamo il barbiere, Demirtay lo studente e il vecchio rivoluzionario Küheylan sono i punti cardinali dello stesso universo: prigionieri e condannati a un destino comune, abbattono i limiti dello spazio reale della cella aprendosi una breccia per inseguire l’utopia della finzione.
Vita e finzione divengono tutt’uno nel momento in cui l’esistenza può dirsi tale solo nella pratica immaginativa: è la narrazione a mantenere in vita gli uomini di fronte all’inesorabilità del dolore. Attraverso la narrazione, nello sforzo continuo e necessario di evadere per non perdere se stessi tra le urla dei corpi straziati, i prigionieri tessono la trama del tempo futuro e passato, intrecciando simboli e metafore che infondono luce e colore al vissuto che ristagna.
Per dieci giorni essi inseguono la chimera della narrazione, dieci giorni in cui la gelida realtà viene mitigata ed elusa nell’effimero gioco del racconto che si fa collante. È nell’arte del racconto che avviene la totale adesione alla verità di sé come uomini nella propria interezza; nella dinamica narrativa essi perseverano l’unità salvifica dinnanzi all’estensione del dominio del dolore.
La finzione si fa quindi urgenza vitale: è la fune con cui possono calarsi al di là del muro, il filo che li tiene ancora legati alla vita, alla Istanbul dell’umanità emersa.

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Elena Varvello, La vita felice

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Elena Varvello, La vita felice, Einaudi 2016, € 18,50, ebook € 9,99

di Martino Baldi

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Nell’agosto del 1978, l’estate in cui incontrai Anna Trabuio, mio padre portò nei boschi una ragazza.
Si era fermato col furgone sul ciglio della strada, prima del tramonto, le aveva chiesto dove stesse andando, le aveva detto di salire.
Lei accettò il passaggio perché lo conosceva.
Lo videro viaggiare a fari spenti in direzione del paese, ma poi lasciò la strada, prese un sentiero ripido e sconnesso e la costrinse a scendere, la trascinò con sé.

Elia ha sedici anni e vive a Ponte, un piccolo paese in mezzo ai boschi, con la madre Marta e il padre Ettore. È l’estate del 1978. Nel dicembre immediatamente precedente un bambino è scomparso nel nulla gettando nell’angoscia tutto il paese, che già viveva una crisi profonda dovuta soprattutto alla chiusura dello stabilimento che dava lavoro a gran parte dei suoi abitanti. Il padre di Elia è uno dei tanti che ha perso il lavoro e da quel giorno ha cominciato ad accelerare la sua deriva mentale dovuta a un disturbo bipolare.
L’estate del racconto è quella in cui Elia fa amicizia con Stefano, un coetaneo nuovo arrivato in paese, e si innamora di sua madre Anna Trambusti, che ha vent’anni più di lui ed è tornata a Ponte dopo esserne fuggita molti anni prima. Ma più di ogni altra cosa è l’estate in cui suo padre Ettore, all’apice del delirio paranoide, in una notte maledetta e allucinata, sequestra una ragazza. Una di quelle incrinature che minacciavano le vicende domestiche nei racconti d’esordio della Varvello, in L’economia delle cose, si è spalancata, si è fatta voragine e sembra poter inghiottire tutto. Elia si trova a precipitare violentemente fuori dall’ingenuità della giovinezza, teso tra la scoperta di sé, l’angoscioso tentativo di comprendere il comportamento paterno e quello di tenere integro l’amore che unisce la propria famiglia, di ricomporre la voragine.
In poche parole si potrebbe dire che La vita felice è un romanzo di formazione teso come un thriller, in cui la suspense è tutta nello stile, asciutto e scavato da vene di sgomento, speranza, incredulità e silenzio (e vedremo più avanti che non è solo un modo di dire). Sappiamo già tutto sin dalle prime pagine ma la tensione è implacabile, suscitata dal modo in cui la lingua della Varvello si tiene vicina al protagonista adolescente, a cui presta la voce nel lungo flashback con cui Elia stesso, trent’anni dopo, cerca di attraversare in direzione inversa, la più oscura linea d’ombra della sua esistenza.
L’attrazione che di pagina in pagina questo libro esercita nei confronti del lettore si deve soprattutto alla tensione di cui abbiamo detto, all’empatia che riesce a innescare nei confronti di tutti i personaggi, perfino nei loro momenti più terribili, e al modo in cui la narrazione attrae il lettore dentro di sé, in un certo senso facendogli spazio, portandolo direttamente in scena a condividere con i personaggi i loro sguardi nel buio e a provare sulla propria pelle l’inquietudine del cercare continuamente risposte senza averne di confortanti. (altro…)