Giorno: 14 novembre 2016

Chiara Mutti, Scatola nera

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Chiara Mutti, Scatola nera, FusibiliaLibri 2016

Recensione di Dante Maffia

Se si attendono gli esiti della scatola nera vuol dire che il disastro è già avvenuto ed è nel disastro che bisogna andare a leggere le indicazioni necessarie per scoprire i motivi per cui l’aereo è caduto. Restando nella metafora, questa scatola nera di Chiara Mutti è talmente dichiarata ed esposta che entrarci non dovrà essere una complicazione ma una verifica di che cosa contiene, essendo una scatola nera molto particolare, quella che bisogna leggere quando a cadere è una persona, con tutto il suo passato, con tutte le sue accidie, le sue recriminazioni, le delusioni, i progetti naufragati, i progetti realizzati, i sogni.
Dunque animo, silenzio e attenzione massima per cercare di decifrare i quarantuno messaggi che sono conservati in questo delizioso scrigno. Attenzione massima perché si tratta di messaggi a un tempo metafisici ed esoterici sorretti da un pensiero sottile e perfino delicato, ma non per questo flebile.
La voce di Chiara Mutti è riconoscibile, lo era già al suo esordio, infatti La fanciulla muta ha destato l’attenzione di critici e di premi importanti, perché la pastosità espressiva della poetessa non tergiversa, non nasconde le verità, anzi le sottolinea e le rende incandescenti come pietre aguzze che penetrano nel cuore e forse anche negli occhi.
La Prefazione di Aldo Onorati mi pare che dica fino in fondo i motivi per cui Scatola nera è importante, ma, come sempre accade per i libri densi e ricchi di tematiche e di sfumature, è impossibile condensare in due pagine la piena di un fiume che via via pone mille domande.

Perché mai questa scia
di detriti alla deriva?
Questo nulla che ci attrae
più dell’attorno scomposto?

Chiara Mutti non appartiene alla congrega di quei poeti che scrivono senza la consapevolezza di quel che comporta la poesia, tanto è vero che i lettori superficiali dei suoi versi potrebbero facilmente definirla pessimista o leopardiana. In realtà lei del dolore e delle disfunzioni del sociale non coglie gli aspetti soliti, ma i risvolti insoliti, quelli, per intenderci, che sarebbero piaciuti e Celan o a Trakl o addirittura a scrittori come Schnitzler. (altro…)

La commedia di Charleroi – Pierre Drieu La Rochelle

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Ma lei sa meglio di me che la guerra è divenuta un flagello mostruoso, sproporzionato, che ha completamente smesso di essere alla misura dell’umanità.

È da qualche anno che, in occasione del centenario della prima guerra mondiale, vengono riproposti non solo libri di storia, ma anche testi letterari che hanno la Grande Guerra come argomento o che ad essa in un modo o nell’altro fanno riferimento. Tra questi testi nel 2014 è stato ripubblicato da Fazi Editore La commedia di Charleroi di Pierre Drieu La Rochelle, libro composto da sei racconti, di cui il primo, forse il più ambizioso e significativo, dà il titolo all’intera raccolta. Gli altri sono: Il cane della scrittura, Il viaggio dai Dardanelli, Il tenente dei fucilieri, Il disertore, La fine della guerra. Il tema dei racconti, più che la Prima guerra mondiale nel suo svolgersi – il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1934 a quasi vent’anni da i fatti bellici – è il ricordo, la riflessione a posteriori sugli eventi che sconvolsero l’Europa per un quinquennio. La Grande Guerra in questi sei racconti – che però sono così intimamente legati tra loro nello stile, nella tematica, da sembrare un unico romanzo visto da angolazioni diverse – diventa il paradigma dell’esperienza stessa dell’esistenza, in cui le sensazioni, le emozioni le azioni assumono un’intensità tale da mostrare il volto profondo e tragico della vita. I protagonisti dei vari racconti, comprendono, rivivendola, narrandola a posteriori, in una pausa o alla fine del conflitto, che in quegli anni, in quei momenti si è deciso qualcosa di loro, al di là delle loro intenzioni, al di là di ciò che loro credevano di essere prima. Grazie alla guerra hanno scoperto dolorosamente chi sono, cosa sono, oltre e al di sotto delle finzioni e delle ipocrisie perenni della vita borghese. In questa prospettiva si può spiegare il titolo del libro, tornare alla fine della guerra, negli stessi luoghi che hanno visto una delle prime battaglie sul fronte occidentale, significa cercare di coglierne il senso a posteriori, rivivere quella temperie bellica con i familiari dei caduti, cercare di spiegare loro gli eventi. Ma questo tentativo trasforma ciò che è stato intensamente tragico, l’atto e il gesto bellico, in una commedia, in una serie di rituali commemorativi che assumono quasi sempre tratti grotteschi e tristi. Quello di Drieu è uno sguardo lucido e problematico, in lui non vi è una ripulsione verso la guerra in sé, come in tanta letteratura pacifista, ma il rifiuto nobile e radicale è solo verso una guerra come quella moderna che non mostra il valore dell’uomo, il suo coraggio, ma lo fa diventare solo carne da macello di strumenti ipertecnologici. Ma in Drieu non è presente nemmeno, come ad esempio in Ernst Jünger, di cui pur condivide posizioni politiche e soprattutto la critica verso il mondo moderno, un’adesione totale all’evento guerra come manifestazione suprema delle forze elementari dell’esistenza. In lui, invece, vi è lo sguardo, al tempo stesso partecipe e distaccato, di chi vive e si vede vivere, di chi si immerge nelle situazioni ma al tempo stesso le vede nella loro finitudine irredimibile, uno sguardo che mostra tutte le contraddizioni senza pretendere di risolverle. Il racconto della guerra – con la sua prosa limpida, elegante, classica – diventa per Drieu meditazione sull’uomo, su chi è veramente, su cosa può diventare. Ciò avviene soprattutto nei dialoghi serrati di alcuni racconti, in cui il rapporto tra l’individuo e il potere, tra il singolo e la sua patria, tra uomo e popolo a cui appartiene vengono messi a nudo («Le personalità non esistono che come rifrazione di un popolo»). La guerra fa deflagrare non solo vite, ma anche le contraddizioni dell’esistenza, le mostra nella loro potenza dilaniante e nella loro unità originaria e annientante. Tenerle insieme con la conoscenza o il ricordo è impossibile, la parola può solo accennarvi, circuirle e circoscriverle. Possono però essere vissute per un istante, per un momento irripetibile, che travolge e abbaglia. Il momento in cui il caso, quello che in guerra separa chi muore e chi vive, si fa destino.

In quel momento ho sentito l’unità della vita. Lo stesso gesto per mangiare e per amare, per agire e per pensare, per vivere e per morire. La vita è un solo getto. Io volevo vivere e morire al contempo. Non potevo voler vivere senza voler morire. Non potevo chiedere di vivere pienamente. D’un solo tratto, senza chiedere di morire, senza accettare l’annichilimento.

© Francesco Filia