Giorno: 11 novembre 2016

What happened Miss Simone? Recensione

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foto tratta dal sito del quotidiano The Guardian

Chi ha amato ed ama la voce di Nina Simone tanto da rimanerne incantato ogni qual volta la ascolti non potrà fare a meno di guardare, con pathos − e partecipazione − questo documentario sulla sua vita e sulla sua carriera. What happened Miss Simone di Liz Garbus, uscito ad inizio del 2015 su Netflix (candidato all’Oscar come migliore documentario lo stesso anno, proiettato in apertura del Sundance Film Festival, vincitore di premi quali il Peabody Award e il Primetime Emmy Award al miglior speciale documentario o non-fiction), basa la sua trama sulla biografia di David Brun-Lambert ma estende il racconto a immagini di repertorio, in un viaggio reale e amaro dentro la vita di un’artista che ha lasciato il segno non soltanto nella sua epoca. Il riverbero della sua vicenda, in bilico tra tradizione e contemporaneità musicali, genialità, fragilità e un’adesione molto forte alle battaglie per i diritti civili che, negli anni Sessanta soprattutto, la comunità afroamericana degli Stati Uniti portava avanti, la pongono come una figura non priva di ambiguità; questo documentario − a ragione − ricorda tratti e spinte, momenti salienti di un’esistenza che (dalla Carnagie Hall alle battaglie di Martin Luther King) sceglie ‘liberamente’ cosa essere in quel momento, e soprattutto cosa non essere. Dalla mancata carriera come pianista classica alla soglia dei vent’anni − per ragioni di discriminazione razziale −, al ripiegamento nei locali notturni per guadagnarsi da vivere, sino alla scoperta di una propria direzione con musicisti che l’hanno accompagnata a lungo. La sua voce, così speciale nel timbro, nell’approccio, nell’intenzione che emana, capace di cogliere un dolore e una sofferenza propria e del fuori, è tra le più grandi testimonianze artistiche al femminile del secondo Novecento. Quel suo sentire, profondamente legato anche alla vicenda personale con il marito e manager Andy Stroud (di cui si può leggere qui) − un compagno dapprima sicuro, poi illegittimamente assuntosi l’onere di dettare una direzione rigida alla sua carriera, imponendosi anche con violenza nelle sue scelte −, attraverserà molte fasi. Ciò che ci è dato sapere, dalla testimonianza della figlia Lisa, che nel film narra la storia materna con uno sguardo lucido e penetrante, riguarda l’amore e la sottrazione costante cui Nina era sottoposta, prima che dagli altri forse da se stessa. Un continuo andirivieni nel music business, mai del tutto fatto per lei che, con grande slancio ma anche talvolta incoerenza, desiderio di distacco, incapacità di sentirsi a proprio agio in quel mondo manovrato dall’alto − nonostante le mise sofisticate, un poco eccentriche e sicuramente d’impatto che sfoggiava sul palco. E poi la storia degli abusi, da parte del suo partner in affari e nella vita, lo stesso che avrebbe dovuto proteggerla; tutto ciò che avveniva nel prima, dietro le quinte, prima di salire in scena, contribuiva forse ad aumentare la tensione tutta interna al personaggio di Nina. Questa tensione avrebbe a che fare più con un’impossibilità di riconoscersi nel proprio presente, spesso sentita a fior di pelle e nella profondità della voce, dove tutto risuona, cambia, si completa. Una difficoltà da leggere a doppio filo tra l’artisticità e la personalità, così forte e scostante al tempo stesso.

Scopriamo cosa sia accaduto prima di varcare la soglia di Montreux ’76, essere se stesse e far durare quella spesse volte manifestata impotenza di libertà, anche nelle decisioni più drastiche e solitarie, più estreme e poco chiare che si sono manifestate alla fine della sua carriera, in cui i suoi concerti si vedevano in contesti ufficiali prima calcati in modo meno frequente. Rabbia e tenacia anche nella rinuncia − come già affermato − faranno parte del suo modo di vedere il mondo, dapprima di percepire se stessa, di accettarsi come si è fino in fondo, con tutte le proprie contraddizioni. A proposito di questo si può ascoltare proprio all’inizio di questo film un’intervista che risale al 1968, in cui Miss Simone afferma: «È una sensazione. È come se tu dicessi a qualcuno come ci si sente ad essere innamorati […] Puoi descrivere le cose ma non puoi dire come ci si sente. Ma tu sai cosa accade. Ed è ciò che io intendo per “libera”. Ho avuto un paio di occasioni sul palco in cui mi sono sentita davvero “libera”. […] Ti dico cosa significhi libertà per me? Nessuna paura. Intendo davvero “nessuna paura”.» Curioso e affatto improbabile questo parallelo fra l’amore e la libertà; un messaggio positivo che oltrepassa la soglia del disagio personale e coglie − al futuro − l’eredità di questa musicista straordinaria.

© Alessandra Trevisan

grazie ad Alessandro Niero e a Stefania Rossa per il suggerimento

Stefano Domenichini: Non sapevo che passavi #4, JARNO SAARINEN

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JARNO SAARINEN
(motociclista)

Il 23 novembre 1963 al parcheggio della pista di speedway su ghiaccio della città di Tampere, in Finlandia, arrivano contemporaneamente due carri funebri.
Gli sportelli si aprono all’unisono e scendono due diciottenni che si scrutano per un attimo attraverso le ferite azzurre degli occhi. Uno sta mettendo in riga il generale inverno con una camicia aperta fino a mezzo busto, l’altro ha baffi folti e ondeggianti, come un’anima che continua a muoversi anche dopo che la musica è finita.
Musica ne esce, peraltro, dal carro funebre dello scamiciato. I due alzano il portellone posteriore e, continuando a controllarsi con indifferenza, tirano fuori una Puch-Tunturi e una Husqvarna. Da una rapida occhiata alla lunghezza dei chiodi nei pneumatici, si direbbe stessa cilindrata.
Lo speedway su ghiaccio è atto contro natura, fatto apposto per stupire Dio: te lo immaginavi che saremmo riusciti a fare questo? Dio, al solito, alza le spalle, ma pare che, di nascosto, studi con attenzione i filmati delle gare.
Alla fettuccia di partenza il Baffo viene affiancato dallo scamiciato che gli dice: «Dove l’hai preso il carro?». «Mio padre ha una pompa funebre a Lisolmi», risponde il Baffo sgasando, senza girarsi. «Anche il mio, a Turku». I baffi hanno uno slancio infantile e, questa volta, la voce esce frontale: «Cosa stavi ascoltando?». «Beach Boys. Se riesci a starmi dietro te li presto».
Il Baffo passa all’interno all’ultimo giro, dice di chiamarsi Teuvo Lansivuori. L’altro si presenta come Jarno Saarinen. Il sabato successivo, all’ovale ghiacciato di Reuva, arrivano sullo stesso automezzo: è il primo caso di utilizzo di carro da morto per la mobilità sostenibile. Dura per tre anni, fra gare su ghiaccio, motocross e dirt-track. Delle moto resta solo la marca, i due le smontano e rimontano, trasformando telaio e motore.
La Finlandia non è un luogo comune: si fa colazione con i cetrioli e la liquerizia salata e il 13 ottobre è la festa nazionale dei falliti. Viste le premesse, Teuvo e Jarno danno poco credito alla solfa per cui i piloti di speedway diventano buoni a nulla se li metti in pista. Il primo a provarci è Teuvo Lansivuori: si iscrive al Gran Premio di Savonlinna e vince. L’anno dopo è al motomondiale.
Jarno resta a Turku. Il padre è morto e c’è bisogno di lui. Turku è come la leggerezza: un gran bel posto dove è difficile trovarsi a passare per caso. Jarno si iscrive a ingegneria: sa già che passerà la vita a progettare carene e motori. Sa anche che sarà il migliore, non per arroganza e presunzione, ma per quel suo modo gentile di inseguire l’esattezza.
E poi vuole girare il mondo, fosse anche sul carro funebre. Lo urla pure ai genitori, un giorno di giugno dei suoi sedici anni, quando gli impongono una vacanza in un cottage nella campagna intorno a Turku. Jarno si chiude nel capanno degli attrezzi a scomporre e riassemblare manicotti, collettori e cilindri. I vicini di cottage vengono in visita tutti i pomeriggi e si portano dietro una ragazzina bionda. Jarno non le presta alcuna attenzione. Per due volte. Alla terza fissa il pistone che ha tra le mani e, per la prima volta, gli sembra solo un inutile pezzo di alluminio. Lo molla accanto a una vite prigioniera e corre in casa disposto a tutto, anche a prendere il thè seduto.
Lei si chiama Soili, ha quattordici anni ed è la più bella. Sarà lei a sostituire Teuvo sul carro funebre, in giro per piste ghiacciate, bar e fotografie. Jarno le regala un cronometro, si fida solo di lei. L’esattezza ha a che fare anche con le parole. E se Jarno e Soili sentono di essere inseparabili, significa che vanno insieme ovunque. Perché non conobbero mai l’età del vuoto e del bisogno di qualcosa cui aggrapparsi. Un motore è solo la passione e Soili è solo l’Amore.
Soili sale con lui sul podio, lo abbraccia sotto un acquazzone, gli mostra, in bikini, il cartello dei tempi dal muretto dei box. Jarno, se potesse, la porterebbe anche sulla motocicletta, mentre entra in derapata, con il ginocchio aperto a sfiorare l’asfalto, cercando l’angolo esatto, il punto più basso e veloce.
Nel 1968, Jarno e Soili arrivano al motomondiale, dove ritrovano Teuvo. Il carro funebre è sempre lo stesso. Dietro c’è una Yamaha YDS5 comprata usata. Soldi non ce ne sono, solo odore di olio e benzina. Sono due bellissimi vagabondi, semplici e sorridenti.
Poi arriva l’anno rotondo, il 1970: le due ruote mettono a fuoco quello che Jarno è veramente: il migliore, l’unico che può battere Giacomo Agostini. Jarno si laurea in ingegneria, con i primi guadagni manda in pensione il carro da morto e si compra un furgoncino Volkswagen che diventa la nuova casa. Compra anche una Yamaha TD2 250 e il 31 dicembre sposa Soili.
Diventa il più amato, dentro e fuori dal circuito, di quelli che la gente dà il loro nome ai figli. Non molla mai, senza un attimo di respiro, senza una pausa, un riprendere fiato. È leale e disponibile. Vince tutto. Nel ’72 è campione del mondo, batte per un punto un pilota di Rimini, Renzo Pasolini.
In quegli anni, Pasolini è un cognome in voga in Italia. Ce ne sono due, molto famosi: uno ha occhiali da intellettuale, tira di boxe e corre in motocicletta, l’altro ha una faccia scavata, da minatore, ed è un poeta.
L’anno dopo Jarno si presenta alla 200 miglia di Daytona con una 350. Gli altri concorrenti hanno delle 750 e alla partenza lo fissano con una certa curiosità. Più che altro è per Soili che, con il solito bikini, gli regge l’ombrellino. Va a finire che Jarno li aspetta tutti, dopo l’arrivo, con quel suo sorriso mansueto, come a dire grazie, è stata una bella giornata. Fa lo stesso alla 200 miglia di Imola. Nel motomondiale vince cinque delle prime sei gare.
Esattezza non ha niente a che fare con l’arrivismo ed è qualcosa di diverso dalla ambizione: è avere, preciso, il senso del traguardo. Il 19 maggio 1973, Jarno rilascia un’intervista dove dice che è felice per il fazzoletto di benessere che lui e Soili si sono ritagliati, ma che non vuole spezzare la corda. Dice che il suo traguardo è una vita normale, una casa, la moglie e i figli che verranno. Annuncia il ritiro per l’anno successivo.
Il giorno dopo è alla partenza delle 250 del Gran Premio delle Nazioni di Monza. Sono le 15,17. Si parte di corsa, poi si sale in moto. Pasolini è il più veloce, inseguito da Jarno. Dietro c’è il suo compagno di scuderia, Hideo Kanaya, uno cui piace arrivare al circuito in autostop perché, dice, lo aiuta a capire la gente del posto.
C’è il lungo rettilineo delle tribune, poi il curvone a destra, quello che i piloti considerano troppo pericoloso, quello per cui da anni c’è un progetto di variante. Roba di secondi e i corridori escono dalla visuale degli spettatori. Passerà circa un minuto e quaranta prima che si facciano rivedere. Pasolini sembrava carico, ma Saarinen era lì. Anche Gallina è partito forte. C’è qualcuno che ha scommesso su Victor Palomo, il campione di motonautica, c’è un altro che fa segno con la mano: si è alzato del fumo. C’è del fumo all’altezza del curvone. Prendi il binocolo, cosa vedi? Stanno tornando indietro, c’è una moto in senso contrario. Non si è mai vista una moto in senso contrario. Chi è?
È Dodds, un australiano. Arriva alla linea di partenza e si toglie il casco. Sta piangendo. Non parla.
Il tedesco Braun e Mario Lega concludono il primo giro. Si fermano. Sempre in senso contrario arriva un’altra moto. Sono due inglesi, uno guida, l’altro, senza casco, è aggrappato al codino posteriore. Adesso ci diranno cosa è successo.
È successo che Pasolini è scivolato. La sua moto è volata contro il guard-rail ed è rimbalzata in pista sbattendo contro la testa di Sarineen che si è rialzato per vedere. Altri due piloti travolgono il corpo del campione di Turku. Le moto si incendiano e il fuoco contagia le balle di paglia. Cadono in dodici. Pasolini muore sul colpo. Di Jarno, poi, non resta più nulla.
C’è un signore che abbraccia Soili. C’è un bambino che guarda degli uomini in canottiera che cercano di spegnere il fuoco con delle scope.
Teuvo Lansivuori corre fino al 1978, poi si ritira e torna a Lisalmi.

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© Stefano Domenichini

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Nota: la rubrica “Non sapevo che passavi, con racconti di Stefano Domenichini, è pubblicata in accordo con il sito sdiario. Ringraziamo Stefano Domenichini e Barbara Garlaschelli, il web è l’occasione per fare le cose insieme, le cose belle e Domenichini ne fa, bene che le legga più gente possibile. La redazione