Giorno: 2 novembre 2016

L’abbandono

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L’abbandono

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di Raffaele Calvanese

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Di notte avevo paura, perché faceva freddo, un freddo dannato. Di giorno avevo paura lo stesso, perché faceva caldo e non arrivavamo mai. Alcuni compagni di viaggio non sono riusciti a vedere la Libia, sono rimasti lì nel deserto. Bevevamo la nostra urina e pregavamo, ognuno pregava ciò che voleva, ognuno sperava in ciò che poteva”

Robert insegnava economia. L’ho conosciuto all’università di Bujumbura un pomeriggio di Giugno. Veniva da Ibadan, aveva studiato lì.  Era alto, bello piazzato, alto quasi quanto me, non sembrava un professore, eppure era lì per insegnare economia, in quel paese che stava cercando di uscire da anni di guerra civile. Noi pure eravamo lì perché la guerra civile stava terminando ed il paese voleva tornare alla normalità con delle elezioni democratiche, le prime dopo anni di lotte intestine e di genocidio. Eravamo lì per capire come fa un paese a rialzarsi.
Io quella maledetta tesi l’avevo già pronta da Novembre. Scritta di getto, come quasi tutto quello che scrivo, ma il professore aveva voluto aspettare. Un toscano, funzionario europeo, una famiglia prestigiosa, discendente lontano della famiglia Ricasoli. Mi ci trovavo bene con lui, era alla mano, come me. Ricordo ancora quando scoprii che aveva dimenticato di firmarmi il frontespizio ed era ripartito per Bruxelles, il funzionario me lo fece notare, scesi, feci due giri del palazzo e al ritorno come da una corsa stremata in facoltà lo riportai con una bella firma assolutamente fasulla. Lui non ebbe nulla da ridire. Solo per la mia sessione di laurea volle aspettare quella straordinaria di Maggio. Poco male, intanto continuavo il corso di specializzazione, sarei partito per l’Africa Sub-sahariana, Burundi per la precisione. Peacekeeping, questo era il termine giusto con cui spiegavo ai miei amici quello di cui mi stavo interessando, senza peraltro che quasi nessuno capisse cosa andavo davvero a fare lì giù. Il Burundi è quel paese che nel linguaggio comune è diventato la metafora del paradosso: “ma da dove vieni, dal Burundi?” “ quant’è vero Dio se non supero l’esame mi faccio frate e me ne vado in Burundi”. Il Burundi era il fratello minore del Rwanda, famoso anch’esso per la sanguinaria guerra civile scoppiata tra Hutu e Tutsi. Nella Regione dei Grandi laghi gli Hutu rappresentano l’etnia più numerosa, mentre i Tutsi sono in netta minoranza, ma nonostante questo rivestono una sorta di ruolo di elite sociale, occupando spesso i posti chiave all’interno della vita di paesi come il Rwanda e il Burundi. La rivalità e le discordie tra queste due etnie balzarono agli onori della cronaca all’inizio degli anni ’90. In Burundi, per la precisione, era scoppiato tutto nel ’93 quando il presidente Ndadaye di etnia Hutu vinse le elezioni in Giugno, divenendo il primo presidente Hutu del Burundi. Già nel Novembre dello stesso anno un colpo di stato lo depose con la violenza, uccidendolo, e facendo ripiombare il paese nel disordine. Un quadro molto chiaro della situazione di quei giorni lo ebbi guardando il film “Hotel Rwanda”.
L’Africa è probabilmente il più grande “luogo comune” esistente. Specialmente se lo si intende come entità unica e indivisibile. Molti problemi legati a questo continente nascono proprio dalla visione che gli “altri” ne avevano a prescindere dalle diverse identità che la abitavano e la abitano ancora. Una terra travisata e rovinata da chi crede di conoscerla. Napoli per certi versi è vittima dello stessa voglia di stereotiparla. In molti, spesso anche tra chi la abita, cadono nel “luogo comune”, pochi sanno difenderla con la forza delle argomentazioni e spesso e più comodo assecondare la vena macchiettista che allo stesso tempo è carta d’identità e condanna di un popolo che è tutt’altro che omogeneo. A Napoli lavora un amico che venne giù in Burundi con me, si chiama Luca, con lui vivemmo quei giorni africani con estrema intensità.

“ Ero partito da casa mia per andare ad aiutare un posto in cui stavano peggio di me. Ero andato per fare la mia parte, coi miei pregi e coi miei difetti. Conoscevo l’economia e credevo che questo sapere potesse essere la mia arma per dare una mano, invece qualche anno dopo ho capito che era un’arma che mi avrebbero puntato contro, a casa mia, dove me l’avevano insegnata l’economia. Ero partito per dare una mano agli altri, poi sono dovuto ripartire per scappare da chi mi minacciava di morte. Ho abbandonato tante cose, tante vite, tanti volti. Ho dovuto trovare la forza di partire da troppi luoghi, di ripartire dopo tante cadute, tante difficoltà. Ora vorrei trovare la forza di restare da qualche parte “

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Una frase lunga un libro #78: Donald Antrim, La luce smeraldo nell’aria

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Una frase lunga un libro #78: Donald Antrim, La luce smeraldo nell’aria (trad. di Cristiana Mennella), Einaudi, 2016; € 18,00, ebook € 9,99

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Era l’ora in cui cominciavano a sfolgorare le luci dei palazzi e dei grandi magazzini. Pozze luminose si spandevano dalle soglie dei negozi, attraversate da gente in maschera, non solo bambini ma anche adulti, dirette alle feste per Halloween o nei bar. Stephen avanzò deciso contro una corrente di fantasmi, pirati e infermiere sexy dal regno degli spiriti. Passò davanti a una Marilyn Monroe distrutta, ma non riusciva più a vedere Alice in lontananza. Con mano tremante prese il Valium dalla tasca del cappotto, aprì il coperchio e se ne versò due. Gliene servivano una o due? Era la stessa domanda che aveva fatto a Alice, alla tavola calda.

Sono delle piccole gemme questi racconti di Donald Antrim, inizialmente pubblicati sul New Yorker, e qui tradotti meravigliosamente da Cristiana Mennella. La luce smeraldo nell’aria (che è anche il titolo di un racconto) è il titolo perfetto per questa raccolta. Perché proprio di una particolare luce si tratta, una luce di un colore splendente che con l’aria si fonde e che ci fa respirare. Alla fine di ogni storia noi quella luce la vediamo e ne facciamo parte, quasi senza rendercene conto. Antrim ci prende per mano e parola dopo parola ci porta a respirarla. Donald Antrim, di cui va ricordato il bellissimo La vita dopo (Einaudi, 2007, trad. di M. Colombo), un memoir, un viaggio nella propria storia personale dopo la morte della madre, un viaggio complicatissimo e bellissimo dentro la psiche, è uno degli scrittori nordamericani più interessanti, più bravi di questi anni. Questi racconti sono di un livello altissimo, in alcuni momenti ricordano quelli di George Saunders per la capacità di commuovere, in altri quelli di Carver per l’assenza di cinismo. Le somiglianze, però, sono soprattutto emotive, Antrim scrive come se stesso. Non ricordo altri racconti letti di recente che rendano così bene il senso di precarietà dell’essere umano, l’incapacità di portare a termine la più semplice delle azioni senza che questa sfiori il ridicolo. Antrim inserisce frammenti della storia personale di un personaggio, mentre questi non riesce nemmeno a procurarsi una sigaretta a una festa a New York, o come il meraviglioso depresso che prova a comprare dei fiori alla moglie e non  ci riesce perché si perde, perché è disperato, perché non sa come fare, perché ha tradito, perché è stato tradito e non lo sa, perché tenta un corteggiamento goffo con la fioraia. Per ogni fiore che aggiunge, Antrim ci mostra tutta la fragilità dell’uomo, la sua fine, il suo stare in bilico, il non sapersi relazionare con gli altri. Ce lo mostra dopo, distrutto e quasi eroico, quando a piedi fugge per le strade di New York, con il mazzo di fiori che ha rubato, mentre barcolla, quando arriva al ristorante dove lo aspettano sua moglie e la coppia di amici (di cui sono o sono stati amanti), e c’è il pianto e c’è il conforto, ma solo temporaneo. New York sta a guardare e accompagna, e noi con lei. Antrim ci fa guardare le vite per quello che sono, e quindi ci mostra quello che siamo e che saremo. E con loro ci racconta – soprattutto – New York, in tutta la sua bellezza, la sua luce straordinaria, l’Hudson, gli appartamenti minuscoli e quelli lussuosi, i bar e le feste. E le camminate, tutti vanno a piedi, ogni passo ci dice qualcosa del luogo, del tempo e del personaggio

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