Giorno: 1 novembre 2016

Günter de Bruyn, Bilancio provvisorio

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1° novembre 2016: Günter de Bruyn compie novant’anni. Uno dei narratori che maggiormente ha illuminato le mie letture appartiene a quell’anno di nascita particolarmente fecondo alla narrativa, al teatro, alla poesia, alla critica, alla traduzione, alla musica: come Günter de Bruyn, sono nati nel 1926 Ingeborg Bachmann, Italo Alighiero Chiusano, Alfredo De Palchi, Dario Fo, Carlo Fruttero, Hans Werner Henze, Judith Malina, solo per citarne alcuni. Mi fanno compagnia, oggi, i libri di de Bruyn che possiedo. Non sono in traduzione italiana – ché  della vasta produzione di de Bruyn abbiamo solo i volumi L’asino di Buridano e Un eroe del Brandeburgo tradotti e curati da Palma Severi; si deve a Domenico Mugnolo una monografia del 1993 dal titolo Günter de Bruyn narratore – e tra essi spiccano i suoi due volumi autobiografici, Zwischenbilanz. Eine Jugend in Berlin (“Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino”) e Vierzig Jahre (“Quaranta anni”). Il mio omaggio a Günter de Bruyn e alla sua prosa limpida e, ai miei occhi, magistrale, è la mia traduzione dell’inizio di Zwischenbilanz, là dove il “mentitore di professione” dichiara la sua intenzione di esercitarsi nell’arte della verità senza infingimenti e prende le mosse, nel narrare, dalle affabulazioni e dalla tendenza alla “trasfigurazione” materne. Affabulazioni e tendenza alla trasfigurazione materne che non mi sono ignote anche dalla “protostoria” della mia famiglia, così come mi è stata tramandata da mia madre, nata anch’ella nel 1926.  (Anna Maria Curci)

 

Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino

Fonti storiche

A ottant’anni ho in animo di fare il bilancio della mia vita; il bilancio provvisorio che inizio a stendere a sessant’anni intende essere un esercizio preparatorio: un allenamento a dire “io”,  a dare ragguagli senza il velo della finzione. Dopo aver girato a lungo attorno alla mia vita scrivendo romanzi e racconti, tento ora di raffigurarla direttamente, senza abbellimenti, senza enfasi, senza maschere. Il mentitore di professione si esercita a dire la verità. Promette di dire con onestà ciò che dice; non promette di dire tutto.
Prima di arrivare a me, tocca alle origini della mia famiglia. Mi sono note soprattutto grazie a mia madre.  Se è vero che ai suoi racconti mancavano cronologia e correlazione, tuttavia le sue immagini-ricordo erano dettagliate e variopinte e noi ce le sentivamo raccontare in continuazione, cosicché, cionondimeno, venne a crearsi una storia di famiglia a grandi linee. La storia iniziava nel 1911, in una sera di gennaio nel corso della quale il giovanotto, che sarebbe diventato in seguito mio padre, aveva dimostrato, al ballo dell’associazione corale delle poste, la sua capacità nel flirtare e la sua imperizia nel ballare il valzer, proseguiva con la domanda del postino Hilgert: E come intende provvedere al sostentamento di mia figlia, signor de Bruyn? – e cambiava poi ripetutamente scenario. (altro…)

Opera in terra, di Alessandro Grippa

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Alessandro Grippa, Opera in terra, LietoColle/pordenonelegge, 2016, € 13,00

Alessandro Grippa ci saluta dal sipario di quest’opera con l’incisione di un nome, illustre, immenso: Michelangelo Merisi, un nome inciso nella geografia e nella storia di un territorio, Caravaggio, cittadina incastonata nella Bassa Bergamasca.
Grippa viene da lì e per salutarci sceglie d’inchiodare il nome di Caravaggio a Isacco: «orizzontali sulla carneficina», scrive, per parlare di noi. La sua è un’allusione all’orizzontalità della pianura, dove la vita del singolo si moltiplica nella moltitudine, l’individuale si accomuna in un solo destino, come di persone in una calca. Questo però, nelle intenzioni del poeta, sembra riverberarsi nella metafora di un solo corpo, esattamente in quell’esasperazione plastica del figlio di Abramo magistralmente dipinta dal Caravaggio nel 1603.
La percezione della visione è dunque per Alessandro dentro «questo sangue-Lombardia», un grumo comune dell’essere-e-sentire. Soltanto in questo sangue la sua percezione può compiersi, e solo «Rasoterra»: è un percorso poetico che si sviluppa con un’asciuttezza, un “volo basso” potremmo dire, a tratti invidiabile. Penso in particolare alle pagine 21-23 del Diario domestico, e soprattutto a queste immagini antiche e presenti: «Dove guardo è una casa di anni fa»; dove «rendere l’erba un’attesa»; dove «la casa è chiusa a chiave/ dalla neve». La casa, la casa, la casa. In questa geografia umana, dove la casa di uno è la casa di ognuno, ed è la terra, la sua poesia è anche un invito, rivelato peraltro da un’altra possibile lettura del titolo. Opera in terra, infatti, potrebbe apparire anche come un imperativo, ed ecco che quell’orizzontalità evocata all’inizio diverrebbe appunto un’esortazione a fare, osservare, trascrivere.
Percezione, poesia e pittura compongono dunque un nodo caro all’autore, come egli stesso un giorno ha avuto modo di scrivermi: «sento che convoco le piante, le bestie, lo faccio come si traccerebbe uno schizzo a matita o a carbone sul taccuino, o studiando i colori della natura con una tavolozza portatile… d’altronde, non posso fuggire dal mio percorso, dai miei studi, dalle mie attitudini».
In relazione a ciò, a pagina 73 troviamo un chiaro riferimento al poeta Giorgio Orelli. Ritroviamo il tutto il senso del suo rapporto con la natura e il suo occhio vivacemente coloristico, in questo testo, Le anitre, i germani (che rimanda a Il collo dell’anitra, una delle raccolta di Orelli). È una poesia che fa parte degli studi per una voliera, cui Alessandro si dedica con grazia e intensità, in modo direi quasi peculiare, pescando ancora una volta dalle radici profonde della propria formazione.
Allora non sfuggirà come questi di Grippa, per noi della Bassa, siano i “posti” potremmo dire “messi al riparo” dal tempo. Li troviamo all’inizio e alla fine del libro («Alcuni primi» e «Alcuni ultimi posti»), quasi fossero una cornice essenziale, irrinunciabile. Li introducono, rispettivamente, una citazione di Antonella Anedda, da una parte e, dall’altra, un frammento dell’amato Fortini, tratto da Ancora la posizione, poesia appartenente alla raccolta intitolata Questo muro. Si tratta di due versi davvero mirabili: «Questo tempo dell’anno è il mio riposo/ perché qualcosa mi inclina e consento».
In conclusione, tre poesie per intero, per mostrare quell’inclinazione verso il basso, verso la terra, che Alessandro Grippa consente a se stesso:


Primo posto (Anche il prato)

Anche il prato è un alfabeto di lavori.
Si entra poi nel giorno nel riposo.
Rasoterra le piante concludendosi
obbediscono a un destino o deiezioni.
Capiremo con un’altra intelligenza;
climatica, vigile.

Mi auguro di esserti prossimo.
Che anche il mio tempo trascorra da seme
a seme. So che è impossibile.
Dove non mi do pace l’estate
conclude. L’erba ritorna
a essere insieme al futuro.


La Gera (Apertura)

Quattro bulbi: nella loro logica il bosco.
Il freddo si frange; nel sentiero la salvia
è una pagina scritta qualunque sia il discorso.
Le mani hanno calato l’albicocco, queste mani
già morte che moriranno di nuovo.
Le impronte cresciute nel tempo e nella corteccia;
ora altri segni dischiusi, scambiati per sassi, radici,
parlano a noi con la nostra identica voce,
doppi e inferiori come una geografia.

 

Appunti su mio padre

Forse lo spazio di quella voce è alessandro, detto aspirando
fumo. Parola
per rito, scagliata al di là di un autunno: mio figlio, animale che
torni suono.

Alessandro Grippa (Treviglio, 1988) vive a Caravaggio, in provincia di Bergamo. Diplomato al biennio di Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Brera, nel 2009 è tra i fondatori di Caravaggio Contemporanea, collettivo di artisti e curatori. È inoltre vicepresidente dell’Associazione GSI Lombardia Onlus, per la quale dal 2010 collabora come volontario a progetti di cooperazione tra Italia e Africa occidentale.

Cristiano Poletti