Giorno: 29 ottobre 2016

Per Jolanda Insana

Jolanda Insana si è spenta pochi giorni fa, il 27 ottobre scorso. Sulle prime ho provato a scrivere qualcosa a caldo, ma più scrivevo e più capivo che ripetevo qualcosa che comunque avevo già scritto nel 2009, quando il volume Tutte le poesie, pubblicato da Garzanti, mi aveva permesso di attraversare l’allora trentennale parabola di questa splendida e fuori dal coro voce poetica italiana.
Riproporlo qui, dopo averlo riproposto in via quasi privata, vuole essere un omaggio. fm

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Jolanda Insana è certamente uno dei nomi più importanti tra i poeti italiani; malgrado ciò fatica a trovare casa ogni volta che viene pubblicata un’antologia che si proponga di disegnare il panorama attuale italiano. Fortunatamente per altre strade ha trovato consenso e ammirazione, a partire da Giovanni Raboni, il primo sicuramente a riconoscerne la grandezza e lo spessore sin dalla sua prima raccolta data alle stampe.
A dispetto del titolo questo volume degli “Elefanti-Garzanti” non raccoglie “tutte le poesie” di Jolanda Insana; bensì tutte le poesie che la poetessa messinese ha voluto entrassero a costituire il suo canone. Per sua stessa ammissione rimangono fuori «poesie anteriori al 1977, o posteriori o non incluse nei libri pubblicati e dunque extravagantes, così come [poesie] della raccolta di Epigrammi» (p. 9); resta fuori principalmente una vasta produzione di libri inediti dei quali la Insana riporta i soli titoli e le date: Rota alienata (1965), Soltanto inventariare (1966), Camera di combustione (1973), Il maledetto inattaccabile (1975). Titoli e date sono sufficienti comunque a fornire i primi dati di un percorso poetico assolutamente originale e sé stante nel panorama italiano degli ultimi trent’anni.
Jolanda Insana di sé ebbe a scrivere che «conobbe la guerra e i fichi secchi, e dunque predilige parole di necessaria sostanza contro il gelo e i geloni»; così nell’Autodizionario degli scrittori italiani, curato da Felice Piemontese, per i tipi di Leonardo (Milano, 1990), la Insana designava i propri contenuti e confini: tutto quanto non rientra nella rappresentazione, diciamo pure, a pelle della realtà non entra nella sua poesia. Allo stesso tempo il rifiuto di ogni sorta di abbellimento del lessico e dei versi, o accostamento a correnti a lei coeve o comunque tradizionali nella storia della poesia italiana, nel porre un netto distinguo tra lei e i “maggiori” di ogni tempo metteva altresì questo suo modo di scrivere in stretta relazione con certi “minori”, che non essendo in verità tali sono invece i «grandi poeti dell’anima», come li definì Raboni, ossia autori di quelle produzioni che si pongono ai margini dei canoni letterari. Il plurilinguismo della Insana, coi suoi frequenti eccessi dialettali, il ricorso a espressioni scurrili, ricordano non solo Dante, ma ancor più Jacopone, Pulci, Folengo, Michelangelo Buonarroti e, più vicino alla poetessa, Giovanni Testori.
Dagli esordi delimitati dalle due raccolte arrabbiate, Sciarra amara (1977) e Fendenti fonici (1982), fino a quello che potremmo considerare il suo vertice, ossia La stortura (2002), la poesia di Jolanda Insana è cresciuta tra giochi d’invenzioni lessicali e veementi attacchi frontali ai mali che attanagliano l’uomo e la società. Se le invenzioni lessicali che non di rado sfociano in neologismi sono l’indice riconosciuto d’un’espressione necessariamente fisiologica, poiché «quel che linguisticamente è masticato le [alla Insana] diventa suo cibo e se non trova da masticare, inventa» (sempre dalla pagina dell’Autodizionario già ricordata), è altrettanto necessario il mantenimento di una tonalità monocorde per questa poesia, presentatasi tale sin dal suo tardo esordio e ripropostasi nelle tappe successive senza avere mai smorzato i toni.
Del resto già nel 1982 Nadia Fusini notava come la Insana lavorasse «esattamente nella ferita che si apre nella sciarra come nell’ironia. Lavora cioè in quella fenditura che scava una distanza tra l’io e la vita, distanza del resto irreparabile» (il brano è riportato nell’antologia critica che chiude il volume). In Niente dissi, componimento che apre Fendenti fonici, dice: «mi specchio e sgravo con dolore/ figliando famiglie di parole/ immagini pargolette e sorelline maggiori// lo specchio sono io/ sono io il mio stesso io/ e tu ci sformi [..] e a chi mi vuole spogliare svergognare/ e pubblicare/ io dico/ ti do la lana non la pecora» (frammenti 4 e 19, pp. 119 e 123). Non c’è quindi una proiezione verso l’esterno atta a cercare un rimedio al male; c’è semmai una lotta continua con sé e per sé, per mantenersi pura contro le contraddizioni esterne, l’ipocrisia diffusa, l’abbassamento morale. (altro…)

ProSabato: Heinrich Böll, Il destino di una tazza senza manico

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Heinrich Böll, Il destino di una tazza senza manico

Sono fuori, in questo momento, sul davanzale della finestra e mi riempio lentamente di neve: la cannuccia di paglia si è gelata nell’acqua e sapone, dei passeri saltellano attorno a me, rozzi uccelli che si azzuffano per una briciola di pane sparsa per loro: e io tremo per la mia vita, per cui ho già tanto spesso tremato. Se uno di questi grassi passeri mi urta, cado giù dal davanzale, sulla striscia di cemento – acqua e sapone resteranno come un qualcosa di ovale, gelato e la cannuccia si piegherà – e i miei cocci li getteranno nella spazzatura.
Attraverso i vetri appannati vedo splendere pallide le luci dell’albero di Natale, sento piano la canzone che si canta dentro, le zuffe dei passeri coprono tutto.
Nessuno, là dentro, sa naturalmente che io sono nata esattamente venticinque anni fa sotto un albero di Natale e che venticinque anni sono un’età incredibilmente avanzata per una semplice tazza da caffè: le creature della nostra razza che senza essere usate sonnecchiano nelle cristalliere, vivono molto più a lungo di noi, semplici tazze. Eppure sono sicura che della mia famiglia non vive più nessuno, che i miei genitori, i miei fratelli e sorelle, addirittura i miei figli sono morti da tempo, mentre io devo compiere il mio venticinquesimo compleanno sul davanzale di una finestra ad Amburgo, in compagnia di passeri litigiosi.
Mio padre era un piatto da dolci e mia madre una rispettabile vaschetta per il burro: avevo cinque tra fratelli e sorelle, due tazze e tre piattini, ma la nostra famiglia restò unita solo poche settimane: la maggior parte delle tazze muore giovane, di morte improvvisa e così due dei miei fratelli e una delle mie care sorelle, già a Santo Stefano caddero dalla tavola. Presto dovemmo dividerci dal nostro amato padre: in compagnia di mio fratello Joseph, un piattino, accompagnata da mia madre, viaggiai verso il sud. Avvolti in carta da giornale, fra un pigiama e un asciugamano di spugna, andammo a Roma per servire il figlio del nostro padrone che si era dato allo studio dell’archeologia. Questo periodo della mia vita – “i miei anni romani” – fu per me di grandissimo interesse.
Dapprima Julius, così si chiamava lo studente, mi portava con sé alle Terme di Caracolla, resti di mura di un enorme stabilimento balneare: là, alle Terme, feci amicizia con una bottiglia-thermos che accompagnava me e il mio padrone al lavoro. La bottiglia-thermos si chiamava Hulda; spesso restavamo insieme a lungo sull’erba, mentre Julius lavorava con la vanga: più tardi mi fidanzai con Hulda, la sposai durante il secondo anno del mio soggiorno romano sebbene dovessi subire i violenti rimproveri di mia madre che riteneva indegno di me il matrimonio con una bottiglia-thermos. Mia madre era strana, comunque: si sentiva umiliata perché era usata come scatola da tabacco e così il mio caro fratello Joseph che considerò una offesa estrema venir abbassato al ruolo di portacenere.
Vissi con Hulda, mia moglie, mesi felici: imparammo a conoscere tutto quello che anche Julius scopriva, la tomba di Augusto, la Via Appia, il Foro Romano, anche se di quest’ultimo mi restò un triste ricordo perché qui Hulda – la mia consorte amata – venne distrutta dal lancio di una pietra di un ragazzetto romano. Morì per un pezzo di marmo grosso come un pugno, proveniente da una statua delle dea Venere.
Al lettore ancora incline a seguire i miei pensieri, dotato di tanto cuore da concedere anche ad una tazza senza manico saggezza di vita e sentimento di dolore – posso ora comunicare che i passeri hanno beccato da tempo le briciole e che per me non esiste immediato pericolo di vita. Nel frattempo sui vetri appannati, si è formato un tondo lucido – della grandezza di un piatto – e dentro riesco a vedere chiaramente l’albero, vedo anche il viso del mio amico Walter che schiaccia il naso contro il vetro e mi sorride.
Walter, mezz’ora fa, prima che iniziasse la festa coi regali, ha fatto le bolle di sapone, ora mi indica col dito; suo padre scuote il capo, accenna col dito al trenino nuovo fiammante che Walter ha avuto in regalo, ma Walter scuote la testa e io so – mentre il vetro si appanna di nuovo che al più tardi fra mezz’ora sarò di nuovo dentro, nella stanza…
La gioia degli anni romani fu oscurata non solo dalla morte di mia moglie, ma ancora di più dalle stranezze di mia madre e dalla insoddisfazione di mio fratello che la sera, quando ci ritrovavamo insieme nell’armadio, si lamentavano di non essere apprezzati e riconosciuti nella loro vera funzione e vocazione. (altro…)