Giorno: 26 ottobre 2016

Francesca Gironi, Abbattere i costi

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Francesca Gironi, Abbattere i costi, Miraggi edizioni, 2016, € 10,00

*

Abbattere i costi

Abbattere i costi mi distrae.
L’Enel richiede una lettura appassionata
di frasi scritte in piccolo, molto piccolo,
telefonate a numeri, letture di numeri
e in mezzo a tanti numeri neppure
una lettera cara, una f per esempio.
Se rinuncio al caffè al bar la mattina
do prova di coraggio.
Potrei rinunciare al caffè
e alla ricerca di te
in caratteri tipografici
su qualche testata giornalistica.
Vero è che il cambio delle utenze
mi richiede un livello di attenzione
alto quanto lo sforzo nel decifrare
i tuoi messaggi.
La fatica estenuante di ritrovarli
per me – per me soltanto – tra tutti gli altri indizi.
A volte li nascondi così bene
che solo alla seconda o terza lettura
e quasi sono grata
al contatore dell’Enel
che è più scoperto
si legge senza strategie
richiede meno sforzo.
Io mi stupisco e sono grata
alle utenze e alle scadenze
che a volte i numeri
mi distraggono dalla complessità
delle belle lettere tue.

E così facendo
varco un’era biologica
con l’incomprensione di te
e i bollettini in mano.

*

Non rispondo al telefono per paura
che uno sconosciuto
con voce sconosciuta
mi domandi qualcosa.
Alessandro cerca di convincermi
della bontà della fibra.
Elisa aspetta il mio rientro
delle otto per offrirmi
un cambio di gestione radicale.
A domande complesse
è concessa una manciata di secondi.
Sono impreparata
all’esercizio del rifiuto.
La linea che disdico
è una fila di numeri
riconducibili al nome
di mia nonna
– Parlo con la Signora Clara?
vorrei chiederle
perdono
per aver tradito
la sua fedeltà ai cavi
al canone al telefono grigio della Sip
agli auguri di Natale
o all’annunciarsi della sciagura.

Non mi troveranno
questa volta non mi troveranno.

*

A posto

In effetti è strano
porto il cognome
di mio padre, l’ho letto
nella cassetta delle lettere.
È strano vivo sola
senza coinquilini amici fidanzati famigliari
neppure un gatto
da accarezzare o fotografare
per essere normale.
Senza relazione a persone
o cose si fa fatica ad avere
punti di riferimento
ma la città mi riconosce
un ruolo di sorella figlia ex amica.
Io sono una che consuma
i miei consumi la banca li conosce
dalle ricerche su google
sono rintracciabile e sui social
con foto in cui sorrido
quindi meglio stare tranquilli
seppure con qualche anomalia
una fissità nello sguardo
sono a posto
chiedetelo alla banca
rientro con esattezza
in qualche standard.

*

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Una frase lunga un libro #77: Don DeLillo, Zero K

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Una frase lunga un libro #77: Don DeLillo, Zero K, Einaudi 2016, (traduzione di Federica Aceto); € 19,00, ebook € 9,99

*

Che senso ha vivere se alla fine non si muore?

– Ho bisogno di una finestra per guardare fuori. È questo il mio limite.

Queste due piccole frasi si trovano nelle prime pagine di Zero K. Le ho scelte tra le moltissime sottolineate perché semplicissime, perfette, lineari, potentissime e molto significative. Se la prima comprende il senso primario (ma non il solo) della storia che DeLillo va a raccontare, la seconda contiene quasi tutto il senso del mondo e del tempo. Zero K è uscito in Italia da un po’ di settimane e molti già ne hanno scritto, segnalerò alla fine dei pezzi, o  delle interviste a DeLillo, che vale la pena leggere. Ci troviamo davanti a un romanzo molto atteso, non mi nascondo e dico che questo per me è il libro, di sicuro degli ultimi quindici o vent’anni, e chiude la mia trilogia immaginaria della bellezza, della previsione, del senso del tempo e della dimostrazione del futuro semplicemente mostrando il presente. Gli altri due romanzi che la compongono sono Underworld e Rumore Bianco (entrambi editi da Einaudi – tradotti rispettivamente da Delfina Vezzoli e da Mario Biondi), a me fa ancora impressione pensare che romanzi di questa portata siano stati scritti dalla stessa persona, senza contare tutte gli altri libri bellissimi, belli, solo un po’ meno belli che DeLillo ha scritto.

Quando leggo qualcosa che mi piace cerco istintivamente delle connessioni. Dovete sapere che DeLillo, con Zero K, inventando una storia, costruisce lettera dopo lettera una sorta di casa del linguaggio. Ci porta in un posto che sta oltre le parole, e allo stesso tempo ci dice che le cose non esistono, che potrebbero sparire se non siamo in grado di nominarle. Una sera di qualche anno fa, davanti alla vecchia sede della Libreria Utopia, in Largo La Foppa qui a Milano, bevevamo un bicchiere di vino con alcuni amici poeti, c’era anche il grande  Mario Benedetti. Si parlava di parola. Molti sostenevano che non esistesse nulla oltre la parola, che l’esistenza delle cose era certificata solo dalla nostra capacità di nominarle o di parlarne. Mario Benedetti non era molto convinto, mi guardò cercando un conforto che trovò, e disse: “Io credo che ci sia un posto in cui le parole non esistono e non contano, ed è il posto del silenzio. Dal quel silenzio, che è come una finestra, io posso affacciarmi per trovare o inventare delle parole nuove”. Ho citato a memoria, ma Benedetti disse più o meno queste cose. E quelle parole mi sono ritornate in mente leggendo di Jeffrey Lockhart, il protagonista e voce narrante del libro, che più volte durante la storia avverte il bisogno di nominare le cose perché quasi non le riconosce, perché la sensazione di irrealtà in cui si trova rischia di farle sparire. Le chiama per nome e così le cose esistono di nuovo, le cose sono come reinventate. Dire le cose, definire (come dice lui), elencarle per porre fine allo spaesamento del momento, per risolvere (o ritornare) a un trauma sono il suo sistema di adoperare il linguaggio. Sono, con ogni probabilità, il suo linguaggio. La casa del linguaggio. Nessuna frase che scrive DeLillo è soltanto quella frase, in questo senso è poetico, è meravigliosamente evocativo. Ogni frase rappresenta il suo primo significato, un paio di altri significati evocati e rappresenta un suono. DeLillo non scrive una sola parola che non sia riconducibile al ritmo assoluto che suona in tutto il libro. Non bisogna smettere mai di fare i complimenti ai traduttori. Dopo Zero K dovremmo tutti scrivere delle lettere di ringraziamento a Federica Aceto che l’ha tradotto. Aceto ne ha ben spiegato le difficoltà e la bellezza qui: Biancamano/zerok. La ammiro e la invidio contemporaneamente. Leggiamo un altro paio di passaggi.

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