Giorno: 18 ottobre 2016

Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne. Nota di Giovanni Nuscis

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Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne. Prefazione di Pasquale Vitagliano, Editrice ZONA 2016

 

CERCHI

È sparito il tuo mondo dissociato, qualcuno te lo mostra rattrappito
dentro una palla di vetro innevata, c’è anche la tua cattedrale e la piazza
spiazzata quella sofferenza inflitta, tutto ruota intorno a sé un cerchio lento
che non si chiude resta aperto e spento, le cose che non andavano fatte
hanno inciso cicatrici gemelle, e non basta scuotere le spalle il capo.

*

PIETRE

Non ha smesso di lottare si dice, persino rannicchiato nel delirio
ha finito di pesare sui cuori, soffermando sugli sguardi il livore
affonda ogni vivace finto slancio, le parole che hanno perso colore
sono quelle che galleggiano spente, e non c’è palude abbastanza cremosa
anche i lampi cercano il giusto guizzo, a pelo d’acqua pure le pietre danzano.

*

 

ANOMALIE

Si è sempre al proprio interno smisurati, nessuna prospettiva lineare
definisce i confini dove stare, non lo diresti mai che si è deformi
nel rumore della testa che rimugina, nello sguardo che sequenza il contesto
che si fa minuscolo o gigantesco, il guaio è capire quando non è un sogno
che ci si ferma davanti ai burroni, non si svegliano i morti con un bacio.

*

 

SCAFFALI

È smussata una porta che non chiude, dentro una cornice senza più l’aria
affianco ai libri che stanno più stretti, così l’eternità è un lungo sorriso
che occupa scaffali in finto silenzio, a volte ti volti di colpo pensando
a una voce conosciuta a un richiamo, come un film già visto udito alla radio
poi ci sono i Tg gli urli veri, ma il dolore non si somma s’accoda.

*

CUSTODI

Un’isola non nasconde mai nulla, le cose perse ritornano a galla
ti avrei fatta felice certo fiera, se smettevo di rovesciare i banchi
ribellarmi e lasciare buchi bianchi, senza sapere bene per che cosa
m’innamoravo della catechista, la volevo come angelo custode
spariva dalla finestra dell’aula, e vedevo solo il cielo appesantirsi.

*

 

Caro Maurizio,

ho letto e apprezzato la tua raccolta e mi trovo d’accordo con alcune osservazioni di Pasquale Vitagliano contenute nella sua prefazione. Giustamente osserva, riferendosi alla tua scrittura: “indica anche un orizzonte possibile e diverso rispetto all’attualità poetica. Riconsegna al verso e alla parola l’ambizione di sfidare a mani nude le altre più complete e sensoriali forme d’arte.” Ecco, credo che questo passaggio sintetizzi bene la poetica e la postura resistenziale della tua ricerca, segnando sia lo scarto con la lingua convenzionale e la linearità di senso, più proprie della narrativa e della maggior parte della poesia  soprattutto novecentesca; sia l’ambizione di chiudere nel perimetro di cinquine – al bel ritmo di un doppio endecasillabo – un mondo altro che non è riproduzione fedele e iconica di quello reale, né la sua descrizione.  La poesia vive da tempo una perenne sfida con le altre arti, non solo con la musica d’autore (non è raro che si definiscano poesia testi musicali di alto livello), il teatro, e, soprattutto, col cinema. La poesia, però, a mio parere, resta quella su carta, le altre forme espressive sono appunto altro.

Appropriato il richiamo deleuziano al rizoma, sul presupposto della convenzionalità e illusorietà di ogni principio e fine, che non esistono in fisica; per una scrittura, la tua, che è ponte e raccordo accidentale tra cose lontane e diverse: sospensione, fuori dal tempo, che rapprende, intreccia e unisce  pezzi di mondo senza ricomporlo, ricreandolo ex novo, inedito, sui generis.

Tra le tante, ho particolarmente apprezzato Cerchi, Pietre, Anomalie, Scaffali e Custodi. Poesie che ho letto e riletto, che reggono alle riletture, e non è cosa da poco in un mondo volatile come quello in cui viviamo, nell’ipertrofica produzione di versi, nella crescente precarietà delle parole.

Con le mie congratulazioni, l’augurio che Rizomi cammini e si faccia apprezzare all’interno e fuori della comunità poetica.

 

Sassari, 28 settembre 2016

                                                                    Giovanni Nuscis

 

 

Su Lettere migranti, qui, un’altra nota di lettura a Rizomi e altre gramigne di Maurizio Manzo (Anna Maria Curci)

Giovanni Parrini, “Valichi”: una nota di lettura

Giovanni Parrini, Valichi, Moretti&Vitali 2015, euro 12

Giovanni Parrini, Valichi, Moretti&Vitali, 2015, € 12,00

 

Alla voce Valico, l’enciclopedia Treccani recita: «Depressione dei contrafforti montuosi attraverso i quali passano vie di grande comunicazione». La mia memoria invece mi riporta un valico in particolare che attraversavo spesso in macchina da bambina, un passo tra i Monti Lattari che diventa trivio prima di ridiscendere a fondovalle, e che risalito dalla strada costiera presenta all’improvviso, quando la pendenza riprende, la sagoma del Vesuvio sdraiata sulle case dell’Agro e, in lontananza, il mare. Quando mi capitava di attraversarlo di mattina presto, accoccolata nel mio sedile di passeggero, aspettavo con emozione il giro della curva per essere schiaffeggiata dal contorno della montagna grigia sulle strisce di luce elettrica delle città.
Dico tutto questo perché le poesie di Giovanni Parrini, e specialmente alcune distribuite con controllata cadenza nella sua raccolta Valichi (Moretti&Vitali 2015, premio Giuria Viareggio 2015 e premio Pisa 2015) creano la stessa sensazione di trabalzo di una strada che si apre su un panorama inaspettato che è, nell’economia del viaggio, ragione più fondamentale di ogni partenza e arrivo.
Valichi è un libro dall’accurato percorso: due sonetti aprono altrettante sezioni, il sentiero si svolge in un paesaggio vicino all’immaginario tutto moderno del cantiere, del ritorno a casa dal lavoro, della camminata tra il supermercato e la città, dei giri di chiave alla porta; è una dimensione di lamiere e neon, alberi e ruspe dove i dettagli aprono spaccature di tempo e meditazione, «quanto basta a sentire in questa poca esistenza l’infinito di un’altra». (altro…)