L’eredità di Eis Heauton di Spengler

di Pierluigi Boccanfuso

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Eis Heauton (tradotto per Adelphi forse un po’ impropriamente come A me stesso)[1] di Oswald Spengler (1880-1936) è tra le autobiografie frammentarie più intense e disperate del Novecento, vero e proprio scrigno, prezioso ed essenziale, di lapilli sensoriali dell’autore de Il tramonto dell’Occidente, apoftegmi memorabili sulla “germanità” del suo tempo, sulla città di Monaco alla quale rimase intrinsecamente legato per tutta la vita, sugli spiriti letterari a lui affini e no, sulla scrittura, sulla famiglia, fatti scorrere in un involontario stream of consciousness che, da una parte, mostra tutta la labilità dell’esperienza giovanile, tutta la sofferenza come anche una già ferma e pessimistica visione delle cose del mondo, scandita da una acutissima profondità, e, dall’altra, l’aspetto rivelatore che questi appunti, anche solo per accenni, avranno negli anni della loro stesura, tra il 1911 e il 1919, gli stessi della concezione del Tramonto dell’Occidente.
È lo Spengler meno noto e più “umano”, o meglio, umanizzato, quello che traspare in quest’opera; ci viene mostrato con tutte le insicurezze, le paure, le cautele, i pudori verso, a esempio, la principale e più ripudiata delle attività: la scrittura. Il disgusto massimo che ne scaturisce, il non poterne fare a meno e la resa volgarissima che ha quando deve manifestarla o, inevitabilmente, trovare accoglimento presso gli altri, quel genere umano che, da buon sprezzauomini qual è (senza far nulla per smentirlo), non può fare a meno di detestare e allo stesso tempo contemplare, in una mancata semplicità del suo imo, del suo essere più radicato e strutturato, quella genetica spiritual-filosofica che lo condanna, così come lo eleva al di sopra della mediocrità che la fa da maggiore, attorno al suo vivere “maledetto”.

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da A me stesso: 

Frammento 4c
Sguardo d’insieme sulle discipline scientifiche del tempo.
Di contro Ibsen, Nietzsche, Tolstoj. Socialismo, anarchismo, eccetera. Le Gutkin.[2] Ma non ne ero convinto, cercavo solo una liberazione interiore dalla famiglia e dalle lezioni.
Sono sempre stato aristocratico. Nietzsche per me era un’ovvietà, prima ancora che sapessi qualcosa di lui.

Frammento 4d
Una vita stranamente interiore, irresoluta, ricca di contrasti, priva di unità fra anima e mondo, anima e tendenza vitale, anima e pensiero. Tipica problematica del periodo intorno al 1900. Civiltà (inventare poetico) e civilizzazione (dirigere, organizzare), due cose estranee l’una all’altra.

Frammento 5
I grandi del periodo intorno al 1900; era ancora possibile fare l’esperienza di alcuni uomini veramente grandi: Nietzsche, Tolstoj, Ibsen, Strindberg. Pittori. L’eco di Bismarck. Era un’epoca di cultura: si leggeva e si pensava (Reclam, Insel, “Der Kunstwart”), mentre oggi si conoscono solo football e risse. Americanismo.
Così ero l’ultimo di una serie. Una serie nuova non comincia più. Dire con assoluta chiarezza che cosa ritengo di essere. I pensatori tedeschi a partire dall’anno 1000. Diverse tendenze, epoche, tipi. Io chiudo la serie. Tramonto dell’Occidente, fellahim: dal punto di vista spirituale oggi lo siamo già.
La mia vita, un curriculum tipico dell’epoca di transizione. “Civiltà”, ancora un ultimo sospiro prima di estinguersi, intorno al 1900, per il tardivo sviluppo di società, metropoli, ricchezza. Risultato della fondazione dell’impero “germanico”, Nietzsche fu un eterno romantico. Anche Wagner.

Frammento 23
Con certe esperienze spirituali, che mi tengo in serbo, sono come un vecchio avaro. Non ho ancora letto alcune opere di Dostoevskij e non ho ancora ascoltato il Parsifal. Queste per me sono possibilità di vivere interiormente qualcosa di grande, e so che non ce ne saranno altre: un tesoro che si va consumando.
Il nostro tempo infatti è povero. La letteratura, soprattutto quella tedesca, offre solo ciarpame. Non esiste nessuno fra gli autori viventi da cui possiamo attenderci un’opera che segni per noi un’epoca.
Il nostro tempo è così povero che queste ultime devono essere opere di morti – ma non c’è nient’altro.

Frammento 27
Il fatto di essere cresciuto in un’epoca in cui soltanto babbei, straccioni o pazzi facevano letteratura mi è costato dieci anni di vita. Per quanto autonomi si possa essere, in certe epoche si ha bisogno di un grande uomo del proprio tempo al quale – sia pure da grande distanza – potersi rivolgere, e nel quale poter trovare sostegno. Se quest’uomo non c’è, si rischia di diventare interiormente storpi. Che cosa sarebbe potuto esserne di me, se nel 1900 Nietzsche fosse stato ancora vivo e avesse scritto! Che cosa ne sarebbe stato di Nietzsche, se non avesse avuto Wagner!
La peggiore sfortuna che possa capitare a un grande pensatore è che non gli tocchi mai, durante gli anni di creatività, la benedizione di una critica degna di lui; ciò conferisce ai pensieri di Nietzsche il loro carattere nebuloso, effimero e oscillante.

Frammento 33
Con infallibile sicurezza, Nietzsche ha definito Wagner il grande istrione. Ma domando: si può, in generale, essere un grande drammaturgo senza essere anche un attore nato? Molière e Shakespeare erano attori. Goethe, che non lo era affatto, ha scritto brutti drammi. Dal punto di vista di un qualsiasi teorico, né il Faust, né il Tasso, né il Götz si possono prendere sul serio. Il fatto che ciò non abbia scalfito il loro valore dimostra che l’arte drammatica, in senso stretto, è qualcosa di molto circoscritto e raro. Kleist era certamente un bell’esempio di commediante: la sua morte è stata un quinto atto ben costruito, e Schiller, che era un tecnico esperto, ai nostri occhi sarebbe oggi senza dubbio un attore di primo rango – e nel miglior senso della parola – se solo avesse avuto vicino a sé un Nietzsche in grado di comprenderlo.

Frammento 50
Il mio tempo è il rococò; lì mi sento a casa. Le rovine antiche mi commuovono come un sogno di felicità che ci è rimasta negata. Il mondo romantico riempie il cuore di profonda malinconia. Le logge, gli ornamenti, i capitelli sassoni e franchi sono un ricordo d’infanzia. Il rinascimento allarga il cuore – impressione di una superiore ghiottoneria spirituale. Ma il rococò – si tratti di un canterano, di uno specchio o di una sala – mi fa scoppiare in lacrime.

Frammento 78
Leggendo l’epistolario fra Goethe e Schiller si impara a disprezzare Schiller.

Frammento 102
Andarsene a Parigi o a Roma, unicamente per non sentire più questo popolo di artisti dire le sue banalità in tedesco.
Molte volte ho cercato di parlare dei miei problemi con altri. Ma il livello incontrato era talmente basso, che ogni volta rinunciavo a proseguire.
È disperante frequentare persone per cui si prova disprezzo: essere obbligati, per pura cortesia, ad ammirare cose la cui insignificanza fa compassione.
Al caffè ho sentito scrittori di fama discorrere su Goethe e S[chiller?] in un modo di cui si sarebbe vergognato un liceale.

Frammento 108
La Germania è oggi il paese in cui la letteratura è nelle mani più ignobili. Per le possibilità che un’epoca concede all’arte è significativo considerare che genere di persone sente la “vocazione” all’arte. In passato era l’élite, oggi gli scarti.

Frammento 109
Con l’Impero l’architettura giunge alla fine; il […] non è che un’eco. Musica e pittura si concludono con l’impressionismo sotto Napoleone III. Hebbel e Ibsen sono gli ultimi drammaturghi, Schopenhauer l’ultimo filosofo.
Perché in Germania non c’è nessuna fanciulla ricca di spirito? Queste chiacchiere prima di arrivare al dunque le posso sopportare in francese o in italiano, non in tedesco.

Frammento 115
Ogni grande opera d’arte dell’Occidente contiene in sé un volo vertiginoso, mentre ogni opera classica si dispiega sulla terra: la Caduta agli inferi di  Rubens, la Resurrezione del Greco, la conclusione del Faust, l’Appassionata, il Parsifal, l’ambizione ditirambica di Nietzsche – tutto ciò è antiellenico e, già per questo, autentico.

Frammento 126
Per tutta la vita sono stato un sognatore. Quello che la gente chiama pigro e irresoluto, e a ragione, se ritiene che il lavoro intellettuale non sia lavoro. Io però questo lavoro l’ho svolto continuamente, dall’alba al tramonto e in mille notti insonni, e ho avvertito la scrittura come un penoso fardello.
La gioia di scrivere (trovare altrettanto bello scrivere libri quanto pensare per sé) è senza dubbio un segno di mediocrità o, per lo meno, indica una carente predisposizione artistica.

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Note
[1] Osvald Spengler, A me stesso. A cura di Giovanni Gurisatti, Milano, Adelphi, 1993. I passi citati provengono tutti da quest’edizione e sono riscontrabili alle pp. 18, 20, 21, 31, 34, 38, 44, 59, 76, 78, 82, 86.
[2] Le sorelle Rosa e Sara Gutkin, studentesse di Reval.

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