Giorno: 16 ottobre 2016

I poeti della domenica #106: Vito Bonito, Nella casa

vito

Nella casa un filo di carne
ascolta tutto il sangue
raccolto in una tazza

lo agita lo purifica

lo esplora a la luce
lo perde ne la luce

Cos’è un filo di carne
che non può dormire?

Cos’è la luce  dentro
una tazza di sangue

*

© Vito Bonito, Nella casa, da La fioritura del sangue, Giulio Perrone editore, 2009

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Bernarditudine

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Luigi Bernardi, foto di Roberto Nistri

Bernarditudine
Alcune memorie senza costrutto di tre matti su Luigi Bernardi

di Antonio Paolacci, Rosario Palazzolo e Gianni Montieri

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G: Boh, cominciamo che uno comincia e gli altri gli vanno dietro?

R: Ottimamente.

A:  Facciamo che abbiamo già cominciato? Montieri tocca a te.

G: Mi pare un buon inizio. Comunque, la prima cosa che farei per farlo incazzare e per cominciare sarebbe quella di girargli gli avvisi del meteo: “Sta arrivando Morgana”, “Occhio a Caronte”, “Poppea pioggia di Dea” e aggiungerei “Scurati”, non come scrittore, ma sempre come avviso meteo. Vi ricordate come sfotteva gli annunci di disastri meteo?

(da qui cominciano i ricordi, che fa un po’ Biagio Antonacci, ma meglio così si incazza subito)

*

A: Mi ricordo quando mi chiese di aiutarlo a montare una mensola in casa sua. Eravamo due inetti, in ’ste cose, ma pure gareggiammo a chi fosse più in grado di usare un trapano e una bolla. Ci mettemmo qualcosa come un paio d’ore, a montare uno scaffale solo, per quanto bello lungo. Il fatto è che Luigi era di una precisione maniacale e quella maledetta mensola doveva essere perfetta. Nelle pause tra una misurazione e un buco, bevevamo chinotto, parlavamo (male) dei – ehm – colleghi editori, ci raccontavamo quello che stavamo scrivendo, ridevamo. Solo alla fine gli chiesi perché avesse voluto il mio aiuto, con tutta la gente a cui poteva chiedere, visto che io non sono mai stato bravo in queste cose. Mi rispose, ovviamente: “Fatti i cazzi tuoi, Paolacci”.

R: Mi ricordo quando ci incontrammo per la prima volta, qui a Palermo, in un locale in centro coi tavoli fuori e i gazebo e molti piccioni e mi ricordo che mi sentivo parecchio imbarazzato anche perché era forse la terza volta che lo incontravo e sicuramente la prima a tu per tu, senza altri su cui far rimbalzare la responsabilità dei silenzi, e insomma stavamo lì a guardare i piccioni e i passanti e nessuno dei due parlava e parlammo solo per l’ordinazione e lui ovviamente prese un chinotto e si lamentò che non avessero la marca che preferiva e finalmente ebbi qualcosa da dire e perciò maledissi i bar all’aperto, sì, che si ostinano a tralasciare alcuni chinotti, E cosa li mettono a fare, dissi, I tavoli e i gazebo e i piccioni se poi non hanno le marche di chinotto, tutte le marche di chinotto, e E qui a Palermo non funziona niente, dissi, Figurarsi i chinotti, e mi dilungai assai, devo ammetterlo, sulla faccenda dei chinotti perduti e dei chinotti dimenticati e dei chinotti rimpianti, e purtroppo era un argomento a esaurimento, lo sapevo bene, e difatti si esaurì dopo poco, e restammo a consumare e a guardare in silenzio, e io mi sforzavo di innescare un meccanismo dialogico, e mi pare che un a certo punto dissi Io odio i piccioni, maledetti i piccioni, ma non funzionò ché in realtà non ho mai odiato i piccioni e niente sapevo sui piccioni, e mi lasciò col piccione in bocca quando a un certo punto disse Andiamo?, Sì, risposi, e così andammo, e mi pare fosse Lurisia, la marca, del chinotto.

G: Parlate bene voi di mensole, piccioni, e chinotti, soprattutto di chinotti; e se vi dicessi che ne ho uno sulla Lemonsoda? Eh sì, se manca il chinotto ci si arrangia. Eravamo a Sarzana, dopo una presentazione dei nostri libri, dopo una cena con molti amici, tra cui l’avvocato e Zannoni, e insomma siamo lì che torniamo alla stanza che avremmo dovuto dividere per la notte. E sono più o meno le undici, e lui vorrebbe andare a dormire, alle undici per lui era tardi, e io gli faccio: “Mi aspetti dieci minuti, che devo chiamare Anna?”, “Se proprio devo, Montieri, ti aspetto”. Non aveva scelta, avevamo una chiave e non sapevamo se ci fosse un citofono. Cercammo un bar. Ma a Sarzana, a maggio, alle undici, i bar in centro sono chiusi, di aperto c’era un ristorante. Cambio di tempo verbale, qui, come accade nei ricordi. Ci sediamo a un tavolino all’aperto (ancora un tavolino) e chiediamo al cameriere più scazzato del mondo se possiamo bere qualcosa. “Cosa prendete?; io ordino un caffè e una minerale, Luigi un chinotto, ma non hanno un chinotto. A Sarzana non hanno un cazzo di chinotto. E Luigi mi guarda con la stessa faccia che faceva all’uscita di un libro di Scurati, poi guarda il cameriere e gli fa: “Avete almeno una Lemonsoda?”. La Lemonsoda c’era. Il cameriere ci prese per pazzi, temo. Due tizi strani, forse ubriaconi che non si ubriacano. Amici che non parlano. In effetti non parlammo molto, eravamo stanchi, però azzardai “Che posto del cazzo”. Sorrise e mi rispose: “Che testa di cazzo”, facendo cenno verso il locale. “Andiamo a dormire?”, “Sarà meglio”. Così andò, vi risparmio la descrizione del suo terribile pigiama.

A: Beh allora, se parliamo di notti a Sarzana, una volta – per assenza di camere libere – io e Luigi dividemmo una stanza in quell’albergo, dove invece del citofono c’era una corda con la campanella, un albergo ricavato da un castello che tra l’altro si diceva infestato dai fantasmi. Voglio dire, immaginateci che dormiamo assieme in una specie di castello medievale infestato, bellissimo per carità, ma con il bagno comune al piano e senza chiavi alle porte delle camere, dove s’aggiravano pipistrelli enormi nei corridoi e al mattino dovevi perdertici per trovare la cucina e, se eri fortunato, farti fare un caffè con la moka. Ecco, immaginate Luigi che borbotta per tutto il tempo, tra una pausa di silenzio e l’altra, a cominciare da quando, appena arrivati, ci chiedono se vogliamo una matrimoniale o due letti singoli. E la sera dopo, a Bologna, tornati ognuno a casa sua, a un certo punto mi chiama: “Pronto?”, faccio io. “Pronto, Paolacci”, fa lui. Silenzio. “Dimmi”, faccio io. Lungo silenzio. “Sei tornato finalmente alla civiltà?”, fa lui, “cos’è ‘sto casino?”, mi chiede. “Sto entrando all’Esselunga”, faccio io, “il casino è l’elicottero dell’ospedale qua vicino che sta atterrando”. Lungo silenzio, seguito da sbadiglio. “Bernardi”, faccio io, “ma perché mi hai chiamato?”. “Sì, ti spiego”, fa lui, “è che stavo togliendo un pelucco dall’iPhone”, dice, “e mi è inavvertitamente partita la chiamata a te”, dice, “e ho pensato: meglio se aspetto che mi risponda e ci parlo, sennò Paolacci trova lo squillino e chissà che si mette in testa”, dice.

R: Scrivemmo un testo insieme, io e Luigi, nel 2007, un testo che si chiamava I tempi stanno per cambiare, e poi facemmo pure la regia e fu un divertimento assoluto, e mi ricordo che nella scrittura le scene si alternavano e pertanto lui scriveva la sua e io ribattevo con la mia e nel mentre commentavamo quanto avevamo scritto e discutevamo sul da farsi e come il progetto potesse definirsi nel migliore dei modi e io c’ho delle mail che se ve le facessi leggere, se io ve le facessi leggere, se un giorno decidessi di farvele leggere, non accadrà mai, però qui, adesso, voglio ricordare la sera del debutto e lo spettacolo debuttò a Palermo, mi pare fosse l’aprile 2008, e c’era grande emozione e Luigi non stava nella pelle e passeggiava nei camerini e sulla scena e controllava ogni cosa con uno sguardo così torvo da spaventare gli attori e poi cominciò lo spettacolo e ce lo godemmo dalla regia e lui ogni poco e sottovoce mi chiedeva Sta andando bene, no? e io facevo di sì e pareva un ragazzino alle prese con un nuovo giocattolo, mi ricordo, e ricordo la bellissima cena che ci fu dopo, e andammo a mangiare messicano e perché andammo a mangiare messicano non lo ricordo e c’era sto finto messicano con la sua sfilza di piatti tipici messicani e Luigi non sapeva che scegliere e scegliemmo il medesimo piatto ovvero una bistecca vattelapesca e insomma una roba proprio messicana e piccantissima e azteca e bevemmo come canguri e poi lo accompagnai in albergo e ci salutammo e me ne andai a casa e mi coricai e stavo ancora pensando allo spettacolo quando squillò il telefono ed era Luigi che blaterava al telefono e così mi vestii di fretta e lo raggiunsi in albergo e prima passai dalla farmacia notturna e bussai alla sua porta e quando aprì era piegato in due e Scopri le chiappe, su, amico, gli dissi, impugnando una siringa e Fanculo il Messico, gridava, lui, nel mentre, e arrivò persino la cameriera, che cominciò a guardarlo storto, mi disse, da quella notte lì.

G: Vi invidio molto, poi, questa cosa di averci lavorato insieme, ma le cose così dovevano andare, mi viene in mente ora una piccola cosa, ma che sancisce il momento in cui capimmo che saremmo diventati amici, o forse lo capii io, lui lo sapeva. Un giorno stavo attraversando Piazza Duomo qui a Milano, era dopo pranzo, rientravo in ufficio, ero con una collega. Lo incrociai, ci guardammo per una trentina di secondi senza dire niente. Aveva i capelli ancora più assurdi, mossi dal vento. Scoppiammo a ridere, ci stringemmo la mano, parlammo appena un paio di minuti, io ero in ritardo. Mi disse: “Montieri, un giorno mi spiegherai cosa cazzo ve ne fate di tutti questi piccioni”. “Un giorno, appena lo scoprirò”, risposi. Prima di andarsene, e quello fu il momento in cui diventammo amici, disse: “Montieri, noi non ci siamo visti”. E se ne andò, verso i portici, verso via Dogana, verso boh. Chissà dove cazzo è andato quella volta.

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I poeti della domenica #105: Guido Cupani, Cosmologia minima

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Cosmologia minima

Una ragazza piange.

Un pianto improvviso
come una scarpa slacciata fra un passo
e l’altro, in piena regola, a capo chino,
sola, le due mani sul viso.

Io che le passo
accanto e vorrei farmi albero o mosca o muro, imparo
che il pianto è prima di ogni motivo,
quotidiano, dimenticabile,
qualcosa di noto e sacro, che accade

sulla terra, un mercoledì, lungo la strada.

*
© Guido Cupani, Cosmologia minima, da Le felicità, Samuele editore, 2015