Giorno: 13 ottobre 2016

Irish in Italy (una mostra)

Yeats

Yeats

Irish in Italy: una mostra sull’Irlanda in Italia nel primo ’900

di Carmen Gallo

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Si inaugura sabato 15 ottobre una bellissima mostra dal titolo Irish in Italy. Letteratura e politica irlandesi in Italia nella prima metà del Novecento, dedicata alla ricezione della politica e della letteratura irlandesi nel nostro paese nei primi cinquant’anni del xx secolo. Visitabile, fino all’8 gennaio 2017, presso la Galleria della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Viale del Castro Pretorio, 105, la mostra fa parte di un progetto internazionale più ampio curato da Antonio Bibbò, dell’Università di Manchester, già traduttore di Woolf (sua l’ultima traduzione per Feltrinelli de Gli Anni) e studioso di storia della ricezione con un particolare interesse per la letteratura italiana e quelle di lingua inglese.

Attraverso le bacheche allestite per l’occasione, e un salottino originale degli anni ’40, i visitatori potranno immergersi nell’atmosfera ma anche nelle testimonianze dell’epoca: lettere, documenti e estratti delle traduzioni “d’epoca” dei maggiori testi irlandesi del periodo, da Finnegans Wake alle poesie di Yeats, solo per citarne alcuni, letti da Luca Iervolino.

La mostra infatti, come si legge sul sito, segue due linee principali: “da una parte la lunga e sanguinosa storia dell’indipendenza irlandese e le versioni che di questa sono state presentate in Italia nei primi decenni del Novecento; dall’altra la storia della sorprendente rinascita letteraria irlandese e della sua diffusione e ricezione, prima nell’Italia liberale e poi in quella fascista. Il rapporto tra Italia e Irlanda durante la prima metà del Novecento si tradusse infatti in una serie di avvenimenti e pubblicazioni che raccontano come lo Stato Libero d’Irlanda si sia progressivamente imposto tra noi quale entità autonoma tanto da un punto di vista culturale quanto politico. L’Italia, in quegli stessi anni, stava vivendo una profonda mutazione politica e culturale, con la conclusione del processo risorgimentale e la successiva dittatura fascista”.

Sottolinea ancora Bibbò, “la mostra prova a dar conto di questo complesso rapporto, del suo andamento oscillante nei primi cinquant’anni del 1900 e dei rispecchiamenti tra il panorama letterario e il sistema politico che caratterizzarono, e spesso favorirono, gli scambi tra le due nazioni. L’intreccio tra letteratura ed esigenze politiche nell’emergere di una letteratura propriamente nazionale in Irlanda illumina così anche pagine poco note della nostra storia politica e culturale”.

La mostra ci racconta inoltre non solo la fortuna degli autori irlandesi in Italia nel primo Novecento, ma anche le personalità che più vi hanno contribuito. Tra tutte spicca quella pionieristica di Carlo Linati, traduttore dei drammaturghi dell’Abbey Theatre e di Joyce, che ritraduce Sterne (già tradotto da Foscolo) e fonda, con Enzo Ferrieri, la rivista Convegno, una delle più importanti per la diffusione della letteratura irlandese in Italia negli anni Venti; e quella più tarda di Paolo Grassi, che rinnoverà la scena teatrale italiana dopo il fascismo anche rivolgendo lo sguardo alla scena irlandese. In questi anni, scrive Bibbò, “la letteratura irlandese in Italia vive una seconda giovinezza dopo gli esperimenti pionieristici di Linati e si presenta quanto mai variegata e sorprendente: da una parte gli “europei” Joyce, Shaw e Wilde, dall’altra i “veri irlandesi” Yeats, Synge, O’Casey, e per finire i cosiddetti ‘oriundi’ come Eugene O’Neill. Con questi, si confrontano i maggiori letterati italiani del tempo, da Pavese a Montale, da Gian Dàuli a Emilio Cecchi, fino ai giovanissimi Pasolini e Manganelli”.

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© Carmen Gallo

Dario Fo, Coro da Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri

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Dario Fo, Coro da Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri

 

Oh, che il mondo è tanto tanto bello
se lo guardi appeso per i piedi!
Capovolto, agli occhi piú non credi
se lo guardi con la testa in giú.

Su nel ciel vedrai volar cavalli
ed i pesci nuotar fra i rami in fiore:
ecco un fiore succhiare le farfalle
e posarsi sopra un calabron.

Vedi un ladro che ti confessa un prete
l’orfanello accoglie suore in fasce,
i ministri riuniti in un comizio
e gli agenti li picchian col baston.

da: Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri, in Le commedie di Dario Fo, Einaudi 1966, p. 102

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #23

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Ventidue – Schiavi e padroni]
A death mask. Is there a reason for a death mask? It is barely a physical resemblance – in death, the muscles so relaxed, the face so without the animating spark. A death mask is almost an intrusion on a beautiful memory. And yet, who could throw away the casting of a loved one? Who would not want to study it longingly, as the distance freight train blows its mournful tone?

Una maschera della morte. C’è una ragione per una maschera della morte? è appena una somiglianza fisica – nella morte, i muscoli così rilassati, la faccia così totalmente disanimata. Una maschera della morte è quasi un’intrusione nella bellezza della memoria. E tuttavia, chi potrebbe buttare via il calco di una persona amata? Chi non vorrebbe studiarlo con rimpianto, mentre un treno merci lontano soffia il suo triste fischio? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Una maschera della morte, come quella che Windom Earle fa trovare nel letto a Cooper, con i tratti di Caroline, una maschera del genere ha solo una vaga physical resemblance con la persona raffigurata, è un’imitazione della vita che non può ingannarci, un vilipendio al ricordo. Ma la maggioranza dei nostri ricordi non sono a loro volta death masks, rilassati, impoveriti, disanimati? Sempre diversi da quello che è successo, migliori o peggiori, comunque ingannevoli, utili solo a rintuzzare il rimpianto, che al variare del ricordo resta sempre lo stesso: noi non siamo più lì, in quel momento, in quel posto. Le maschere della morte che continuamente produciamo dentro di noi ci liberano dal tempo, non siamo più nel passato, che ormai è fuggito, non proprio nel presente, affollato com’è di falsi simulacri. E per raffigurare il non-tempo, per rendere questa non-idea, pensiamo a un non-luogo, a una stazione desolata, a un passaggio di treni come parti di noi e della nostra vita che si staccano e ci abbandonano. O pensiamo di non vedere la scena, di sentire solo quel fischio lontano, e l’aria che anche dopo continua a tremare.
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@Andrea Accardi

Laura Liberale, La disponibilità della nostra carne

Parigi 2015, foto gm

Parigi 2015, foto gm

Laura Liberale
da La disponibilità della nostra carne
(libro di prossima pubblicazione per Oedipus, collana Croma K, diretta da Ivan Schiavone)

 

E dunque lei muore
e un altro mistero s’ingrotta
di donna consanguinea
di stele che non aprì alfabeti.

Queste le femmine del tuo lignaggio.

Finisce in piaga
la carne che non rilasciò i segreti
e la consunzione non è che la punta
del vostro pauroso iceberg familiare.

 

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La prima volta fu
per l’addio che febbraio
condensava sui vetri.
Le tue mani, implorava
e attecchiva in te.
La seconda, il fantoccio
dissestato a tuo uso
traboccava nel poco
che di te concedevi.

In entrambe ordinasti
tempesta su quel seme:
Vieni disastro, mieti.

 

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Ancora stai chiedendo di nutrirla
di celebrare il rito della cura?
È un’ara questo tavolo, tu scava
due solchi, riempili di latte e acqua
zolle di terra innalza a far barriera
erigi il tumulo, l’orto racchiuso
liba nel sole che strina i contorni
nella misura della primavera.

 

© Laura Liberale