Giorno: 12 ottobre 2016

La sprezzatura di Anna Toscano

E poi ci sono i luoghi,
quel bar della stazione
a Milano
mica era come ora,
era
come allora.

una-telefonata-di-mattinaQuando uscì Doso la polvere scrissi, di quella allora nuova fase della poesia di Anna Toscano, che non tutto era stato rimosso, scostando la polvere; non tutto era emerso da quel gesto che comunque voleva fare ordine. C’era molto da riordinare, troppo. C’era ancora della polvere, per esempio sotto i tappeti di casa («La mia testa è come/ la mia casa/ oggetti sparsi/ pensieri in disordine/ polvere sotto i tappeti,/ anche se qui non passano preti», La mia testa). La poesia di Toscano, e prima ancora la vita, incontravano proprio in quel momento un nuovo disordine che le chiedeva, le imperava di togliere ulteriore polvere.
.  E così la metafora di fondo al terzo capitolo della produzione poetica di Anna Toscano assume ora una nuova valenza, perché l’io poetante si chiede «da dove/ questa fitta al cuore» e sa riconoscerne l’origine in quegli oggetti che da sempre costituiscono le chiavi per accedere al significato reale di questa poesia.
.  Con l’anima delocalizzata, Anna Toscano si incammina lungo i sentieri più dolorosi del suo vivere, e Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016) non nasconde nulla più, ora che tutta la polvere è stata rimossa per fare spazio alla luce e dare corpo più nero alle ombre. Ecco perché è pure avvertibile la fatica costata nel comporre questo nuovo libro che chiude ogni stagione passata e porta il lettore sulla soglia della prossima stagione poetica di Anna Toscano – una ‘quinta stagione’, prendendo a prestito il titolo di un bel disco di Cristina Donà? –, anche attraverso alcune tappe delle prime due raccolte. Ma, si badi, Una telefonata di mattina non è un’auto-antologia! questo è un libro autonomo, non un consuntivo di un per­corso, dove il passato si innerva nel presente per chiosarlo e nel contempo acquistare nuova linfa, quasi alla maniera di certi episodi di Anna Maria Carpi, o di Franco Buffoni (anche se quest’ultimo è poeta molto lontano dagli orizzonti di Toscano).
.  Ma non si può continuare a ridurre questa poesia sotto l’insegna “poesia degli oggetti”, per arrivare a formulare una poetica degli oggetti, perché tolto l’inevitabile correlativo oggettivo qui gli oggetti evocano non solo vita vissuta o proiettata: parlano una loro lingua, che è lingua di partenza (il luogo di origine di questi oggetti) e lingua di arrivo (la “pelle parole” di all’ora dei pasti). È poesia tattile sempre di più, ora che molto di ciò che ha contato nella vita non è più possibile toccare, accarezzare, sfiorare. I sentimenti stessi si fanno tattili, e non solo vibratili. E a volte questo tatto si fa pure pugno chiuso e diretto come un gancio (come in Un giorno poesia che rievoca una telefonata a vuoto alla quale risponde «solo un’eco di tomba»), perché Toscano continua a non fare sconti a nessuno, dal momento che non ne fa a sé stessa («Ora mi domando se/ godermi e vivermi la vita/ potesse essere altro/ di quel correre/ da un capo/ all’altro/ delle cose.», Ora). (altro…)

Una frase lunga un libro #75: Alessio Torino, Tina

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Una frase lunga un libro #75: Alessio Torino, Tina, minimum fax,  2016, € 14,00, ebook € 6,99

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Adesso erano al riparo, ma il vento passava in mezzo ai filari sui terrazzamenti dei muri a secco con lo stesso rumore che faceva il mare davanti al faro. A ogni folata si vedeva il suo fantasma che attraversava i cespugli di capperi sulla balaustra. Girava fino alla parete d’ingresso del dammuso e si arrampicava sulla trave di sostegno del canniccio; da lì tornava in aria.

Non c’è niente di meglio di un’isola e di tutto il mare che la circonda per raccontate un momento di passaggio, di temporaneo ma definitivo. Per raccontare vicinanza tra sconosciuti e isolamento, per raccontare attesa e distanza, ricerca e perdita. Se poi quell’isola è un luogo meraviglioso come Pantelleria, tutto diventa importante, che si tratti di un cappero o di una medusa. Alessio Torino, però, fa sì che Pantelleria sia cornice, sia elemento della storia, sia sfumatura ma non colore dominante. Pantelleria deve stare là con il mare, i faraglioni, il pesce, i dammusi; ma non deve fare un passo di troppo, deve lasciare spazio ai protagonisti di questa storia. L’isola diventa, qui, in un’estate qualunque, un confine dietro il quale nascondersi, una finestra aperta dalla quale ripartire. Sotto il sole di Pantelleria, racchiusi in poche decine di metri, in tre o quattro dammusi, si ritrovano: Tina e Bea, due sorelline di Urbino, con la loro madre; Charles, un uomo affascinante, solitario e tormentato; Parì e Stefano, una nuotatrice professionista e il suo compagno, originario della Corsica. E della Corsica è pure Andre, il gestore dell’Alta marea: diving, ristorante, bar, ritrovo e altro ancora. Un posto come se ne trovano tanti nelle isole del Mediterraneo. Un posto dove, per esempio, la nostra protagonista, Tina, può imparare a pulire il pesce. Troviamo poi Ivonne, una bellissima ragazza di Marsala. Questi sono i personaggi principali, e rappresentano il filo, lungo il quale Torino tesse la trama e muove i sentimenti.

Qualche mese prima, il padre di Tina e Bea ha lasciato sua moglie perché si è innamorato di una ragazza più giovane. È questa, allora, la prima vacanza che le tre fanno da sole, vacanza da vivere gestendo il peso dell’assenza. Ognuna a proprio modo lo farà, in maniera cosciente o meno. Questo è un aspetto del romanzo in cui Torino è davvero bravo, perché alternare, con tale delicatezza, una serie di umori e sensazioni, senza quasi mai mostrarli direttamente, non è per niente facile. Tina, Bea e la mamma vivono l’isola e la vacanza per quello che sono, ma le vivono per come si sentono in quelle giornate di sole e maestrale. Gli stati d’animo si alternano e si sovrappongono allo scorrere delle giornate, apparentemente, tutte uguali, come succede al mare. Tina, che tutti all’inizio scambiano per un maschio. Tina, che tra le sorelle sembra la più risoluta, la più consapevole. Tina che capisce il mare, o lo intuisce, così come fa – nonostante la giovanissima età – con le persone. Tina, senza mai dirlo, senza sostenerlo apertamente, comprende suo padre, non lo giustifica, ma sembra che, a differenza di sua madre, ne veda la debolezza come qualcosa che possa stare nell’ordine delle cose che capitano. I bambini arrivano quasi sempre prima. Bea, ha più difficoltà a gestire la mancanza del padre, cui cerca di telefonare di nascosto. La madre è un altro personaggio interessante: molto decisa e brava con le figlie, si direbbe organizzata, attenta anche alle vite di queste nuove persone appena conosciute. Si mostra saggia e comprensiva davanti a questi isolani (o vacanzieri) perduti o sperduti; eppure non è così forte. Eppure è sola.

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