Giorno: 11 ottobre 2016

Tu se sai dire dillo (V edizione)

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Tu se sai dire dillo
V edizione
21, 22 e 23 ottobre 2016
Spazio Ostrakon e Bioforme

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Rassegna ideata e curata da Biagio Cepollaro in memoria
dell’amico e poeta Giuliano Mesa

La V edizione di Tu se sai dire dillo si svolgerà nei locali del centro Bioforme, via Aosta 2, Milano (MM 5 Cenisio) e si articolerà essenzialmente intorno ai temi: la poesia di Giuliano Mesa, l’emergenza poetica di questi ultimi anni a Napoli, la riscoperta critica del Gruppo 93 a ventitré anni dallo scioglimento del sodalizio, la nascita della collana Autoriale e il primo volume dedicato a Francesco Tomada, la festa del blog Perigeion e la poetica del lutto di Amelia Rosselli.

L’immagine è di Biagio Cepollaro, Icona 33,2014

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VENERDÌ 21 ottobre

ore 18.00

Biagio Cepollaro e Giorgio Mascitelli leggono Giuliano Mesa
Proiezioni dantesche di Paola Nasti

ore 18,30

Fabio Orecchini : Installazione e performance dedicate a Giuliano Mesa

ore 19,00

Conversazione sulla poetica emergenza a Napoli.
a cura di Bernardo De Luca
Viola Amarelli, Biagio Cepollaro, Antonio Devicienti, Tommaso Di Dio, Giusi Drago, Francesco
Filia, Vincenzo Frungillo, Carmen Gallo, Nino Iacovella, Eugenio Lucrezi, Giorgio Mascitelli,
Luigi Metropoli, Gianni Montieri, Paola Nasti, Angelo Petrella, Christian Tito, Ferdinando
Tricarico e Daniele Ventre

ore 20.00

Intervallo

ore 20.30

La poetica emergenza: la poesia a Napoli
Viola Amarelli
Francesco Filia
Carmen Gallo
Eugenio Lucrezi
Giovanna Marmo
Angelo Petrella,
Ferdinando Tricarico
Daniele Ventre

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(altro…)

Scritture ducali, parte I: Modena e A. Delfini

delfini-001Sono sempre scettico quando mi trovo di fronte a antologie o testi di critica che si sviluppano attorno a produzioni letterarie definite per luoghi o contesti geografici, perché il più delle volte tendono a un elogio della creatività locale trascurando di approfondirne le relazioni sociali, culturali, e perché no, antropologiche. Non è assolutamente il caso di questa ricerca condotta da Alberto Bertoni, professore presso l’Università di Bologna che apre altre interessanti chiavi di lettura su due protagonisti della letteratura italiana della prima metà del novecento: Antonio Delfini e Silvio d’Arzo. Se nel caso di Delfini la pubblicazione delle Poesie della fine del mondo all’interno della  collezione di poesia Einaudi ha temporaneamente rispolverato il dibattito attorno a una figura così interessante e complessa; nel caso di Silvio d’Arzo, morto all’età di 32 anni, il silenzio è decisamente più  marcato, se si esclude qualche rimando sul web e un interessante articolo  uscito su Minima e Moralia.

Il testo di Bertoni, che non vuole essere una pubblicazione “locale” non può però fare a meno di scavare, nel caso di Antonio Delfini, alla ricerca di una “modenesità” letteraria, evidenziando nel Tassoni de La Secchia rapita se non le origini, quanto meno la dimostrazione di una morfologia antropologica di una città che sembra raccogliersi attorno a una piazza e che è Piazza nel suo essere “Piccola città, bastardo posto” (e la citazione di Guccini non è assolutamente casuale) luogo di scambio, interazione, vociare, passeggio. Scrive infatti Bertoni, dopo aver citato un passo del Tassoni: «In queste quattro ottave è riconoscibile una sorta di essenza della modenesità radunata in piazza Grande, col suo chiacchiericcio vano, gli assembramenti immediati e colossali davanti alle stranezze e ai proclami…». La stessa modenesità che si ritrova negli scritti dei viaggiatori del Grand Tour, come un Charles Dickens di fronte ai contrasti sensoriali di colori, rumori, odori ma soprattutto antropologici e comportamentali di una Piazza che sembra mutare ad ogni angolo, La  stessa piazza che non viene dimenticata da Piovene nel suo Viaggio in Italia o da Marc Augè, in visita a Modena nel 2010. La piazza Grande, intreccio antropologico più che urbanistico  di energie, vitali e mortali  è anche e soprattutto il “locus” in cui Delfini non a caso inserisce i suoi protagonisti più complessi, più contraddittori come quella Caterina detta la morte,  la cui descrizione  appare nella sua introduzione a I racconti della Basca. La Piazza diventa quindi per Bertoni lo stimolo antropologico, più che geografico per approfondire la lettura di Delfini, anche nei suoi viaggi, nei suoi rapporti con la cultura di oltralpe e evidenziare attraverso quei peculiari caratteri di “modenesità”, la sua importanza come scrittore del novecento, ben lungi da un provincialismo locale.

Alberto Bertoni, Scrittori da un ducato in fiamme. Delfini, D’Arzo e il novecento, Corsiero Editore 2016.

 

Poesia: memoria, ascolto e visione

Mimmo Jodice - Atena, Napoli, 2008 stampa al bromuro d’argento 60 x 48 cm

Mimmo Jodice – Atena, Napoli, 2008 stampa al bromuro d’argento 60 x 48 cm

L’attività poetica è un’attività conoscitiva, è porgere l’ascolto e volgere lo sguardo a ciò che in maniera essenziale si nasconde, ma che attende da sempre di essere riconosciuto per mostrarsi. Osservare e ascoltare sono dunque occasioni per un ridestasi della memoria. Conoscere è ricordare. Il ricordo nasce sempre da una dimenticanza essenziale, da qualcosa di immemorabile, la parola può solo sfiorare l’inizio, mai afferrarlo, ma la parola poetica non può non tentare di farlo. La parola poetica è condannata sin dal suo inizio al fallimento. Questo è il suo destino e la sua grandezza, la sua apertura essenziale, apertura silente in cui si rivela il mondo. Il silenzio è lo sfondo, il contrasto che permette alla parola di essere. È la sua linfa e sorgente. La poesia è la mappa, sempre incompleta, di questo silenzio che si mostra, viene alla luce nell’esser muto e opaco di ogni cosa.

Le parole nel loro affiorare alle labbra o nell’apparire sul foglio bianco, nell’attimo germinativo alludono all’essenza dell’esser cosa: ossia che tutto è tremendo, perché tutto è sacro, perché ogni singola cosa, ogni attimo, oscilla paurosamente tra l’essere e il niente. Il Poiéin, il fare poetico è, o meglio, è stato, una teoria, una visione, lucida e allucinata, un pensiero sul mondo e sulle cose e questo pensiero già da sempre è diventato poesia, ossia ha attraversato una regione in cui le parole non sono solo mezzi ma sono destino, sono, disperatamente, le cose che dicono.

La poesia è il luogo in cui ci si confronta in prima persona con le forze invisibili, concretissime e immense che ci attraversano e ci governano. Essa è un’attività eminentemente razionale, nell’accezione più larga, è il luogo in cui il nostro stesso domandare è in gioco, dove siamo a tu per tu con l’enigma dell’essere; non parlo di mistero perché è per definizione irrisolvibile e quindi nega a priori qualsiasi attività di ricerca. La poesia – se è autenticamente ascolto, visione e parola – è oltre la distinzione tra forma e contenuto, in quanto più ci si approssima alla verità da dire tanto più la forma ne consegue e, viceversa, lo stile è la verità della poesia.  Il poetare, come ogni attività umana, è finito e fallibile e quindi soggetto allo scacco, ma esso, a differenza delle altre attività umane, non rimuove il fallimento insito in ogni fare, ma lo dice sino in fondo, lo assurge a radice del suo dire.

Se nell’atto poetico vi è un fondo di verità, scrivere poesie è l’opposto di esser poeti. Spesso ci si attribuisce la qualifica di poeta come se l’attività poetica sia il frutto della creazione del Genio o che dia la possibilità di accedere a un ruolo sociale, a una forma quasi sacerdotale e a relative pose estetico-narcisistiche. Il poeta, se questo ruolo ha avuto mai un senso, è funzionario della parola, come il filosofo lo è del pensiero; a differenza di altri cerca di obbedirle in maniera non ovvia, ma analiticamente consapevole. La scrittura poetica è una forma specifica di produzione – basti pensare all’etimologia greca – e ognuno che si cimenta col dettato poetico non può dirsi poeta se non come altre persone possono dirsi falegnami, muratori, operai. Tutto qui. E poi nel frattempo bisogna vivere nel mondo – che non significa assolutamente ‘impegnarsi’, altra trappola narcisistica per chi non ha niente da dire – o almeno cercare di farlo, o bisogna averlo fatto, altrimenti niente scrittura che abbia un senso, che possa tentare di dire qualcosa, di dire l’unica e sola cosa che conti.

Il gesto poetico, pur nascendo da un nucleo narcisistico e non staccandosene mai del tutto, pena la sua fine, deve trasformare quell’autocompiacimento infantile in un sottrarre, in un servizio che distolga il desiderio dal vano Se stesso e lo rivolga al linguaggio e al mondo, a quell’ ‘altro’ che per contrasto può anche restituirci, radicalizzandolo, ciò che siamo. Se c’è un ethos nella parola poetica è questo e nessun altro.

Il singolo per quanto possa e debba essere asservito al linguaggio conserva un nucleo di irriducibilità alla mera funzione linguistica che rende il suo gesto poetico degno di esser tale, tragico e solitario nel momento in cui si scontra con l’atrocità del bello e del vero.

L’ora del poetare è l’ora stabilita, l’ora in cui si ascolta il destino, l’istante in cui si scorge nei dettagli dell’apparire ciò che invisibilmente vi si cela. L’ora stabilita è l’ora tragica è l’attimo in cui ogni vita fa i conti con se stessa, l’attimo in cui l’arbitrario che ogni singolo è s’infrange sul muro della necessità. Fare i conti con se stessi, ritornare a sé ascoltandosi, significa anche fare i conti con il luogo che ci ha reso quel che siamo, che abbiamo lasciato e in cui, comunque, siamo ritornati. Luogo che può essere un luogo reale – la città, il paese in cui si è nati e che continua a parlarci in un assedio di amore e odio – o un luogo della mente che, ossessionandoci, continua a parlarci e a chiedere ascolto, trovando le sue cinture di contenimento nel linguaggio, che trasforma la nevrosi individuale in discorso pubblico, in dialogo con il  mondo. Il linguaggio, questo medium universale, in quanto unico e solo mezzo di comprensione e di comunicazione da mezzo si trasforma in fine, anzi  è da sempre l’orizzonte invalicabile di ogni gesto, pensiero, emozione, nevrosi e in quanto orizzonte del nostro stare al mondo ci reclama a sé. La poesia, quindi, deve fare i conti con il paradosso tragico che ogni dire può essere solo un ‘dire’, anzi un ‘esser detto dal linguaggio’, che però allude necessariamente a ciò che ‘dire’ non è. Se così non fosse ogni tensione espressiva, ogni parola, ogni discorso sarebbe inutile e pleonastico, sarebbe mero gioco linguistico irresponsabile. La poesia è un vedere e un ascoltare che devono esser detti, asseriti, il dramma e l’atroce bellezza della parola poetica è tutto qui.

La parola amplifica e fa risuonare di un’eco profondissima l’oggetto della visione. Il rischio di ogni vedere è quello di esser visti, di essere scrutati sin nell’abisso dall’oggetto della nostra visione, ogni vedere è un esser visti. Il pericolo e il cuore di ogni destino poetico è quello di farsi divorare dalla visione. Perché il nocciolo di ogni visione è quell’invisibile punto cieco che ci sfugge che si agita alle nostre spalle e, per quanto possiamo esser veloci nel voltarci, non si farà mai sorprendere e catturare. Questo inciampo essenziale più si ripete e più ci spinge a perseverare, trasformando la poesia stessa in un’ossessione. L’ossessione che la poesia è si trova dinanzi a un bivio, o risprofonda nella nevrosi originaria che l’ha generata morendo o si rigenera, si trasforma diventando mondo. La poesia è questo vedere che si scontra con il punto cieco di ogni visione, con la trama invisibile e fittissima di ogni venir alla luce.

Il dire si scopre avvolto in un silenzio che appare impenetrabile, che però dal suo profondo, dal suo doppiofondo, parla tacendo. L’ascolto è un rispondere al silenzio, a una voce ancestrale e sconosciuta che ci chiama all’appello, che ci reclama e che non è mai definibile e dicibile del tutto. Non possiamo esimerci, però, dal cimento.

L’esperienza della fine e dell’inizio, come tali, sono negate all’uomo e se la scrittura è scrittura circa l’enigma dell’esserci non può spingersi oltre ciò che ci è stato assegnato, ossia un’assoluta cecità su quel che ci ha  preceduto, sulla fine e  su ciò che sarà dopo la nostra fine. Il gesto poetico è l’emergere di un’isola da un oceano di silenzio, è la soglia tra il buio e la luce, tra la parola che trova un appiglio per rimanere e quella che invece scompare nelle nebbie del tempo. Se un prima c’è stato, esso non può essere raccontato, rimane come traccia invisibile che ci parla in negativo, attraverso la sua assenza, come il passato remoto che dimora in ognuno di noi  e che si agita invisibile dietro il primo ricordo cosciente che affiora alla luce. In questa prospettiva ontogenesi individuale e filogenesi della specie sono l’una lo specchio dell’altra. La parola poetica tenta un disperato assalto alle cittadelle inespugnabili dell’origine e della fine, nel far ciò inventa il mondo che scorre tra loro.

La poesia è il farsi parola del desiderio dell’origine – e chi scrive spera, senza mai poterlo verificare, che il genitivo abbia valore sia soggettivo che oggettivo – il desiderio che l’origine ci attenda alla fine, ci accolga, ci apra lo spazio di una parola, quella definitiva, che sigilli il cerchio spezzato delle nostre esistenze e del mondo. Il sigillo è la parola, che deve abbandonare ogni ambiguità, ogni gioco irresponsabile e farsi sempre più precisa, sempre più affilata, sempre più aderente alla Cosa da dire. Ma questa parola non potrà mai essere quella definitiva, non potrà mai uscire dal labirinto del discorso. Nonostante ciò essa dovrà sempre e comunque avere l’obiettivo di essere altro da sé, di diventare per sempre la cosa che dice, anche se ciò è impossibile. Perché se la poesia è vera poesia, cioè destino dei mortali, di quegli enti che sanno della loro fine, non può saltare fuori dalla propria ombra, non può percorrere quel millimetro che la separa dalla cosa ultima. La morte ha la parola definitiva e quella parola non potrà mai essere nostra.

© Francesco Filia