Giorno: 10 ottobre 2016

Il Barbiere di Encefalonia

Parigi, 2015, foto gm

Parigi, 2015, foto gm

Il Barbiere di Encefalonia

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L’attesa

Controllò ancora una volta l’indirizzo sul foglietto di carta che gli avevano dato. Era corretto. Lo lasciava perplesso, però, l’insegna posta sulla porta d’ingresso. C’era scritto “Spaccio”. Lui aveva chiesto, al titolare del bar dove aveva fatto colazione, dove potesse trovare un buon barbiere, non tagliava i capelli da due mesi. Ora si trovava lì davanti, attraverso finestre senza tende riusciva a guardare dentro. C’erano cinque o sei persone in grande attività, ma tutto sembrava tranne che un salone da barbiere. Per togliersi ogni dubbio: entrò. Un uomo gli venne incontro con fare gentile. «Buongiorno, in cosa posso esserle utile?» «Buongiorno, stavo cercando il Barbiere.» «Venga dentro, si sbrighi. Ma è matto a urlare così in mezzo alla strada? Non sa che i barbieri sono illegali qui?» La faccia perplessa di Luciano De Rosa, commesso viaggiatore, incitò l’uomo a continuare. «Il barbiere è in un bunker qui sotto, l’attività che svolgiamo qui sopra è di copertura.» Luciano sempre più sconcertato, più perché non sapeva cosa dire che per curiosità, domandò: «E quale attività svolgete qui sopra come copertura?» «Smistiamo e spacciamo cocaina, naturalmente. È una gran rottura di scatole e rende pochissimo, ma cosa vuole è una delle poche attività rimaste che si possano svolgere legalmente.» Mentre pronunciava questa frase prese Luciano sotto il braccio e lo condusse verso un armadio a muro. «Venga che l’accompagno dal barbiere.» «Sicuro, posso stare tranquillo?» «Ma come no, Tonino Guarrattella è il miglior barbiere dello Stato, è latitante naturalmente.» «Gesù.» «Non si metta a invocare che la religione è illegale.» «La religione? Ma mi scusi cosa è rimasto di legale qui?» «Ma non lo sa? Ma dove arriva lei, mi scusi? Sono rimaste legali le solite cose: la corruzione, gli scippi, i furti con destrezza, lo spaccio di stupefacenti, gli omicidi e le stragi. Pure lo sterminio di massa, ma rende così poco che quasi nessuno ci si dedica.» «Capisco.» Disse Luciano e scosse la testa. Doveva decisamente inoltrare la domanda di pensione, questo mondo non era più il suo, le cose cambiavano troppo in fretta. L’armadio a muro si aprì con uno scatto e comparve una scala a chiocciola. «Prego, si accomodi. In fondo alla scala troverà uno degli aiutanti di Tonino ad accoglierla. Dopo, se tutto va bene, la faranno uscire da un’altra porta. Arrivederci.» «Arrivederci.»

Arrivato in fondo alle scale, Luciano venne accolto da un ragazzo in pantaloni rosa aderenti e camicia bianca sbottonata sul petto. «Buongiorno carissimo, venga, la stavamo aspettando.» Si aprì una porta d’acciaio, proprio come quelle dei bunker e davanti a Luciano comparve qualcosa di incredibile. Una stanza immensa, con pareti coloratissime d’arancione, di giallo, di rosa. Poltrone dal design avveniristico, caschi in titanio, flaconi trasparenti di shampoo blu, verde, grigio, viola. Mentre cercava di riprendersi fu avvicinato da un uomo vestito con un completo gessato, stile gangster anni trenta, baffetti alla Poirot e senza l’ombra di un capello in testa. «Buongiorno e benvenuto, sono Tonino Guarrattella. Da questo momento lei non si deve preoccupare di niente, la sua testa è nelle nostre mani, si ricordi soltanto qualora dovesse andar via di dimenticarsi di essere stato qui.» «Qualora? Come ‘qualora’?» «Stia tranquillo, non si preoccupi, si accomodi lì, vicino a quegli altri due signori e aspetti, i ragazzi le porteranno un caffè o un bicchiere d’orzata (sono le uniche due bevande illegali rimasteci). Intanto potrà godersi lo spettacolo di vedermi all’opera, perché è il momento che preferisco della giornata: il momento dei calvi.» Luciano sempre più sbigottito, si accomodò su una poltrona color oro, in mezzo agli altri due clienti in attesa. Entrarono i calvi. Due uomini ammanettati, completamente calvi e con lo sguardo perso nel vuoto, vennero fatti accomodare su due poltrone al centro del stanza. Tonino sorrise felice, fece un inchino verso i tre clienti, che non muovevano un muscolo,  e si mise al centro delle due poltrone. L’aiutante in pantaloni rosa gli portò una Katana. Tonino la impugnò con eleganza e tagliò le teste ai due calvi. Il taglio fu così preciso che il sangue quasi non uscì. Luciano era terrorizzato. Il cliente alla sua sinistra sorrideva, quello alla sua destra ansimava. Quello che sorrideva si rivolse a Luciano: «Permette? Peppe Quagliarella» «Luciano De Rosa.» «Lei ha appena assistito alla soppressione di uomini calvi, garantita dall’Articolo 6 del Trattato Illegale dei Barbieri dello stato di Encefalonia» «Madonna del Carmine.» «Bravo, si sfoghi, qui può bestemmiare.» Detto questo si alzò e andò a sedersi su una poltrona davanti agli specchi dall’altra parte del bunker, dove subì un regolare e perfetto taglio di capelli.

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David Markson, L’amante di Wittgenstein

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David Markson, L’amante di Wittgenstein, Edizioni Clichy, 2016; traduzione di S. Reggiani e M. Testa; € 15,00

di Martina Mantovan

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In principio c’era il messaggio, anzi i messaggi, lasciati nelle strade da Kate. Dunque, in principio vi è Kate, protagonista del romanzo L’amante di Wittgenstein di David Markson.
Kate è la protagonista; prendiamo questa proposizione come assunto. Kate è la prima persona singolare; e Kate è l’amante di Wittgenstein. Tecnicamente non è mai stata l’amante di Wittgenstein, però, se Wittgenstein avesse avuto modo di incontrarla avrebbero sicuramente avuto molto da condividere. O da tacere. Kate non ha mai incontrato Wittgenstein perché nel mondo di Kate Wittgenstein non esiste: esiste nella sua testa, ma non nei luoghi esterni alla sua testa. Nel mondo di Kate l’esistenza è una condizione logica, non ontologica. Il mondo e la vita di Kate sono tutt’uno perché Kate è il suo proprio mondo: Kate la monade, Kate che ci accompagna nella desolate solitudini dello scetticismo innalzato a principio guida dell’esistenza.

Era davvero un’altra persona che ero così ansiosa di trovare, quando cercavo tanto, o quello che non riuscivo a sopportare era solo la mia stessa solitudine?

Sola, alla deriva su una spiaggia, teatro del deserto di senso dell’ultima coscienza rimasta a popolare la terra, Kate appare come l’unica depositaria del linguaggio, l’unica testimone dell’esistenza del mondo. Affacciata in riva ad un mare di silenzio, Kate dà vita al suo mondo nominandolo, recuperando ricordi e aneddoti dai meandri della sua memoria.

Ed è ovviamente anche nella mia testa.
Ma, del resto, cosa c’è che non sia nella mia testa?
È come un maledetto museo, a volte.
Come se fossi stata designata curatrice di tutto il mondo.
Che è quello che ero e che, per così dire, indiscutibilmente sono.

In un mondo delineato dalla logica, Kate si pone come unica coscienza di fronte a cui l’accadere dei fatti si dispiega: la coscienza di Kate è ciò su cui si infrange la possibilità di rendere vivibile la prospettiva del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein. Se i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo, del mondo si può essere solo il limite, non una parte: il solipsismo della protagonista è dunque l’ovvio risultato della trasposizione pratica del concepire l’esistente come esistente solo in relazione al soggetto.
Kate, centro atomico di un mondo e della narrazione, è pura soggettività: nel monologo senza sosta si cela l’urlo disperato di colei che vede bruciare, sgretolarsi, scomparire, tutto ciò che appariva saldo nel territorio della certezza; il soliloquio oscilla tra follia e profezia, in un lungo e doloroso sforzo di sopravvivere alla consapevolezza del fallimento del cogito ergo sum cartesiano.
Kate comprende, comprende con ogni fibra di se stessa, che non basta il pensiero a porre la sua esistenza ontologicamente al sicuro, per renderla libera dal dubbio e dall’aporia che quotidianamente deve affrontare; Kate sa che il darsi del suo pensiero testimonia solo l’esistenza del pensiero stesso.

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