Giorno: 8 ottobre 2016

proSabato: Sergio Solmi, Specchi

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SPECCHI

.  Gli specchi regolano le apparizioni. Penso che una volta la forma umana si riflettesse soltanto nell’aria colpita dalla luce, nell’alone fugace del miraggio, e che, salendo una duna sabbiosa, ci potesse accadere d’incon­trare la nostra stessa persona, fatta leggera e luminosa come quella dei semidei. Così, vedersi doveva essere un miracolo, la nostra immagine sorgeva capricciosamente di sottoterra, si proponeva a noi senza averla ma cercata né sospettata, con la logica importuna e incomprensibile dei fantasmi. Forse soltanto e qualche privilegiato, impalpabile e nera come la morte, si animava, assumeva l’incarnato vivido, l’umido lampo che brucia nell’aspetto delle creature, si riannodava, in un soffio di rapita nostalgia, al colorito cerchio delle cose terrestri.
.  Ma dal giorno che le belle forme di Narciso sorsero dal fondo delle acque, e rimasero per sempre imprigionate a fiore di queste, la nostra immagine prese costume d’apparirci soltanto attraverso la super­ficie trasparente degli stagni, e nell’acqua solida e morta del cristallo, riposante sul suo ingannevole fondo d mastice e di mercurio. L’essere, ormai diviso per sempre, si differenziò sempre più dal proprio riflesso; sicché le figure che vediamo negli specchi ci appaiono incredibilmente estranee e lontane, come apparte­nessero a un mondo ignaro della fatalità e della morte; stagliate e brillanti, mosse dall’aria immateriale e pulita d’uno spazio a due sole dimensioni, dove è chiaro che le profondità e le distanze sono affatto illusorie, e ogni parvenza vive a fiore di se stessa, e non oltre. Perciò la bella donna che, inchinandosi fuggevolmente davanti alla spera nitida, vi sorride di traverso come all’amore, pensa che il tempo abbia fermato la sua discesa, la carne cessato di sfiorire, e crede d’aver vissuto, per un attimo, immortale come le immagini.
.  Così si spiega come lo specchio sia sempre stato considerato strumento di magia, e che dalle sue profondità le versiere riuscissero ad evocare il volto dei trapassati, e a sciogliere le vicende chiuse nei limbi confusi del futuro. Attraverso il leggero appannamento che l’età diffonde sui cristalli, le apparenze si fanno nebbiose e vane, come se dovessero d’un tratto svaporare e lasciare il posto a qualche forma bellissima ed increata. Inganno anche questo, tuttavia, e miraggio: poiché tutti gli specchi, come quello di Laura, furono fabbricati sopra l’acqua del Lete, e non sono che la forma tangibile dell’oblio.
.  Per questo agli altri oggetti familiari, destinati ad accompagnarci accogliendo i segni del tempo e del dolore come la nostra stessa carne, ho sempre preferito gl’incorruttibili specchi, entro cui la vita nasce e muore senza lasciare impronta; più intatti del mare, dove pure l’onda solcata si ricompone azzurra e vergine, immagine del perfetto essere. Similmente anch’io avrei voluto vivere: ma i volti, i gesti, gli avve­nimenti che riflettevo restavano imprigionati a dibattersi nella vuota memoria, come in una rete invisibile; né valevano a liberarli dal cattivo prodigio gli sforzi della vita che anelava a diventare, finalmente, eguale a se stessa. E forse per questo l’uomo è uno specchio che si fa chiaro soltanto con la morte.

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da Sergio Solmi, Meditazioni sullo Scorpione, Milano, Adelphi, 1972, pp. 33-35.

proSabato: Giovanni Testori, da Passio Laetitiae et Felicitatis

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[…]
. Lentamente, lentamente e dolorosamente aveva proceduto la notte verso la procedura dell’essere in del tutto se stessa e medesima; il de che significava là, al ’rizzonte, l’apparire dei primi ciari dell’alba; ciari che purtuttavia si fadigava a intravertire; mostrando essi di voler tignirsi ammò dentro del suo grembo materno, ’me figlietti ot fetini che volessero farsi partorire no de sette ot otto mesi, imbensì, se del caso, de vundese o dodese. In del pù se speccia – disevano i ciari de ocra e de rosa – in del meglio è.
. Anca la rete aveva contenuato imperterrita tessitora, nel suo snavettamento de cotone e de lana mar­tiriale; ’me due anguille, l’una vegia o, a dir meglio, madura, l’altra giovenissima, le due principe de quel disastro che è proprio de chi conosse no net legge, net speranza, v’erano restate impigliate tra il gocciare de sangue et il pensarci su e farsi pensare delle viole; i de cui petali blu, blu fondo, blu vellutante e vellu­tato, si slargavano alle infinite gradazioni di che era signora e madama la notte; quanto alle smagie vano sul punto di staccarsi dal gambo, erano nella sconfinata volta del cielo le congreghe delle stelle e l’alone larghissimo e vagante della luna.
. Così come la Madre piramidata de piume de oca; così come le consorelle, tutte scadenade o quasi; così come le serve e servette, ma di tra la porpora di quell’ematico stillicidio et il viole di quel disperato pensare, anca le due s’erano alla fine indormentate; dopo che il pianto e il ’canirsi contra i cussini, dopo che le popille ’verte in del vuoto ne avevano disarmata ogni resistenza.
. Sonno e pace, donca, sulla Casa ’me era stato implorato alla Sant’Agata benedetta? può darsi la resposta del sì; ot del forse. Ma il risveglio, almeno per la no regalata d’accento era stato improvviso, lacerante e crudele, quasi che ’na poiana, cont un sol colpo dell’adunchissimo becco ne avesse trapassato il cervello; o una scioppettata ne avesse pertusato le oreggie et le tempie.
. La beccata, la scioppettata le avevano, in dell’effetti, dervito lì, in sul letto, dentro un fulgore di lampi e di luci apocalitttiche, la pagina del testamento proprio là dove, la sera prima, aveva vergato l’ultima parola; che era stata quella del rivederci al domani.
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