Giorno: 5 ottobre 2016

Emilio Capaccio, poesie da Voce del paesaggio

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Inventatevi un oroscopo

Inventatevi un oroscopo. Qualità e tare ereditarie,
somiglianze con fratelli e sorelle.
Brevettate un modo di comunicare,
un sorriso indecifrabile.

Parlate dell’ambiente che vi ha ispirato,
del mare che vi ha affievoliti,
della montagna
che ha dato fibra e risolutezza.

E i venti diranno di avervi conosciuto
in luoghi che eternamente si contrastano,
dove le montagne
– lanterne antiche sull’acqua –
sono tutto quello che si acquisisce.
Il mare,
quello che si disperde!

 

*

Breve autunno

Una volta le foglie in assonnati moti cadevano.
Ora, uno dopo l’altro, si susseguono gli uragani.

Le mattine si congiungono alle sere.
I tenui pomeriggi dell’ora solare
staccandosi a metà arco del giorno
hanno lasciato un freddo nastro di oscurità.

Non c’è più il calmo fluttuare delle foglie
e per tingersi di giallo
non c’è tempo.
– Il tempo s’adegua al tempo che portiamo! –

Solo un rude strappare e un correre a un’altra
stagione.
Sotto gli archi ramati dei tigli del parco
non ci sono indizi di memorie.

Le foglie sono subito terra!

*

Chi mi aspetta

Vado con volto inapparente.
La casa è lontana.
È dove si nasconde il treno del ritorno.
Mi mobilita il tempo.
Mi dirigo come un fantasma.
A tratti, ad ogni istante,
appaio in posti più vicini
prossimo al risveglio.
La casa è sommersa
dove l’azzurro dell’arrivo cola altre tinture
e manda cartoline agli uccelli.
All’uscita della stazione una bimba
mi aspetta tutte le sere
su un manifesto sgualcito che dice:
«Scomparsa il 6 dicembre».
Mi sorride blandamente.
Pensa:
«Che stupidi! continuano a cercarmi
ora che è facile incontrarmi
in ogni preghiera!»

*

Storie sull’autunno

L’autunno è comparso a chiazze
come una malattia endemica
sulla cappa delle aiuole.

Non si vede più un cane per strada
un essere libero
di rovistare nell’immondizia
o sognante sotto i portici.

Non escono la sera.
Restano impressi sul divano
a sentire quello che si svelenano
una madre e una figlia.

Le farfalle morirono
durante l’ultima glaciazione.

La luna non è più venuta
da quando precipitò
dietro casematte quinquagenarie
a ridosso dei parchetti degli spacciatori.

– La vede una donnola ogni tanto
a un centinaio di chilometri di distanza
in qualche rada boscaglia. –

Le foglie ancora incerte
non sanno
se andare a un cielo che non le chiama
o trattenersi nel braccio vegetale.

Io mi sono sbagliato.
Non dovevo dar retta
a quelle storie sull’autunno!

*

L’attesa

C’è immobilità nell’aria.
Vegeta un nulla raggrumato
sulla carcassa del giorno.

Nel fogliame tra la pervinca
sfrega il ragno esili zampe
che intessono l’attesa.

*

Corrispondenza

Con calligrafia di solitudine
vorremmo scrivere lettere al Cielo
a un non ben definito companheiro
per parlare con lui da uomo a uomo.

Ma dopo il “Caro Gesù…”
e i nostri figli, che in altri nidi sono andati,
apponiamo una croce da analfabeta
sopra un’interminabile dormita.

 

Emilio Capaccio, da: Voce del paesaggio. Prefazione di Massimo Sannelli, Kolibris 2016

Una frase lunga un libro #74: Daniele Del Giudice, I racconti

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Una frase lunga un libro #74: Daniele Del Giudice, I racconti, Einaudi 2016, € 19,00

*

L’utopia è necessaria, per cosa lottare altrimenti, l’oggetto d’utopia è ricco, abbonda, contiene perfino il suo contrario, il suo fallimento, maggiore è la passione e la precisione nell’elaborare l’oggetto tanto più il risultato contraddice e sbeffeggia l’intento.

Ogni volta che leggo un incipit di Daniele Del Giudice, che si tratti di romanzo, saggio o racconto (come in questo libro), avverto potentissima la sensazione della solitudine. Immediatamente tutto scompare, tutto si apre allo spazio che Del Giudice andrà a riempire con quello che ha scritto. Rimani tu e le parole che colmano man mano il vuoto. Vuoto che è del lettore e che è anche dello scrittore. Nel suo precedente libro, In questa luce, Einaudi 2013, Del Giudice scriveva: «Eccomi qui, davanti al foglio bianco. Quante volte, dalla prima? Quante volte ancora, fino all’ultima? Non son balle, scrivere è difficile. Per tutti.», ed è verissimo. Ma se è vero per lo scrittore è vero anche per il lettore. Il foglio bianco è come uno specchio e bisogna essere in due per vederci chiaro e poi riconoscersi, perciò la solitudine di cui parlavo è reale ed è un sollievo perché dall’altra parte del foglio bianco c’è uno dei più grandi scrittori contemporanei e leggerlo è un privilegio. I racconti sono usciti da qualche mese e sono tutti bellissimi, lo dico subito; sono accompagnati da una splendida introduzione di Tiziano Scarpa, che, tra le altre cose, scrive che negli anni ottanta e novanta quando usciva un libro di Del Giudice era un evento per critici e lettori. I problemi di salute di Del Giudice impediscono che questo evento possa ripetersi, purtroppo, ma questi meravigliosi racconti, un misto tra editi e inediti, sono qui adesso, restiamo soli con loro.

Non so mai bene come comportarmi Da un lato tenderei ad affidarmi in tutto a chiunque mi avvicini, dall’altro so che la mia condizione mi isola dalle altre persone.

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