Giorno: 1 ottobre 2016

proSabato: Cesare Garboli #2, Crisi della dialettica

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Crisi della dialettica

Ci sono due modi di sentire e concepire il mondo, che stanno da sempre in aperta, fatale e insolvibile contraddizione. Si possono riassumere in due formulette. Esiste, da una parte, un’attitudine profondamente religiosa, un sentimento contemplativo e creaturale della vita, per il quale non c’è altro valore o bene, non c’è altro idolo da adorare che non sia la Vita. Generalmente questa attitudine la si appiccica ai santi, ai poeti, o a nature magnanime e sublimi. Il dono della musica, il piacere della libertà, la perdizione di se stessi sono attributi essenziali di questa perfetta imitazione evangelica. E spesso, per ritrovarla, non c’è bisogno di richiamarsi a campioni di stoffa suprema, basta scendere tra comuni creature, tra pochi felici che consumano esistenze splendide di una loro vile magnificenza, vissute senza risparmio dell’anima. Scioperata ed errabonda, umile e peccatrice, assomiglia, la vita di queste persone, all’esistenza randagia degli animali, a quella lussuosa dei fiori. Vite di poveri, ma capricciose come e più di quelle dei ricchi. I gigli dei campi, gli uccelli del cielo esprimono lo stesso tipo di religiosità: qualcosa di simile all’idea “decadente” della poesia, sublime accettazione della “vita” da una parte, rifiuto e indifferenza del “mondo”, dall’altra. Per essere tra costoro, bisogna essere insieme adulatori e peccatori, vittime e ribelli. Bisogna sentire la vita come ciclo di perpetua lode ed eterna distruzione. Bisogna opporsi al falso razionalismo, alla falsa vernice della “realtà”. Sarebbe un errore chiamare “mistici” questi pochi felici, dotati di spirito francescano, maledetto e “poetico”. Li incontriamo ogni giorno. Siamo, costoro, noi stessi.
   Così, nel suo accento profetico, al cospetto dell’eterno, Tolstoj poteva scrivere, un giorno, che «bisogna amare la vita, amarla anche nel dolore, perché la vita è tutto, la vita è Dio e amare la vita è amare Dio». Ma c’è un altro modo, altrettanto religioso, e dicono più severo, di concepire il mondo. Quello che insegna a non adorare per niente la vita, ma, al contrario, a disprezzarla, e a metterla, nel conto degli oggetti che ci appartengono, come la cosa più ottusa e più vile. La vita è stupida, inesistente, pasticciona: una donnetta isterica, a mezzo servizio, che non merita idolatrie o sacrifici. Altro che amarla. Bisogna tenerla a distanza, invece, cercare, tutt’al più, di utilizzarla, trattandola come una materia servile, come uno strumento, cercando di sostituire ai suoi falsi e peribili valori illusori un bene ancora più chimerico, più illusorio, ma eroico e prometeico: bisogna darle un senso, inseguire finalità costruttive, inventare la bussola della Realtà. Così San Paolo poteva scrivere: «Se compri un oggetto, compralo come se tu non lo comprassi; se ti sposi, sposati come se tu non ti sposassi». Per essere nel vero, bisogna vivere senza vivere. Alle premesse dell’amore, si devono sostituire le premesse della politica. Stabilire con la vita un rapporto tattico, tenersi sulla diffidenza. È su queste premesse, insieme calvinistiche e gesuitiche (quale stretta di mano si sono dati, i due grandi antagonisti!) che è sorta, o almeno si è solidificata per sempre, sembra, di successo in successo, la società borghese, la civiltà industriale e moderna. È giusto prendersela con la tecnologia, col neocapitale, col benessere, con la follia rimossa dei funerei istituti “borghesi”? È giusto, ma soltanto a patto che si riconosca che siamo, questa civiltà, noi stessi.
   Nel calderone della storia c’è stato sempre spazio, si sa, per tutti gli opposti, la civiltà occidentale è dialettica. Qualche filosofo medievale si sta ancora chiedendo, nella tomba, se sia da preferire la vita attiva o quella contemplativa. Mentre santi e poeti creavano i perpetui modelli dello Spirito, mercanti o pionieri volgari scoprivano continenti e inventavano motori. È vecchio dilemma faustiano, come Leonardo che dimenticava volentieri tele e cartoni, per darsi tutto a pensare come potessero bonificarsi le paludi pontine. Temo che la dannazione dell’uomo sia proprio in un paradosso, nel fatto che vivere significa smentire a ogni passo l’unilateralità dei due opposti modi di sentire. Appena si comincia a vivere, si comincia a costruire tutto ciò che non ha valore. Ma ci si può anche chiedere, come fa Elsa Morante nella sua Canzone degl F. P. e degli I. M., da che parte stia la felicità.
   Elsa Morante non ha dubbi. Trascinata da un impeto dantesco, con una voce straziata ma piena di grazia, con un istinto del gioco sorridente che non trova oggi uguali, divide il mondo in reprobi ed eletti: da una parte i Felici Pochi, le cui «contraddizioni non esistono finalmente – altro che nei nostri pettegolezzi provvisori», e dall’altra i meschini Infelici Molti d’ogni paese. Anticipatrice dei beats addirittura negli anni Cinquanta, sorella di Antonio Delfini, la Morante non si sente di convalidare la dialettica della civiltà occidentale. La vive invece in termini di alternativa, di crisi. Felici, bellissimi e allegri sono soltanto quelli che hanno imparato a perdersi. E mentre li commemora, come è strano e naturale, la voce del poeta si intenerisce, si riempe di tristezza. Poi sale a note più alte, stridule: la canzone si trasforma in un poemetto arrabbiato, in un urlo di protesta.
   Ho letto da qualche parte, o ho sentito dire, che la Morante possiede un cervello virile. Può darsi. Ma quello che di veramente virile colpisce in lei è un dono superiore e diverso, e lo si vede anche da questa canzone, che sa ridere di se stessa. È quella grazia, quella leggerezza buffonesca, quella gentilezza e capacità di lazzo irriverente, che così raramente le donne possiedono. Di mettersi i pantaloni, qualsiasi donna è capace. Di prendersi gaiamente sotto gamba, nel più vivo dolore, nessuna.

(1968)

 

© Cesare Garboli, Crisi della dialettica, da La stanza separata, Milano, Scheiwiller, 2008.

proSabato: Cesare Garboli #1, da “Vita di Parise”

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proSabato: da Vita di Parise di Cesare Garboli

[…] nei momenti di maggior estetismo fine-secolo (l’altro, quello scorso) era luogo comune la vita come arte; oggi, alla fine di questo, il dopo-Barthes e il dopo-semiologia impongono (forse con meno cafoneria) la vita come testo.
Tra noi, a partire dal secondo dopoguerra, un’esistenza ad altissimo tasso semiotico (dopo quella, naturalmente, di Delfini) è stata, nella sua rapida combustione, la vita di Parise. Accendere e spegnere le luci di questa vita non sarebbe un saggio da poco. Parise non è uno scrittore di realtà eventuali, uno scrittore, per intenderci, il cui linguaggio, come avviene di regola nel Novecento, sia in concorrenza con la realtà; al contrario, è uno scrittore razionalista, illuminista, «giornalista»: dunque uno scrittore di tradizione. E tuttavia, Parise è uno scrittore ribelle, al quale la tradizione serve solo per consumare sistematiche trasgressioni. Inoltre, la vita stessa di Parise è un campione letterario: avventurosa, imprevedibile, capricciosa, ricca di modelli, inesausta nella sua sete di viaggio e di conoscenza, essa si presenta in un disordine che non è altro che l’assestarsi di una forma (tragica). Le linee confuse e intrecciate, le sinuosità, le bizzarrie, le scoperte, i tempi stretti o dilatati come capitoli che si aprono inattesi o aspettati, vi si compongono con la coerenza stupefacente che possiedono non solo i testi letterari, ma, nel loro decorso obbligato, i grandi equivalenti di un testo, le malattie. Più di qualunque altro scrittore che ci sia stato contemporaneo, la vita di Parise chiede di essere interrogata e, nel suo processo patologico, propone, grida la sua ermeneutica. Quali ne sono le «chiavi»?
Ci sono alcuni nuclei tematici che s’irradiano, dai libri di Parise e, come si dice oggi, interagiscono tra vita e opere, condizionandosi a vicenda. Mi limiterò a citarne due o tre fra i più evidenti. In primo luogo, il successo. […] Parise è stato sommerso dal successo, che si è impossessato di lui quando era poco più di un ragazzo. Un successo schietto, vero, poetico; il successo che premia non le faticose trame per conquistarlo, ma la distrazione, la sventatezza della gioventù, che non si aspetta il successo, ma lo sogna, come tutti sogniamo (o abbiamo sognato) di stringere tra le braccia Rita Hayworth o di baciare le labbra inarrivabili di Greta Garbo. Se questi sogni si realizzano, il loro magico avverarsi fa conoscere non la gioia del successo, ma il suo destino di solitudine, la sua inguaribile malinconia, quella speciale tristezza che è dei vincenti (di Achille), per i quali il trionfo è un segnale misto, negativo, uno squillo funebre, un ponte gettato verso il mondo dei morti e non dei vivi. Parise ha conosciuto la malinconia del successo perché ha saputo e imparato troppo presto, troppo presto, che il successo surroga, ma non sostituisce, tutto ciò che la vita non darà mai. Il successo deprime, o corrompe, o «porta male», perché fa vedere la vanità. […]
C’è un altro tema più nascosto, più drammatico, che percorre come un verme […] l’opera di Goffredo. È un tema duplice: la nascita illegittima e la conquista dello stile. Questi due temi si susseguono, si accavallano come due frasi intrecciate, esposte, contrappuntate in una stessa fuga. Per chiarire il loro nesso mi servirò di un ricordo personale. Un giorno, quindici o sedici anni fa, Parise mi comunicò che mi avrebbe regalato un paio di scarpe inglesi, marca Saxon. […] ci incontrammo a via Frattina [a Roma]. Entrammo nel negozio. Anzi, che dico, Parise mi spinse dentro, parlottò col commesso, scelse le scarpe, le esaminò, assistette alla prova, e pagò con evidente soddisfazione.
Il senso di questo episodio è abbastanza chiaro. Esso riflette un complesso, o una sindrome, di paternità frustrata o negata […] Intanto io avevo acconsentito alla cerimonia nell’oscura certezza che Parise aveva bisogno di un rituale inventato molto di più di quanto non avessi bisogno io di un paio di scarpe nuove. Bisogna dunque rifarsi non al regalo ma alla sua natura […] Parise mi affiliava a una società ideale […] [che] aveva evidenti connotati aristocratici o alto-borghesi di benessere, tradizione, agio, comodità; una società dove tutti si salutano, si riconoscono, leggono lo stesso giornale, frequentano lo stesso circolo […] Di questa società immaginaria […] Parise mi elesse, quel giorno, membro onorario.
Si sarà allora capito che cos’era, per Parise, lo stile. […] Parise non mi regalava ciò che non si ha o non si è avuto, ma ciò che egli aveva conquistato e poteva ormai abbandonare agli altri. Si regala forse ciò che non si ha, ma si possiede veramente ciò che si abbandona nelle mani (nel mio caso nei piedi) degli altri. Lo stile narrativo del Sillabario, l’ultimo libro di Parise e il suo capolavoro, è il possesso signorile di una realtà che siamo sul punto di lasciare per sempre. […] Parise vi distilla la pietra filosofale del raccontare. Ma non racconta, fa qualcosa di più. Invoglia a pensare che il mondo sia raccontabile, e che la sua raccontabilità sia una meraviglia da scrutare attraverso un foro minuscolo. Si pensa, per un istante, a uno stile di rimpianto e di congedo. Ma non è così. Il rimpianto è reso più acuto, non si sa come, dal suo contrario, dalla sazietà e dall’indifferenza.

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