Mese: ottobre 2016

Jolanda Insana, Non è per vanto

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Non è per vanto

 

1
tu di là io di qua
dopo questa rifottitura senza rinfrescamento
a leggere in un orto di carte con desfortuna

lèvati e non fare il lumacone che sbava

2
dopo i quarantatré malanni
c’imbarchiamo senza gallette
su gusci spicchi per mari spacchi

restano a terra i ladri accarezzati
(leccarsi la minchia come i cani?

3
e chi porta la notizia a casa
dopo averci appicciato l’olio la lagna e la lantera?
non t’impalano e l’anima te la fanno uscire dal culo

4
continuo ad avere l’acqua dentro casa
e tu baci le mani a chi se le merita tagliate

5
con le ali cadute
la bella fottuta struscia e striscia
dentro quattro metri quadri
e sai che scroscio fa

6
ho il gusto guasto
e l miele pare fiele

7
piangi con l’occhio
(molto meglio non avere manco quello (altro…)

«Perché andate?» Sulla poesia di Anna Maria Carpi

Anna Maria Carpi, Venezia, foto di Gianni Montieri

Anna Maria Carpi, Venezia, foto di Gianni Montieri

«Perché andate?»
Sulla poesia di Anna Maria Carpi

di Anna Di Meglio Copertino

*

«Credeva in Dio?/ Penso di no, e anche poco negli altri./ Era un po’ disumana» (da L’asso nella neve,  p. 175).
Quasi un epitaffio, il commento alla propria vita perduta, reso in vita dalla sedicente defunta Anna Maria Carpi, che denuncia di sé una dura scheggia di verità. Dal non credere, in Dio, negli altri, nell’individualità differenziata e molesta, da una certa disumanità nascerebbe la poesia della Carpi? Non sarebbe una negazione in sé? Ma non è la lirica, persino quando tende al minimalismo o al nichilismo, la massima espressione d’umanità?
Abbandoniamo per il momento questa traccia che abbiamo posto come introduzione e insieme epilogo, quasi “esiziale”, all’opera della nostra autrice.
Da una lacerazione interiore e dalla volontà di superarla andando verso “l’altro” nasce anche la poesia, dichiara Paul Celan, un poeta ben noto alla Carpi, in Meridiano, il discorso da lui pronunciato in occasione del premio Georg Büchner di cui venne insignito nel 1960. Celan pone il dire artistico come «tentativo disperato di trasformare l’orrore assoluto in immagini e linguaggio», l’orrore scaturente da vicende esistenziali private (abusi subiti nell’infanzia) e pubbliche (la brutalità del nazismo), dinanzi al quale avverte per sempre l’inadeguatezza della resa espressiva. Il dire trova la sua unica possibilità nel dialogo fra un “io”, che già non è più il poeta, cui, scritta, la parola poetica cessa di appartenere, e un tu, l’altro, al quale la linea del Meridiano che abbraccia la Terra, luogo della poesia, lascia, prima di tornare a  sé, dopo aver percorso luoghi ed eventi esterni, un’apertura a semicerchio: «Uno spazio per il fiato, che vada verso l’altro, senza calcolo di profitto.» Tragica nobiltà di Celan, pronta a sacrificare la parola fino all’oscurità e al silenzio (Argumentum e silentio), pur di testimoniare la duplicità dell’alterità.

Altri autori potrebbero esser citati come elemento di confronto con la nostra, da Caproni, a  Saba, a Szymborska, talora, appunto, per la lacerazione interiore e la tensione verso l’altro (Celan, Saba) talora per la resa espressiva, spezzata o altalenante, ma anche caratterizzata da chiarezza del lessico fino alla vicinanza ai modi della prosa e del diario (Caproni, Penna, Szymborska ). Tirando, tuttavia, le fila del confronto appena disegnato, senza dilungarmi, dirò soltanto che c’è una qualità del dire poetico della Carpi senza dubbio  originale rispetto a questi e ad altri autori citabili.
La “macchia” originaria, come lei la chiama, della propria esistenza individuale tende, sì, a rintracciare la propria possibilità di salvezza e di stato di grazia nel rincorrere l’altro, dichiarandogli il proprio “amore” e il bisogno di essere “amata”, “vista, vista, vista”, “capita” finalmente e assolta, senza un perdono che la sua anima scontrosa scettica impaziente disdegnerebbe.
Le affinità con Celan si rilevano davvero limitate. A una lettura superficiale e buonista, o mistica o romantica o idealistica, la tensione verso l’altro, con tutta una serie di attributi e aspetti lievi e sognanti, la luce, il tenue e discreto paesaggio autunnale o il nitore della neve e della brina, il pigolio dei passeri, il gioco di bimbi e cuccioli di animali, o il calore del camino mentre fuori è buio e gelo, potrebbe configurarsi come superamento della chiusura in se stessa, verso una generosità e disponibilità al dialogo e al confronto, alla comprensione, ispirate ad autentico interesse per l’umanità.
Niente di più falso e banale. La caratteristica precipua, innocente e cruda, al tempo stesso, è una candida, disarmante e inquietante, più negli esiti che nelle pur drammatiche origini, “disumanità”, appunto, una certa mancanza di “interesse socio-culturale” verso l’altro, reso oggetto salvifico, che ha una sua ragione di essere e magari una delicata resa edonistica per l’effetto appagante che si sprigiona dai sensi.
Per Celan come per Durs Grünbein (tradotto dalla Carpi), per Saba (vedi «O mio cuore dal nascere in due scisso/ quante pene durai per uno farne!/ Quante rose a nascondere un abisso», in Secondo Congedo; oppure «Non somigliare, ammoniva, a tuo padre/ ed io più tardi in me stesso l’intesi:/ eran due razze in antica tenzone», in Mio padre è stato per me l’assassino) – per la Carpi stessa esiste una “ferita originaria” che ha prodotto un’esistenza dimidiata. E nella Carpi, personalità dai moti talora scontrosi o impazienti, segnata da scarti emotivi, da un’ironia amara e da scetticismo, ne viene una scrittura che fa incursioni nella prosa, nel diaristico e in incidentali squarci di grazia, senza ragione vera – questi ultimi senza un percorso che li giustifichi fino in fondo.

(altro…)

Nota su Stephen King, Un ragazzo sveglio

Locandina di "Apt Pupil, film del 1998 di Bryan Singer tratto da "Un ragazzo sveglio" di Stephen King

Locandina di Apt Pupil, film del 1998 di Bryan Singer tratto da Un ragazzo sveglio di Stephen King

È Halloween e io mi domando come il Re possa venirci incontro per celebrare la giornata con un bello spavento. Ricordo il mio racconto preferito, quello del viaggio iperspaziale da compiere dormendo a meno che non si voglia passare coscienti un tempo simile all’eternità rinchiusi in una capsula di un metro e mezzo; oppure Il virus della strada va a Nord, dove il protagonista compra un quadro raffigurante un uomo in automobile e si accorge, sfrecciando lungo l’autostrada che lo riporta a casa, che nelle tempere il paesaggio cambia e si fa straordinariamente somigliante alla strada che si è lasciato alle spalle.
Tuttavia è quando ricordo che il protagonista del racconto che sto per presentare si chiama Todd, e il suo nome in tedesco – tedesco è l’altro protagonista del racconto, e questo è un dato essenziale – richiama la morte, capisco che dovrò lasciare da parte il soprannaturale e concentrarmi su una piccola gemma della letteratura kinghiana che fa sembrare l’orrore, l’altro orrore, un gioco divertente.
Un racconto lungo di King è, nella vocazione pantagruelica dello scrittore, l’equivalente di un romanzo, e tale è Un ragazzo sveglio, secondo dei quattro romanzi sul tema dell’anno astronomico contenuti in Stagioni diverse. È lui il reale racconto sull’estate, spodestato nell’immaginario collettivo dall’autunnale The body (più celebre con il nome Stand by me dell’omonimo film) che viene considerato il reale capolavoro della raccolta.
Prendo posizione, nel mio piccolo, e punto il dito su Un ragazzo sveglio, una delle più profonde meditazioni di Stephen King sui due temi che realmente gli sono cari: quello dell’infanzia e della crescita, e quello dell’incubo racchiuso dentro il sogno americano. (altro…)

I poeti della domenica #110: Francesco Tomada, Grammatica

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Grammatica

Quando i bambini cominciano a parlare
non pronunciano frasi intere
ma singole parole ridicole e imperfette
però palla è palla
gatto è gatto
ed è una cosa imparata che resta per sempre

a me di tutto l’italiano basterebbe poco
soltanto qualche vocabolo, ma da dire con sicurezza
come madre padre figlio
e la parola casa come una parentesi che chiude
la parola noi

*

© Francesco Tomada, da Portarsi avanti con gli addii, Raffaelli Editore, 2014

I poeti della domenica #109: Paolo Volponi, ‘Porgimi, amore’

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Porgimi, amore

Porgimi, amore
il tuo ramo fiorito

la mente mattutina
nel cui cespo chiaro
ai venti incerti di ottobre
ripara l’allodola ferita,
l’azzurro ginepro degli altipiani
prossimi alla marina.

O la tua pietra
in bilico sul fiume,
la perduta foglia di salice
sull’acqua,
l’alga tenebrosa
dove un invisibile pesce respira.

Amore, amore,
porgimi del tuo albero
il frutto più alto
così la tua uva nascosta
e il piccolo orto
dal pettirosso fedele;

il tuo cavallino
dalla coda leggera,
la vipera che ti beve
il latte nel seno,
l’amoroso gallo
che ti sveglia
e la civetta compagna
alle tue notti di luna.

Porgimi, amore,
il tuo mutabile tempo
giovanile,
l’immobile sole
e il quarto di luna
della tua esatta stagione.

© Paolo Volponi, Porgimi, amore in «Paragone Letteratura», n. 42, giugno 1953

Per Jolanda Insana

Jolanda Insana si è spenta pochi giorni fa, il 27 ottobre scorso. Sulle prime ho provato a scrivere qualcosa a caldo, ma più scrivevo e più capivo che ripetevo qualcosa che comunque avevo già scritto nel 2009, quando il volume Tutte le poesie, pubblicato da Garzanti, mi aveva permesso di attraversare l’allora trentennale parabola di questa splendida e fuori dal coro voce poetica italiana.
Riproporlo qui, dopo averlo riproposto in via quasi privata, vuole essere un omaggio. fm

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Jolanda Insana è certamente uno dei nomi più importanti tra i poeti italiani; malgrado ciò fatica a trovare casa ogni volta che viene pubblicata un’antologia che si proponga di disegnare il panorama attuale italiano. Fortunatamente per altre strade ha trovato consenso e ammirazione, a partire da Giovanni Raboni, il primo sicuramente a riconoscerne la grandezza e lo spessore sin dalla sua prima raccolta data alle stampe.
A dispetto del titolo questo volume degli “Elefanti-Garzanti” non raccoglie “tutte le poesie” di Jolanda Insana; bensì tutte le poesie che la poetessa messinese ha voluto entrassero a costituire il suo canone. Per sua stessa ammissione rimangono fuori «poesie anteriori al 1977, o posteriori o non incluse nei libri pubblicati e dunque extravagantes, così come [poesie] della raccolta di Epigrammi» (p. 9); resta fuori principalmente una vasta produzione di libri inediti dei quali la Insana riporta i soli titoli e le date: Rota alienata (1965), Soltanto inventariare (1966), Camera di combustione (1973), Il maledetto inattaccabile (1975). Titoli e date sono sufficienti comunque a fornire i primi dati di un percorso poetico assolutamente originale e sé stante nel panorama italiano degli ultimi trent’anni.
Jolanda Insana di sé ebbe a scrivere che «conobbe la guerra e i fichi secchi, e dunque predilige parole di necessaria sostanza contro il gelo e i geloni»; così nell’Autodizionario degli scrittori italiani, curato da Felice Piemontese, per i tipi di Leonardo (Milano, 1990), la Insana designava i propri contenuti e confini: tutto quanto non rientra nella rappresentazione, diciamo pure, a pelle della realtà non entra nella sua poesia. Allo stesso tempo il rifiuto di ogni sorta di abbellimento del lessico e dei versi, o accostamento a correnti a lei coeve o comunque tradizionali nella storia della poesia italiana, nel porre un netto distinguo tra lei e i “maggiori” di ogni tempo metteva altresì questo suo modo di scrivere in stretta relazione con certi “minori”, che non essendo in verità tali sono invece i «grandi poeti dell’anima», come li definì Raboni, ossia autori di quelle produzioni che si pongono ai margini dei canoni letterari. Il plurilinguismo della Insana, coi suoi frequenti eccessi dialettali, il ricorso a espressioni scurrili, ricordano non solo Dante, ma ancor più Jacopone, Pulci, Folengo, Michelangelo Buonarroti e, più vicino alla poetessa, Giovanni Testori.
Dagli esordi delimitati dalle due raccolte arrabbiate, Sciarra amara (1977) e Fendenti fonici (1982), fino a quello che potremmo considerare il suo vertice, ossia La stortura (2002), la poesia di Jolanda Insana è cresciuta tra giochi d’invenzioni lessicali e veementi attacchi frontali ai mali che attanagliano l’uomo e la società. Se le invenzioni lessicali che non di rado sfociano in neologismi sono l’indice riconosciuto d’un’espressione necessariamente fisiologica, poiché «quel che linguisticamente è masticato le [alla Insana] diventa suo cibo e se non trova da masticare, inventa» (sempre dalla pagina dell’Autodizionario già ricordata), è altrettanto necessario il mantenimento di una tonalità monocorde per questa poesia, presentatasi tale sin dal suo tardo esordio e ripropostasi nelle tappe successive senza avere mai smorzato i toni.
Del resto già nel 1982 Nadia Fusini notava come la Insana lavorasse «esattamente nella ferita che si apre nella sciarra come nell’ironia. Lavora cioè in quella fenditura che scava una distanza tra l’io e la vita, distanza del resto irreparabile» (il brano è riportato nell’antologia critica che chiude il volume). In Niente dissi, componimento che apre Fendenti fonici, dice: «mi specchio e sgravo con dolore/ figliando famiglie di parole/ immagini pargolette e sorelline maggiori// lo specchio sono io/ sono io il mio stesso io/ e tu ci sformi [..] e a chi mi vuole spogliare svergognare/ e pubblicare/ io dico/ ti do la lana non la pecora» (frammenti 4 e 19, pp. 119 e 123). Non c’è quindi una proiezione verso l’esterno atta a cercare un rimedio al male; c’è semmai una lotta continua con sé e per sé, per mantenersi pura contro le contraddizioni esterne, l’ipocrisia diffusa, l’abbassamento morale. (altro…)

ProSabato: Heinrich Böll, Il destino di una tazza senza manico

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Heinrich Böll, Il destino di una tazza senza manico

Sono fuori, in questo momento, sul davanzale della finestra e mi riempio lentamente di neve: la cannuccia di paglia si è gelata nell’acqua e sapone, dei passeri saltellano attorno a me, rozzi uccelli che si azzuffano per una briciola di pane sparsa per loro: e io tremo per la mia vita, per cui ho già tanto spesso tremato. Se uno di questi grassi passeri mi urta, cado giù dal davanzale, sulla striscia di cemento – acqua e sapone resteranno come un qualcosa di ovale, gelato e la cannuccia si piegherà – e i miei cocci li getteranno nella spazzatura.
Attraverso i vetri appannati vedo splendere pallide le luci dell’albero di Natale, sento piano la canzone che si canta dentro, le zuffe dei passeri coprono tutto.
Nessuno, là dentro, sa naturalmente che io sono nata esattamente venticinque anni fa sotto un albero di Natale e che venticinque anni sono un’età incredibilmente avanzata per una semplice tazza da caffè: le creature della nostra razza che senza essere usate sonnecchiano nelle cristalliere, vivono molto più a lungo di noi, semplici tazze. Eppure sono sicura che della mia famiglia non vive più nessuno, che i miei genitori, i miei fratelli e sorelle, addirittura i miei figli sono morti da tempo, mentre io devo compiere il mio venticinquesimo compleanno sul davanzale di una finestra ad Amburgo, in compagnia di passeri litigiosi.
Mio padre era un piatto da dolci e mia madre una rispettabile vaschetta per il burro: avevo cinque tra fratelli e sorelle, due tazze e tre piattini, ma la nostra famiglia restò unita solo poche settimane: la maggior parte delle tazze muore giovane, di morte improvvisa e così due dei miei fratelli e una delle mie care sorelle, già a Santo Stefano caddero dalla tavola. Presto dovemmo dividerci dal nostro amato padre: in compagnia di mio fratello Joseph, un piattino, accompagnata da mia madre, viaggiai verso il sud. Avvolti in carta da giornale, fra un pigiama e un asciugamano di spugna, andammo a Roma per servire il figlio del nostro padrone che si era dato allo studio dell’archeologia. Questo periodo della mia vita – “i miei anni romani” – fu per me di grandissimo interesse.
Dapprima Julius, così si chiamava lo studente, mi portava con sé alle Terme di Caracolla, resti di mura di un enorme stabilimento balneare: là, alle Terme, feci amicizia con una bottiglia-thermos che accompagnava me e il mio padrone al lavoro. La bottiglia-thermos si chiamava Hulda; spesso restavamo insieme a lungo sull’erba, mentre Julius lavorava con la vanga: più tardi mi fidanzai con Hulda, la sposai durante il secondo anno del mio soggiorno romano sebbene dovessi subire i violenti rimproveri di mia madre che riteneva indegno di me il matrimonio con una bottiglia-thermos. Mia madre era strana, comunque: si sentiva umiliata perché era usata come scatola da tabacco e così il mio caro fratello Joseph che considerò una offesa estrema venir abbassato al ruolo di portacenere.
Vissi con Hulda, mia moglie, mesi felici: imparammo a conoscere tutto quello che anche Julius scopriva, la tomba di Augusto, la Via Appia, il Foro Romano, anche se di quest’ultimo mi restò un triste ricordo perché qui Hulda – la mia consorte amata – venne distrutta dal lancio di una pietra di un ragazzetto romano. Morì per un pezzo di marmo grosso come un pugno, proveniente da una statua delle dea Venere.
Al lettore ancora incline a seguire i miei pensieri, dotato di tanto cuore da concedere anche ad una tazza senza manico saggezza di vita e sentimento di dolore – posso ora comunicare che i passeri hanno beccato da tempo le briciole e che per me non esiste immediato pericolo di vita. Nel frattempo sui vetri appannati, si è formato un tondo lucido – della grandezza di un piatto – e dentro riesco a vedere chiaramente l’albero, vedo anche il viso del mio amico Walter che schiaccia il naso contro il vetro e mi sorride.
Walter, mezz’ora fa, prima che iniziasse la festa coi regali, ha fatto le bolle di sapone, ora mi indica col dito; suo padre scuote il capo, accenna col dito al trenino nuovo fiammante che Walter ha avuto in regalo, ma Walter scuote la testa e io so – mentre il vetro si appanna di nuovo che al più tardi fra mezz’ora sarò di nuovo dentro, nella stanza…
La gioia degli anni romani fu oscurata non solo dalla morte di mia moglie, ma ancora di più dalle stranezze di mia madre e dalla insoddisfazione di mio fratello che la sera, quando ci ritrovavamo insieme nell’armadio, si lamentavano di non essere apprezzati e riconosciuti nella loro vera funzione e vocazione. (altro…)

Ivan Ruccione, Partenze

Berlino, foto gm

Berlino, foto gm

Ivan Ruccione, Partenze

Mamma sta togliendo i petali secchi attorno alla foto di mia sorella, sul ripiano del comò, quando bussano alla porta. Si gira verso di me e senza dire niente mi fa cenno di andare a vedere; ha i capelli così sporchi che non si muovono di un millimetro. È tutta bagnata in viso, i suoi occhi azzurri sembrano fondi di bottiglia rotti.
Lo spioncino ingrandisce la stempiatura del signor Santi e così apro. Ci scambiamo i convenevoli di rito, e poi mi allunga la busta che stringe la sua mano tremante.
Quando torno in soggiorno, mamma è ancora piantata con le sue gambe robuste davanti alla foto, guarda il soffitto. La luce dell’abat-jour fa brillare i capelli unti che aderiscono perfettamente al cranio e le lacrime che circondano i nei all’angolo della bocca. Sembra coperta di alghe e balani, come una creatura emersa dalle profondità marine dopo chilometri di apnea. Ora ha esaurito la dose di lacrime e le rimangono solo due piccoli cieli tersi nei quali vorrebbe volare.
– Chi era? – mi chiede, dopo aver asciugato il viso con un fazzoletto.
– Il padrone di casa.
Le vado incontro e le consegno la busta delle spese condominiali.
– Dai, – mi dice con un filo di voce. – Ora è meglio che tu vada.
La seguo in cucina e mi siedo sulla sedia. Sul tavolo c’è una sportina gonfia di abiti puliti. Mamma chiude col coperchio un contenitore pieno di polpette al sugo e gli dà un giro di pellicola.
– Sarà contento, papà, – le dico.
– C’è anche l’insalata di pasta.
Apre il mobile sotto il lavandino e prende dalla scatola un’altra sporta che ha piegato fino a farla diventare un triangolo. Dopo averla spiegata ci infila dentro il contenitore delle polpette e quello della pasta.
– Un’altra cosa, – dice, mentre annoda i manici.
Esce dalla cucina e torna dopo un attimo.
– Dagli anche questo, – mi raccomanda.
– Ma non ce l’ha già?
– L’ha perso.
Afferro il tagliaunghie e me lo ficco in tasca. Indico gli abiti puliti dentro la sporta e le dico:
– Me li dai sempre ma alla fine tiene addosso gli stessi.
– Se non li vuole riportali indietro, – dice. – Glieli fanno sparire.
Mamma mi dà le spalle per andare ai fornelli. Toglie il mestolo dal bordo della pentola e lo appoggia nell’acquaio del lavandino. Mi alzo e raccolgo nella mano destra i manici delle sporte.
– Aspetta, – dice mamma.
Con un tozzo di pane pulisce il fondo della pentola dal sughetto e me lo avvicina alla bocca.
– Grazie, – dico, prima di farmi imboccare.
Mamma prende dieci euro nascosti sotto il cesto della frutta e me li infila nella tasca dove ho messo il tagliaunghie.
– Dagli anche questi, – dice. – Non voglio che si metta a fumare le cicche trovate in giro.
– Buonissimo, – dico, con la bocca ancora piena. – Buonissimo questo sughetto.
– Ora vai, – mi fa mamma, accarezzandomi una guancia. – E torna subito.
Mi accompagna alla porta e mi dà un bacio dopo averla aperta.
– Salutamelo, – dice. – Digli che passerò presto.
Cammino verso la stazione a testa bassa, sotto un cielo che non m’importa come sia. Questa strada devo averla battuta avanti e indietro un milione di volte. So a memoria la successione dei cubi di basalto saltati via dal pavé, la varietà di bestemmie dei motociclisti e le oscillazioni del marciapiede lastricato.
Entro nella sala d’attesa e porto un pugno alla bocca per schermare un colpo di tosse. Sento lo scoppio di una risata e la coda di una conversazione. Aggrotto le sopracciglia pensando che ce l’abbiano con me, ma quando alzo la testa capisco che non è così. Sono due ragazze di colore che se la contano nella loro lingua e non credo sappiano chi io sia.
Qui sanno quasi tutti chi sono. Mia sorella ha passato gran parte della sua giovinezza sulle banchine della stazione. Camminava avanti e indietro cercando qualcuno che andasse con lei nel vagone dai vetri rotti sul binario morto.
Entro nel bar, e al bancone appoggio le sporte a terra. La commessa si avvicina per chiedermi cosa gradisco. È una ragazza sui vent’anni e mi sembra molto carina. Bei seni. È il suo primo giorno, ne sono sicuro, perché non l’ho mai vista. Mi fa pensare a mia sorella, anche se non si somigliano per niente. Ma quasi tutto mi fa pensare a lei.
– Avrei bisogno di due Moretti, per cortesia.
La ragazza mi sorride e dice: – Subito!
Mi defilo verso la cassa con le mie sporte e lascio il posto ad altri clienti. Seduto sul trespolo dietro alla cassa c’è Alfonso, il proprietario del bar. È un signore sulla sessantina, con occhiali spessi e baffi ingialliti dal fumo. Porgo ad Alfonso una banconota da venti euro presa dal mio portafogli.
– Anche un pacchetto di Lucky Strike, – gli dico.
– Come andiamo? – mi fa, prima di ruotare sul trespolo in cerca delle sigarette.
La ragazza richiama l’attenzione di Alfonso per chiedere dove sono le birre.
– Laggiù, – le dice, indicando uno sportello del banco frigo.
Alfonso mi dà il resto e mi chiede che c’è oggi di buono.
– Polpette, – gli faccio. – E insalata di pasta.
La ragazza torna al bancone con le birre e si guarda in giro con aria spaesata.
– Qui, – le dice Alfonso. – È qui il ragazzo.
Alfonso fa cadere il pacchetto di sigarette nel sacchetto delle birre prima che la ragazza me lo consegni facendole tintinnare.
– Grazie! – mi fa, tutta sorridente. – E arrivederci!
La ringrazio anch’io sorridendo e li saluto.
Esco dal bar e guado il fiume di pendolari che attendono il treno del ritorno. Mi divincolo dalla calca mentre la campanella che ne annuncia l’arrivo inizia a trillare. Proseguo lungo la banchina del binario uno, lasciandomi l’edificio alle spalle, ed entro in uno slargo erboso. Cammino sotto una fila di pini, scalciando pigne e sollevando nugoli di aghi secchi. Supero l’altezza in cui si fermerà la locomotiva, cammino contro una leggera brezza che ha iniziato a soffiare. Il sole sta tramontando dietro al vagone sul binario morto, e pallide frecce di luce attraversano i vetri rotti per colpirmi.
Papà è al solito posto, seduto a terra con Mosul, accanto al palo che segnala il metanodotto.
– Figliolo, – mi dice, appena lo raggiungo.
– Ciao, pa’. Ciao, Mosul.
Mosul mi saluta con un sorriso sgangherato. Mosul non è il suo vero nome. Lo chiamiamo così perché è un rifugiato iracheno, clandestino, e arriva proprio da Mosul. È un ragazzo bruniccio, piuttosto basso e introverso. Mastica un italiano essenziale composto di pochissimi lemmi.
– Mosul, – dice. – Questo è mio figlio.
– Papà, – dico. – Lo sa bene chi sono. Ci presenti ogni giorno.
Papà ride e tira una gomitata a Mosul. Si sporge verso di lui.
– E allora aspetta che ti presenti mia figlia!
Papà ha perso ogni traccia della sua voce stentorea. Ora, quando parla, nella sua gola sembra che si stia accartocciando un foglio.
– Queste sono per voi, – dico, allungando il sacchetto delle birre.
Gli occhi di papà tremano e non so nemmeno come facciano. Sono vuoti di tutto, da quel giorno è spirato da lì.
Fa leva con l’accendino per stappare la bottiglia e la offre a Mosul. Mosul lo ringrazia facendo un cenno col capo e alzando la birra a mezz’aria. Il mio vecchio stappa la seconda e si attacca a dare lunghe sorsate. Inclina la testa lentamente, sollevando il gomito. La birra gli cola sulla barba e i vestiti sporchi. La brezza fa arrivare sotto il mio naso una zaffata di sudore.
– Dormite ancora lì? – chiedo a Mosul, indicando il vagone dai vetri rotti sul binario morto.
Mosul fa segno di non capire.
– Dormire, – dico. Congiungo le palme delle mani e appoggio una guancia sul dorso. Chiudo gli occhi. – Dormite sempre lì? – dico, dopo averli riaperti.
– Dormire, – dice Mosul. – Dormire! Sì, sì!
Papà finisce la birra e si lascia andare indietro sull’erba intrecciando le mani dietro la nuca. Si appoggia all’edera che avviluppa il muro. Adagio accanto alle sue gambe il sacchetto con le polpette e la pasta.
– Qua c’è la cena, – gli dico.
Papà fa uno scatto e punta un dito davanti a lui.
– Mosul! – urla. – Uccello! Quello è un uccello!
Mosul guarda la cornacchia che zampetta, sorride.
– Ugello, – ripete Mosul.
– Uccello! – lo corregge papà.
– Ucello, – fa ancora Mosul.
Mi accoscio per dare un bacio al babbo.
– Ho dei panni puliti, – gli dico. – Li vuoi?
– Panni puliti? – mi fa. – E a che mi servono?
– Vado, – gli dico. – Ti saluta mamma.
– Appena arriva torniamo a casa, – dice papà.
La campana del passaggio a livello non molto distante da qui si mette a suonare. Riesco a vedere i pedoni e le auto che si affrettano ad attraversare prima che le sbarre si abbassino.
– A domani, – dico a Mosul. – Ciao.
Mi avvio verso l’uscita mentre papà se ne sta con lo sguardo fisso sui binari, nel punto in cui spariscono dietro la curva. Infilo le mani in tasca, la sporta dei panni legata al polso dondola attorno al ginocchio. Sento tra le dita il metallo del tagliaunghie e la carta della banconota, ma non ho voglia di tornare indietro. Penso a mia sorella, e a mio padre che la aspetta. Io lo so che non tornerà più, ma questo una volta lo sapeva anche lui.
Si chiamava Alessandra e aveva ventidue anni quando ha deciso di andarsene col treno delle diciotto e dieci. Dicono di aver trovato la sua testa ai piedi del pendio, in un cespuglio di fiori selvatici. Spero sia finita davvero lì. Le piacevano tanto.

© Ivan Ruccione

 

Ivan Ruccione è nato a Vigevano (PV) nel 1986. Nel 2012 una selezione delle sue prime poesie è stata inclusa nell’antologia collettiva Ho tutto in testa ma non riesco a dirlo (Bel-Ami edizioni), a cura di Silvia Lombardo. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Nazione Indiana da Francesco Forlani, su Altri Animali dalla redazione di Racconti edizioni e su Grafemi da Paolo Zardi. A gennaio del 2017 uscirà il suo primo romanzo, “A fuoco vivo”, edito da Miraggi edizioni. Lavora nella cucina di un’osteria.

 

 

Ostri ritmi #3: Katia Špur

Ostri ritmi è una rubrica a cura di Amalia Stulin che, ogni ultimo venerdì del mese, ci introduce a voci della poesia slovena del Novecento. La traduzione è della stessa curatrice, che propone a ogni post anche una breve nota biografica sull’autore. È questa un’occasione di scoperta di poeti mai tradotti in italiano e sino a ora non affrontati su «Poetarum Silva», con un taglio nuovo e personale. Il titolo è tratto da una lirica di Srečko Kosovel: Ritmi affilati.

wirtschaft0212

Vez

Samo trhel most sem
ki si nad njim
podajata roke
moja mati in moja hči.
Most sem, po katerega gredo
vsi dnevi upanja in obupa.

Samo trhel most sem
med včeraj in jutri
med odhajajočim
in prihajajočim
med včerajšnjim smehom
in jutrišnjo bolečino.

Samo trhel most sem
in nad njim se srečujejo
jutra z večeri
otroški smeh
s predsmrtno solzo.
In moram nositi
vso težo nasprotij
med nočjo in dnevom
med pobeglim in prihajajočim.

Most sem, ki si nad njim
za zmeraj podajata roke
moja mati in moja hči.

Il legame

Sono solo un ponte fatiscente
sopra il quale
si tendono la mano
mia madre e mia figlia.
Sono un ponte, attraversato da
tutti i giorni di speranza e disperazione.

Sono solo un ponte fatiscente
tra lo ieri e il domani
tra chi se ne va
e chi vi arriva
tra il riso di ieri
e lo strazio di domani.

Sono solo un ponte fatiscente
e su di esso s’incontrano
le mattine con le sere
la risata del bimbo
con la lacrima che precede la morte.
E devo portare
tutto il peso degli opposti
tra la notte e il giorno
tra chi fugge e chi arriva.

Sono un ponte, su cui
per sempre si tendono la mano
mia madre e mia figlia.

*

Ukrajinka

Stojimo na apelu
— izmena nočna —
v četrti hali,
ob meni Ukrajinka.

Imaš tam v domovini sinka?
Jevo Germanci razstreljali…¹
In brada vzdrgeta ji.

Abtreten!
zavpije Nemka.

Usujejo se vrste iz mrzle hale
v megleno jutro
na črno cesto.
Ob meni svojo žalost
brez tožbe nosi
Ukrajinka.

L’ucraina

In piedi all’appello
— turno di notte —
nella quarta sala,
accanto a me un’ucraina.

Hai un bimbo là a casa?
Jevo Germanci razstreljali…
E il mento le trema.

Abtreten!²
grida la tedesca.

Si riversano le file dalla fredda stanza
nel fosco mattino
su una strada nera.
Accanto a me, la sua tristezza
porta senza proteste
l’ucraina.

* (altro…)

Jolanda Insana (18 maggio 1937 – 27 ottobre 2016)

Jolanda Insana, Foto di Dino Ignani

Jolanda Insana, Foto di Dino Ignani (grazie a Ignani per l’autorizzazione)

 

da Turbativa d’incanto (Garzanti, 2012)

*

da Le foglie del decoro

*

a 300 metri in linea d’aria
il più grande parlatorio del mondo
tra le alture del Golan occupato

nella Valle delle grida
ogni venerdì dopo la preghiera
da trent’anni per un’ora di colloquio
come in carcere
si attivano i megafoni dell’ONU
e i siriani dei due villaggi spezzati
si gridano a distanza con l’aiuto del vento
i fatti della settimana
l’acqua razionata
il raccolto andato a male
le melagrane rosseggianti
le novità di famiglia
e fanno conversati di nascite e decessi

l’eco della Valle non arriva qui
dove si nasce a 10 cm di distanza
dove c’è filo spinato
e ognuno è libero di oltrepassare la soglia.

*

chissà perché s’era messa in testa
di fare la scorta
come fanno coi tonnni i delfini
sulle rotte del Pacifico
ma scortati e scortatori
finiscono nelle reti dei pescatori
allertati dai delfini
che nuotano in superficie
e saltano e giocano
suonando le fanfare della lunga marcia
ai tonni sottostanti

*

.

da La bestia clandestina

*

so dov’è Avola
ma Ebola
Ebola dov’è?

assurdo darsi la mano
a ogni piè sospinto
per non dire di quanti sono pronti
alle pacche sulle spalle
e ti serrano nelle spire dell’abbraccio

e di quelli che al supermercato trapassano
con il bisturi cuore e polmone
che dici?

che farò senza brunello?

*

nelle estreme periferie del lutto
non mostri il fianco
non fai una piega
ma chiedi attenzione
e approfittando dell’altrui debolezza
ricatti senza un rutto di commozione
senza un grugnito di pietà

non sono una selvaggia
ho ricevuto un’educazione io
e non alzo la voce in pubblico
non do mai troppa confidenza
interloquisco con distacco
perseguitata non tengo banco con gli spioni
non faccio lega con  persecutori
e soprattutto non mi espongo alla dipendenza
non disinnesco ma la mia corrucciata possessività

*

.

da L’idiota sottostante

*

hai il passo del granatiere
e mi corri sulla testa
con gli scarponi chiodati

ma sono un granatiere
e tu insulti i granatieri
che a Porta San Paolo non s’infrattarono
ma l’8 settembre per te non è giorno di resistenza
e vai oltraggiando
poi che non sai della resistenza all’oltraggio
e blateri e blateri
tra ordini e contrordini
non hai visto la patria nascondersi? era l’Italia
che ieri come oggi mette in salvo la pellaccia
lasciando tutti allo sbando

*

.

da L’erba in bocca (Tutte le poesie, Garzanti)

*

balbetto ai confini del reame ricco di grano vero
picchiata dalla fame mi fingocosmografie senza corpo
ma è balbettamento per scompenso
perchè poi non immagino nulla
in questo allucinamento per fame amara
che non fabbrica segni
e non riesco a morire con l’erba in bocca

*

ho contrabbandato sale
tra una sponda e l’altra dello Stretto
per un sacco di parole infistolite che sul mare del ritorno
presero un colpo di freddo e fecero male

*

nel continente assiderato dove il dolore è fresco
non si ristampa l’alimurgìa per i penuriosi
e così m’improvviso aromataria e sparigica
per trovare nella selva di foresti medicamenti
l’erbasena che non sana
pervolendo essere alloiata spirante miserie e stringiniente
per soffrimento di febbre asmatiche e malinconiche
contro gente di stomaco gagliardo e pichiacuore
e soprattutto non sdimenticando che esclusa non sono fuori
ma semplicemente sola preclusa e reclusa

*

faccio finta che è così
per lasciarmi isnervata prendere a tradimento
nel mare più salato e dolce dove voluta e mai posseduta
entro ma m’impiglio troppo a riva e dunque rientro
nelle valve conchiavate e più non mi sconchiglio

***

© Jolanda Insana

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #25

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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truman

..

[Episodio Ventiquattro – Ferite e cicatrici]
Sometimes, well let’s say all times, things are changing. We are judged as human beings on how we treat our fellow human beings. How do you treat your fellow human beings? At night, just before sleep, as you lay by yourself in the dark, how do you feel about yourself? Are you proud of your behavior? Are you ashamed of your behavior? You know in your heart if you have hurt someone, you know. If you have hurt someone, don’t wait another day before making things right. The world could break apart with sadness in the meantime.

Qualche volta, beh diciamo tutte le volte, le cose cambiano. Noi siamo giudicati come essere umani per il modo in cui trattiamo il nostro prossimo. Come tratti il tuo prossimo? Di notte, proprio prima di addormentarti, mentre sei solo con te stesso nel buio, come ti senti? Sei fiero del tuo comportamento? Te ne vergogni? Tu sai in cuor tuo se hai ferito qualcuno, lo sai. Se hai ferito qualcuno, non aspettare un altro giorno prima di raddrizzare le cose. Il mondo potrebbe andare in pezzi per la tristezza nel frattempo. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
 ..
A volte di notte non ci diamo pace pensando alle nostre azioni del giorno, sentiamo il peso di colpe più grandi di quelle che abbiamo, crediamo di avere ferito il prossimo anche se non è così. Più facilmente invece proprio chi ha ferito si addormenta tranquillo, per apatia, autodifesa, puro carattere stellare. Non si vive il buio tutti allo stesso modo, per qualcuno laying by himself in the dark è il momento più difficile. Come per lo sceriffo Truman, rimasto solo di notte senza Josie, ripensando agli errori del giorno, se ce ne sono stati. Il nostro cuore ci giudica as human beings, ma lo fa spesso in modo inumano. The world will break apart per la tristezza degli incolpevoli.
@Andrea Accardi

La Botte Piccola #8: Marguerite Yourcenar, ‘Anna, soror…’

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il sesto appuntamento è con il racconto Anna, soror… di Marguerite Yourcenar. Buona lettura.

annasoror

Nient’altro ci sarebbe da raccontare della sua trama:

«Cinque giorni e cinque notti di una felicità violenta riempivano della loro eco e del loro riflesso tutti i recessi dell’eternità.»

 Anna, soror…, racconto giovanile di Marguerite Yourcenar, pubblicato per la prima volta nel 1935 (poi 1981, quindi in Italia in Come l’acqua che scorre, Einaudi 1983), è il lineare racconto di una lunga premessa, e di un’ancora più lunga propaggine, a un unico, luminoso evento che accade durante i vent’anni della protagonista Anna: i cinque giorni di relazione amorosa da lei intrecciati con il fratello Miguel. (altro…)