Giorno: 29 settembre 2016

Giacomo Sandron, Il culo e la pupilla

berlusconi

foto dal sito tarantoonline

IL CULO E LA PUPILLA

(una storia italiota)

 

 

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le belle ragazze poco vestite

svolazza di tavolo in tavolo
che sembra una sposa
lui è un seduttore
e questa la sua casa

passa buona parte della serata
a guardare i giovani corpi
accompagna le preferite
a visitare il parco

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
celebri o meno note
le tocca le tette
star in ascesa starlette
in declino
qualche velina due ministre
più di una escort
ragazze single e ragazze
in apparenza fidanzatissime
conduttrici televisive
famosissime

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le tette la fica le promette
a una nuova vita
di spettacolo e politica

una
doveva essere candidata
al parlamento
non l’hanno messa
all’ultimo momento

doveva essere candidata
alle europee
è stata dirottata sulle
regionali partenopee
ma è arrivata ultima
ha lasciato intendere
di essere la vittima
di un piano calcolato
per screditarla

un anno dopo ecco
il lieto fine della storia
assessore ai servizi sociali
del comune di Casoria
per un posto sicuro pagato
ne è valsa la pena darla

una
ti volevo un attimo briffare
giusto che non ti prendi male
ne vedrai di ogni
è la desperation più totale
c’è la zoccola che viene dalle favelas
la sudamerica che non parla l’italiano
ci sono io che faccio quello che faccio
tu fregatene, sbattitene il cazzo
non essere timida, lui sabato c’è
dobbiamo assolutamente andare
hai qualche amica carina
che possiamo portare?

una
dopo cena si veste da suora
croce rossa sul velo e tunica nera
io non riuscirei a mostrare la mia carne
a vendermi per fare carriera

una
vestita solo di scarpe luccicanti
non indossava le mutandine
quando si chinava in avanti
lasciava vedere il sedere

una
la cosa più eccentrica che faccio
è la danza del ventre
che ho imparato da mia madre

una
poverina ha una bambina
un’altra è malata
non ha più il padre

una
accetta un disco di Apicella
e duemila euro per l’imbarazzo

una
con quella bocca che ti ritrovi
fai bene a parlare di cazzo

una
glielo misi in quel posto
e mi disse fai piano
non siamo arrivati al dunque
però l’ho baciato sulle labbra
sulle guance sulla testa
ovunque

(altro…)

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo#21

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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windom1

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[Episodio Venti: Scacco matto]
My husband died in a fire. No one can know my sorrow. My love is gone. Yet, I feel him near me. Sometimes I can almost see him. At night when the wind blows, I think of what he might have been. Again I wonder: why? When I see a fire, I feel my anger rising. This was not a friendly fire. This was not a forest fire. It was a fire in the woods. This is all I am permitted to say.

Mio marito è morto in un incendio. Nessuno può conoscere il mio dolore. Il mio amore è perduto. Eppure, lo sento vicino a me. Qualche volta posso quasi vederlo. Di notte quando il vento soffia, penso a quello che avrebbe potuto essere. Di nuovo mi chiedo: perché? Quando vedo un fuoco, sento la mia rabbia che cresce. Non era un fuoco amico. Non era un fuoco nella foresta. Era un fuoco nel bosco. Questo è tutto ciò che posso dire. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)

In questo monologo Margaret parla di sé, del suo dolore, del marito morto in un incendio nel bosco, quel bosco dove adesso si stanno accumulando i nuovi misteri. Eppure è come se queste parole ci allontanassero per qualche istante da Twin Peaks e dalle sue stranezze (è in arrivo Windom Earle, con i suoi scacchi), soffermandosi invece sospese sul mistero che riguarda tutte le vite, in qualunque luogo. Margaret, eccentrica in un paese di eccentrici, ha in realtà una sofferenza segreta di cui nessuno deve permettersi di ridere. Il suo amore is gone, e a volte il vento di notte glielo ricorda, simulando il tempo in compagnia che non è mai avvenuto. Margaret ci sta parlando del fuoco che non è amico, della cenere che resta e si deposita su tutto, della paradossale combinazione di sopravvivenza e nulla. Non le siamo mai stati così vicini, per tutti i ceppi invisibili che ci portiamo dietro.

@Andrea Accardi

Rossana Campo, Difficoltà per le ragazze. Recensione

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Rossana Campo, Difficoltà per le ragazze, Giulio Perrone editore, 2016, pp. 112, € 10,00

Se vogliamo dire padre è nel senso che lui quindici anni fa ha avuto una storia con mia madre, ha pensato bene di metterla incinta e lei ha pensato bene di farmi così, da sola, perché ci ha sempre avuto queste idee in testa lei, mi ha sempre detto che secondo lei un padre è una cosa in più che se uno ce l’ha bene, se non ce l’ha non cambia granché.
Quello che è importante è averci la madre. Così ha sempre sostenuto.

Ruggente, impavida, graffiante: la scrittura di questi racconti di Rossana Campo, usciti da poco per i tipi di Perrone editore, appare così, come un neon che illumina alcune vite a giorno. Vite ripetute, talvolta un po’ sfocate, messe a fuoco con l’inventiva di una prosa che trova, nella caratterizzazione dei personaggi e in una lingua fresca, la sua massima altezza. Come raccontare i rapporti umani di tutti i giorni se non svelandone le difficoltà più comuni? La maternità, l’amore, la paternità, e prima ancora l’infanzia e il rapporto con la madre; ma anche la relazione che si ha con l’altro sesso e, dapprima, con lo stesso sesso, e con le amiche. L’amicizia è pregnante in questo viaggio vorticoso, talvolta nel linguaggio gergale e sicuramente loquace dei quindici racconti di Difficoltà per le ragazzevoraci queste donne, si presentano a − appunto − divorare l’esperienza stessa, facendola così propria. La compenetrazione dei due livelli narrativo e linguistico non è tuttavia mai scontata, mai banale, anzi è sorretta su equilibri che possono essere fragili e instabili, come il quotidiano descrivere. L’autrice, maestra in questo − non si può negare − convalida il senso facendo muovere le proprie figure nella realtà con sfacciataggine, con una consapevolezza che la parola risana e rinsalda, acquisita nel raccontare, soprattutto nel raccontarsi. Quindici istantanee che si parlano fra loro, in cui i personaggi si muovono accompagnandosi con ampi movimenti verso un finale che c’è e non c’è; sono donne che vanno, vengono e ritornano, in un gioco di sguardi e di voci tutto da scoprire nella lettura. Si sorride e si ride, si imparano altre vite; si guardano le cose da prospettive sempre nuove ma con un piede nel presente e uno nello ieri. Il passato − infatti − è nella musica citata, da Battisti a John Lennon toccando molti altri; moltissima musica è immortale, e sopravvive alla vicissitudini, alle Difficoltà delle protagoniste, un po’ come loro sopravvivono a se stesse e agli altri: i familiari, gli uomini, le amiche, le madri. La loro caparbietà sta anche nel capire come l’adesso delle loro esperienze abbia senso lì per lì, cosa imparare, cosa scartare, come valutarlo e perché. I titoli di ogni racconto, poi, svelano un sentire che va oltre la pagina: una fierezza femminile condivisibile, totale, che già introduce ai personaggi; si tratta di un indizio, di un’allusione ai loro caratteri, alla tenacia che perdura nel loro essere, anche alla spinta che la narrazione porta in sé più implicitamente. Un non trattenere e un’impulsività, un’empatia che si coglie in facce dinamiche, forti, in evoluzione: sono quelle di eterne ragazze indocili e, per questa ragione, destinate ad essere ricordate, come questo libro spassoso.

© Alessandra Trevisan