Giorno: 28 settembre 2016

Inediti di Paolo Steffan dal “Premio Teglio Poesia 2016”

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Dalla silloge Un glossolalico nulla
II classificato al Premio Teglio 2016

Motivazione:

Con la stessa urticante trepidazione di Zanzotto, la stessa indomita dolcezza e docilità di Cecchinel, poeti conterranei, amati, studiati, e di cui ha già dato alle stampe ottimi saggi ad essi dedicati, Paolo Steffan, con la silloge “Un glossolalico nulla” canta, nel suo dialetto nodoso, il vuoto senza sale e senza anima in cui è sprofondata la civiltà veneta, “nei nostri paesi restàdi zhenzha / i so molin de creanzha” (un tempo terra di abbracci senza brindisi, ora di brindisi senza più abbracci), l’ostinazione con cui è stato rincorso e quindi raggiunto, goduto, fa ciàcere e sagre, come fosse davvero sostanza capace di riempire una comunità.
In questa corsa dissennata verso il nulla luccicante che stringiamo, Steffan dà conto anche, nello sbancamento delle sue colline, dell’abbattimento delle piante per far posto ai filari del “prosecco che tira”, per un cin-cin avvelenato e demente. Così che il progressivo diradamento vegetale ha creato lo spazio necessario all’infoltirsi di tale vuoto.

Fabio Franzin, Patrizia Dughero, Roberto Ferrari,
Piero Simon Ostan, Francesco Tomada, Anna Toscano

Primavèra de śgranf

……………………………..e tu come vivi? le tue parole possono avere eco in quest’epoca?
……………………………..Miklós Radnóti, “Prima Ecloga”

― Sacagnar tuti i bar, scanar dhó ogni
retajo che ’n dio conzhà
pa’ le fèste al ne à mes via,
l’é chel vòstro mistier
che no ’l ve asa mai in prest.

― Ma no vé perdest gnent!

― Ma par noaltri l’é tant, l’é
squasi tut, e savési
quant tenp che ven spandest
pa’ catarlo, sto gnent senpre pi in là,
pa’ po córerghe drio…

― Vesi da trarghe a calcòsa de pi
gròs e gras, de pi mat!

― Ma sta qua l’é la nòstra primavera
de śgranf, l’é le nòstre ùltime
schivanèle de nùvole
prima che ’l sol de noémbre, fiap, al cale
…………………………………………………..dhó

dal so śòl, dal so poc.
Che par noaltri l’é tut.

Primavera di crampi. ― Saccheggiare tutti i cespugli, abbattere ogni / ritaglio ::: retaggio che un dio conciato / per le feste ci ha messo da parte, / è quel vostro mestiere / che non vi lascia mai precari. // ― Ma non avete perduto nulla! // ― Ma per noi è tanto, è / quasi tutto, e sapeste / quanto tempo che abbiamo sparso ::: sperso / per trovarlo, questo nulla sempre più in là, / per corteggiarlo… // ― Dovevate dare la caccia a qualcosa di più / grosso e grasso, di più contaminato! / ― Ma questa è la nostra primavera / di crampi, sono i nostri ultimi / zigzag di nuvole / prima che il sole di novembre, avvizzito, tramon- / ti / dal suo volo, dal suo poco. / Che per noi è tutto.

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Una frase lunga un libro #73: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo

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Una frase lunga un libro #73: Andrés Neuman, Le cose che non facciamo, Sur, 2016, € 15,00, ebook € 9,99; traduzione di Silvia Sichel

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Ti prometto una strada radiosa. Ti prometto più uccelli che auto. Ti prometto che rideremo. E se poi ci sarà da piangere, piangeremo.

 

Non conoscevo Andrés Neuman prima di leggere Le cose che non facciamo. Non lo conoscevo, colpevolmente, perché in Italia sono usciti altri suoi tre libri, tutti editi da Ponte alle Grazie, rimedierò. Faccio questa premessa perché questi racconti brevi (alcuni brevissimi) mi hanno folgorato, appassionato, divertito ed emozionato; per cui non averlo letto prima mi è parsa una perdita di tempo. Neuman ha il talento per il breve. Condensare moltissime cose in pochissimo spazio mi pare che sia, per lui, una specialità, e, naturalmente, un’ambizione. Neuman ha il dono dell’accelerazione mentale, quel particolare e raro talento che Brodskij assegnava alla poesia. Neuman è, non per caso, anche un poeta. Poco meno di trenta racconti, divisi in sei sezioni e con una interessante parte finale. Cominciamo da quella. Nelle ultime pagine, intitolate Dodecaloghi di uno scrittore di racconti, Neuman intelligentemente, e con molta ironia, scrive quattro prontuari, da dodici regole ciascuno, su cosa dovrebbe fare o non dovrebbe fare uno scrittore di racconti, su come dovrebbe o non dovrebbe essere una storia breve. La prima regola è «Raccontare un racconto è saper tenere un segreto». È questa forse una delle prerogative più importanti per un racconto, molte volte abbiamo letto (e siamo stati d’accordo) che in una storia breve conta ciò che si lascia fuori, esattamente come quello che si descrive, è questo il segreto da tenere? Ma poi regole sul ritmo e sulla punteggiatura, sull’armonia, sui tempi verbali, sulla capacità di ridurre, sulle emozioni da trasmettere, sul soggetto che non si spiega e così via. La mia preferita è l’ultima: Ci sono racconti che meriterebbero di finire con un punto e virgola;. E quindi non finire, non del tutto, lasciando un’apertura, altro spazio, se non alla storia alla capacità d’immaginazione di chi ha letto. Il punto e virgola al posto del punto amplifica la forza percettiva, o forse no, o forse è soggettivo, o forse è meglio leggere senza capire troppo.

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