Giorno: 23 settembre 2016

Di gommoni, arte e alluvioni

image1Ora che è stata inaugurata l’attesa retrospettiva di Ai Weiwei, svelando quindi l’incanto a cui lo spettatore potrà e dovrà abbandonarsi; pensiamo sia giusto dare un contributo al dibattito che si è acceso attorno all’ennesima polemica gigliata sulla possibilità di integrare in ambito artistico ciò che è legato alla storia e ciò che è contemporaneità e innovazione. Senza ripetersi molto su tematiche già affrontate, vi rimandiamo all’interessante articolo uscito su il giornale dell’arte.com, che traccia con lucidità una storia impietosa del faticoso rapporto che ha la città museo con il contemporaneo, a partire  da quella querelle quasi dimenticata (dico quasi, solo perchè risorta improvvisamente dalle ceneri dopo anni di silenzio) a proposito dell’episodio della loggia di ingresso per il Museo degli Uffizi assegnata nel 1998 (sic!) ad Arata Isozaky vincitore del concorso internazionale, ma mai realizzata, grazie anche alla stroncatura imposta da Vittorio Sgarbi. Mentre quindi, col passare degli anni il tono del dibattito attorno alla loggia oscilla tra il politico e l’artistico, noi ci ritroviamo oggi ad affrontare il dubbio relativo alla coerenza e utilità culturale e sociale dei gommoni di Ai Weiwei posti sulla facciata di Palazzo Strozzi, immagine iconica fortissima che oltre a scatenare temuti sensi di colpa e “memento” della contemporaneità, tanto irrita anche chi probabilmente neanche sa o ricorda chi ha progettato e costruito il suddetto palazzo. Se sono assolutamente “parole nel vuoto” il provare a evidenziare l’equilibrio e la coerenza con gli archi di Benedetto da Maiano, diventa surreale in un dibattito così sbilanciato indicare la suggestione necessaria e imposta da parte dell’artista, affinchè la città intera diventi spettatrice di se stessa con uno sguardo “attraverso” i gommoni e imparare così a non dimenticare mai. Certo, parliamo di tradizione, di Rinascimento, qualcuno potrebbe forse attaccarsi al fatto che gli Strozzi fossero mercanti ma non navigatori. Ma se proprio dobbiamo evitare un qualsiasi confronto artistico (tormentone assai radicato nella Firenze moderna e contemporanea) e non addentrarci nella forza iconica delle installazioni di AI Weiwei (gli zainetti del progetto “So sorry” alla Haus der Kunst di Monaco di Baviera e i 15000 giubbotti di salvataggio sul colonnato della Konzerthaus di Berlino) possiamo con molta serenità affrontare il dibattito sulla “tradizione” e approfondire il rapporto storico che potrebbe avere Firenze con quei gommoni. Parliamo di storia allora, parliamo dell’antico rapporto conflittuale tra Firenze e le sue acque. Città attraversata da un fiume il cui sbocco al mare venne strappato alla nemica Pisa solo nel 1406, oramai troppo tardi per approfittare dei porti per traffici già affollati, un Arno tanto benigno quanto feroce, che più volte nel corso dei secoli ha invaso la città e le cui acque nel 1966 non mancarono di stigmatizzare la loro presenza su palazzi, persone e opere d’arte. Così quei gommoni oggi nel loro “sstampa-dellalluvione-del-1864tare” in maniera assolutamente indolore, senza lasciare ferita o traccia irreversibile, (ma arrivano o partono?) non possono che arricchire di memoria anche i pochi giorni che mancano a un doloroso cinquantesimo anniversario a cui la città sta inconsapevolmente andando incontro. Che si voglia o no, i gommoni di Ai Weiwei fanno comunque bene: che siano un memento perpetuo di partenze o arrivi o in una visione alla Saramago, siano appoggiati lì come solo un avvertimento, una precauzione per il futuro.

© Iacopo Ninni

I giorni del vino e delle rose. Recensione

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Diego Bertelli e Silvia Rocchi, I giorni del vino e delle rose, Valigie Rosse, 2016, € 16,00

Raccontare di un fumetto non è mai un’operazione facile, soprattutto se il fumetto in questione ha richiami a qualcosa che ami molto: la musica, e in particolare quella che hai cantato a lungo. È questo il caso di I giorni del vino e delle rose di Diego Bertelli e Silvia Rocchi, uscito da qualche mese per Valigie Rosse: un felice, sentito e multiforme incontro fra parola e disegno, immagine ed evocazione musicale. Il titolo riprende un celebre verso del poeta inglese Ernest Dowson (che a sua volta cita Orazio), diventato poi più famoso nel 1962 grazie a un film e al brano della colonna sonora, composto da Henry Mancini con testo di Johnny Mercer (che aveva già messo in musica Prévert e Le feuilles mortes); nel 1982 saranno i californiani Dream Syndacate a trasformare questo titolo in qualcosa di diverso: un personale manifesto rock, alternativo e psichedelico, senza privarlo (né tantomeno capovolgendo) la grazia che quel verso − prima − porta in sé. Lì inizia questa storia, senza mediazioni. (altro…)