Giorno: 22 settembre 2016

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #20

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

..

twin_peaks_casa_del_cane_morto

..[Episodio Diciannove – La vedova nera]
Is a dog man’s best friend? I had a dog. The dog was large. It ate my garden, all the plants, and much earth. The dog ate so much earth it died. Its body went back to the earth. I have a memory of this dog. The memory is all that I have left of my dog. He was black and white.

Un cane è il miglior amico dell’uomo? Io avevo un cane. Il cane era grosso. Mangiò il mio giardino, tutte le piante e molta terra. Il cane mangiò così tanta terra che morì. Il suo corpo ritornò alla terra. Mi ricordo di questo cane. Il ricordo è tutto ciò che mi è rimasto di questo cane. Era bianco e nero. (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
 …
Questo strano e bellissimo monologo sembra il rovesciamento del famoso finale del primo canto della Terra desolata di T. S. Eliot: lì il cane, amico dell’uomo, andava tenuto lontano dal giardino, o avrebbe potuto dissotterrare il cadavere sepolto sotto la terra (il titolo del canto è proprio The burial of the dead). Cadavere simbolico, connesso ai riti della fertilità e a un risveglio della vita rifiutato attraverso la cacciata dell’animale. Cosa succede invece qui? La “casa del cane morto” è il nome di una casa abbandonata divenuta il covo di Jean Renault e centro di lavorazione e traffico della droga. Ma sotto la terra non pare esserci nessun corpo da tirare fuori, e il cane nella sua furia scavatrice ha finito per morire sotto l’impresa indigesta, dopo aver mangiato “all the plants, and much earth”. Di fatto il mistero del cadavere, che era quello di Laura, è stato risolto, illuminato, dissotterrato. Sembra quasi che le indagini girino adesso su se stesse, perché il nuovo caso che coinvolge Cooper e gli altri non regge il confronto col precedente, nella sua banale evidenza. La sensazione è che il cane inquisitore non debba tirar fuori proprio nulla, e allora finisce in un circuito autofagico, s’ingozza di terra e piante fino a strozzarsi. O forse questo cane che va a vuoto ci dice qualcos’altro, che il segreto non è sotto la terra nuda, concreta, la terra che possiamo spostare e scavare, ma altrove, lontano dalla materialità del mondo, dove non arrivano le zampe caritatevoli del cane, che è man’s best friend.
 ..
@Andrea Accardi
..
.

Alessandro Santese, poesie inedite

uroboros

 

Hoc est enim corpus meum: nella transustanziazione è pane che diventa corpo, il corpo martoriato di Cristo. Santese fa cominciare con una formulazione simile la prima delle tre poesie qui presentate: «Questo è il corpo, la scissione». Sa che il corpo, il nostro stesso corpo, è sempre sacrificale. Sa che è qui eppure paradossalmente non è, ed è per questo che deve necessariamente farsi rito, parola.
E qui sta la scissione, una forza tremante e tremenda, insita nel credere, in un’esortazione al credere (un “atto” che già di per sé ci consegna alla croce) cui il poeta non rinuncia perché sa che è cosa appartenente al respiro profondo della sua poesia. Una poesia che chiede quindi un “atto di fede” immediato, potente e definitivo.
In tutto questo il corpo è un enigma; la parola allora non può che percorrere l’invisibile, l’altrove, per cercare tutto l’umano possibile, trovandolo con l’oscurità necessaria, perché oscuro è il linguaggio di cui siamo fatti.
Ciò che sappiamo, del resto, lo scopriamo soltanto a posteriori, come da sempre insegna, tra gli altri, Milo De Angelis, un maestro al quale Santese guarda con grande attenzione.

«Nel precipizio dei volti», recita l’incipit della seconda poesia, dove spicca poi l’immagine della “donna serpente”. Potremmo pensare qui alla figura dell’uroboros (il serpente che si mangia la coda, simbolo “del tempo nel tempo”, che divora se stesso e da sé si rigenera). Difatti, è «tempo / nel tempo» e «tempo / oltre il tempo» l’oscillazione che s’impone nella poesia di Santese, mentre si pronunciano da una parte, con forza, un’interiorità abissale, dall’altra una prova difficile dell’amore, destinata a spegnersi presto  e ancora una volta nell’enigma.

«Nello stare senza nome / dei volti» è il passaggio-chiave della terza poesia qui presentata. Possiamo affermare, con Agamben (da Il fuoco e il racconto), che a noi accade ormai di prendere parola a partire da un suggello perduto, ciò che un tempo Dio sembrava garantire, cioè che s’imprimessero sui nomi giustezza e solidità solo se pronunciati, appunto, “in nome di Dio”. In assenza di quel Nome, l’atto della parola rischia di essere vano. Ed eccoci allora qui, in fila, uno a uno, noi che «abbiamo camminato nell’oscuro».

Cristiano Poletti

Questo è il corpo, la scissione
del visibile che entra nell’immanifesto e si mescola
al buio del fiato, ciò che davanti agli occhi io ti nascondo
ma che senti, dentro, fortissimo
premere e sanguinare, con timore e
pazienza, come di cosa o radar che si sbriciola
e ti sbriciola poco
a poco alla luce la vita, l’intera, – guarda – oltre la vita,
e le mani accolgono
in silenzio, senza sapere
nemmeno una carezza, prima di tutto, appena prima che
tutto finisca.

_

Nel precipizio dei volti
abbiamo amato
e soffocato il bacio dentro
l’urlo, per innalzarlo, fin dove sconfinano
i corpi di gioia
assegnati, la mano tesa non sfiora
la mano caduta nel buio, ma
è nostra, la fine questa
bocca distorta, la smorfia che incide
di due un’espressione
soltanto, qui tu, eri donna serpente
viscido dei luoghi
e carezza del fogliame, allora noi: ti abbiamo amato
una notte, senza vergogna, tempo
in noi disceso, tempo
nel tempo.

_

Abbiamo camminato nell’oscuro, nello stare senza nome
dei volti, uno ad uno, certo il fuoco
incontrato noi
occhi di mandorla, quel mare
perduto che s’agita ancora, di ramo in ramo, tra le pupille
e cresce, poi nel sole, e si trattiene nello spazio
tra le carezze dei papaveri e il crollo
dei teatri nel loro spavento, che stilla il riso
ancora e il pianto
prima del gesto, che lapida la mente
in crocefissi, s’allunga in ombre silenziose, vie, come ferite: corpi,
punto tuo di non ritorno, tempo
oltre il tempo.

*

Alessandro Santese nasce a Roma il 19 Marzo del 1990. Laureato in Lettere all’Università di Tor Vergata, attualmente vive a Milano, dove lavora. Per la rivista Mosaico ha pubblicato lo scritto La visibilità dell’invisibile, sulla poesia di Milo De Angelis.