Giorno: 21 settembre 2016

Afterhours: Folfiri o folfox

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Afterhours: Folfiri o folfox

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di Raffaele Calvanese

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Un album che si muove tra magniloquenza, spocchia, genialità e catarsi, un percorso lungo e faticoso, ma anche molto gratificante.
Ammetto di aver fatto fatica, parecchia fatica a finire il disco degli Afterhours. L’ultimo album di Agnelli e soci infatti, come si capisce già dal titolo duale, è un album doppio davvero ricco di spunti e canzoni. I soci poi non sono i soliti ma la line-up del gruppo si rimescola e segna l’ingresso di nomi importanti del panorama italiano;  oltre a Xabier IriondoRoberto Dell’Era, con ottimi progetti solisti alle spalle, e Rodrigo D’Erasmo, salgono a bordo Fabio Rondanini dei Calibro 35, forse qualcuno lo ha anche visto nella band di Gazebo, al posto del batterista storico Giorgio Prette e Stefano Pilia (chitarrista dei Massimo Volume), a sostituire Giorgio Ciccarelli. Più che degli Afterhours si potrebbe a tutti gli effetti parlare di una All-Star band della musica alternative-rock italiana.
Nel disco questi nuovi ingressi si fanno sentire, anche se le liriche sono ancora tutte incentrate su Manuel Agnelli e nello specifico di questo lavoro, sul suo rapporto con il padre e la sua perdita a seguito di un tumore. Il titolo dell’album infatti prende proprio spunto dai nomi di due terapie antitumorali.

L’album, come si diceva, è lungo. Per i meno abituati potrebbe rappresentare una montagna troppo alta da scalare, e in alcuni momenti anche per i fan più incalliti si sente il fiato corto per arrivare alla fine delle ben 18 canzoni di cui è composto il lavoro.
Alcune canzoni sono gemme brillanti già al primo ascolto. È il caso di Non voglio ritrovare il tuo nome e di Grande, ma anche di Lasciati ingannare e Se io fossi il giudice: quest’ultima quasi una profezia che si auto-adempie in quanto Manuel Agnelli è balzato agli onori delle cronache più per la sua annunciata partecipazione a XFactor come giudice che per la presentazione del nuovo disco, atteso da ormai qualche anno. In queste canzoni c’è tutta la delicatezza che solo gli Afterhours sanno tirar fuori da una ballata rock. Sembra a tratti di ascoltare i brani più leggeri di Non è per sempre.
Poi ci sono le canzoni da evitare, anche se nel percorso del concept album hanno un senso, brani come San Miguel e Il mio popolo si fa, a mio parere sono solo un grande SKIP.
Al contrario di queste due canzoni, pezzi come Fa male solo la prima volta e Né pani né pesci mi hanno riportato a brani come Non sono immaginario. Pezzi capaci di dare il giusto ritmo ad un album, come già detto, già su lunghe distanze e che senza episodi del genere potrebbe diventare davvero soporifero. (altro…)

Una frase lunga un libro #72: Grazia Verasani, Lettera a Dina

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Una frase lunga un libro #72: Grazia Verasani, Lettera a Dina, Giunti 2016, € 14,00, ebook € 8,99

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È successo il 22 maggio, di mattina, mentre parcheggiavo l’auto sotto casa dopo essere andata al supermercato a fare un po’ di provviste. La voce dello speaker di Radio Italia annunciò il titolo di un vecchio successo degli Alunni del Sole: E mi manchi tanto…
Dodici anni io, dodici anni tu. Casa dei tuoi genitori.
«Non senti che non suona più? Mi hai rotto il disco a furia di ascoltarlo!»
Un 45 giri di cui non ricordavo la copertina, ma la tua voce acuta, sottile, arrivò di nuovo, dopo trentasette anni. Ripeto: trentasette anni. E rividi tutto.
I mobili antichi del soggiorno, il lungo divano rosso, l’argenteria, le mensole di marmo sul caminetto, io sdraiata su un tappeto orientale che ascolto quella canzone all’infinito, fino a sentirla gracchiare nel giradischi, con la puntina che saltella tra i solchi e mangia le parole del cantante.
Trentasette anni che non ascoltavo quel pezzo.

“È successo”, eccolo, è questo l’innesco, il click che mette in moto le vicende del nuovo romanzo di Grazia Verasani, o meglio, che mette in moto i ricordi e il racconto che l’io narrante fa. La canzone degli Alunni del Sole (e quante volte ci sarà successo con un brano musicale) fa piombare chi narra, una scrittrice cinquantenne, a trentasette anni prima, ai suoi dodici anni, e a quelli della sua amica Dina, ai tempi delle scuole medie, a loro due che ascoltano quella canzone all’infinito, che dividono e dilatano il tempo. Due amiche che si incontrano sui banchi di scuola. Una, Dina,  dichiara di essere fascista disegnando una svastica sul banco, l’altra confessa di essere comunista. Una famiglia molto ricca, borghese, vacanze di lusso, mare e montagna; l’altra operaia, comunista, da viaggi in Urss, da Feste dell’Unità (quelle vere). Una madre bellissima, chic e giovane, e una che fa la sarta, rigorosa, d’altri tempi, verrebbe da dire, e lo diciamo. Sono gli anni settanta, questo è il tempo controverso, ricordiamo quegli anni in cui questa storia comincia e in un certo senso finisce, cioè segna la fine a cui è destinata.

Le premesse, come vediamo, sono quelle di estrema distanza, due mondi, eppure scatta da subito tra le due ragazze, l’amicizia totale, che è inspiegabile come l’amore. L’amicizia che pretende la presenza costante dell’altra, la condivisione di tutto, la confidenza, il contatto, la vicinanza, la sofferenza, le risate e il pianto. L’amicizia che forse, in qualche maniera, abbiamo tutti vissuto o avremmo voluto vivere. Dina è bellissima e lo sa. Dina domina, non solo l’amica, è magnetica. Esercita un controllo, non sappiamo quanto consapevole, sull’amica; sa come ricattare la madre e il padre. Dina non è felice, Dina e il suo modo di soffrire. Dina che si ingozza di bignè, Dina che anni dopo andrà in bagno a vomitare tutto quel che mangia. Vacanze fatte insieme, pomeriggi di studio, di cinema, perfino un piccolo furto condiviso. Vicinanza, come abbiamo scritto sopra, eppure estrema differenza, non solo caratteriale, non solo di estrazione sociale, ma proprio di presenza, di maniera di rapportarsi al mondo. E il mondo in quegli anni sta cambiando.

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