Giorno: 16 settembre 2016

Altri dischi #9: Queen, A night at the Opera

queen-cover

Queen
A Night at the Opera
EMI, 1975

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di Ciro Bertini

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È il 10 settembre e mi accingo a scrivere questa recensione con la memoria ancora piena delle foto di Freddie Mercury circolate fino a pochi giorni fa sui social network per celebrare il suo (mancato) settantesimo compleanno e dei moltissimi, spesso magniloquenti, quasi sempre eccessivi elogi che fans, speaker radiofonici e giornalisti di tutto il mondo hanno nuovamente tributato all’istrionico cantante. Il 5 settembre 2016 Farrokh Bulsara avrebbe compiuto settant’anni. Cosa sarebbe successo se l’AIDS non se lo fosse portato via, quel lontano 24 novembre del 1991? Probabilmente nulla, o perlomeno nulla che, da un punto di vista strettamente musicale, valesse la pena ricordare.

Lo ammetto, non avevo intenzione di scrivere una recensione su un disco dei Queen, ma il bombardamento visivo e vocale di pochi giorni fa mi ha convinto a dire la mia su uno dei gruppi più sopravvalutati dell’intera storia del rock, e in particolare sull’unico album che Mercury e colleghi abbiano mai composto. Per “album” non intendo le tante accozzaglie di canzoni, alcune scadenti, altre buone, altre pessime, sfornate dalla band britannica a partire dal 1973, ma un’opera organica, dove ogni brano è fondamentale all’equilibrio complessivo, un tassello che con spirito umanitario raccoglie l’eredità del precedente, la rielabora con la propria individualità e la trasmette al successivo. Mettiamo da parte le schifezze pop degli anni Ottanta, la canotta bianca e gli inni da stadio. Questi sono i Queen coi capelli lunghi e gli incredibili abiti attillatissimi, quattro musicisti non particolarmente dotati né sul piano tecnico né compositivo ma con uno spiccato senso dell’umorismo e una teatralità fuori dal comune, quattro giovani molto ambiziosi (o tre, se si esclude il timido e riservato John Deacon) che fondono hard rock, prog, glam, operetta, pop e cabaret e si presentano come dandy decadenti e stravaganti che sembrano rinnovare sul palco il mito di Oscar Wilde. Uno di loro, il cantante, è un Oscar Wilde anche giù dal palco. Parliamo di lui, appunto, Farrokh Bulsara, qui ancora chino sul pianoforte a coda, prima di rinunciarvi per esigenze di esibizionismo, senza baffi e con una folta chioma corvina, capace di scrivere e interpretare belle melodie, talvolta con qualche guizzo di genialità. Nulla di quello che i Queen hanno proposto fin dai loro primi album suona particolarmente nuovo e originale (gli Slade, David Bowie e i Roxy Music c’erano già stati, non parliamo di Jimi Hendrix, Mick Jagger o i Led Zeppelin), ma il quartetto dimostra una notevole determinazione, una smisurata autostima e una grande coscienza dei propri mezzi, a partire da quel “No synthesisers!” fieramente ribadito fra le note interne di ogni loro album fino al 1978.

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Su “Mobili e altre minuzie” di Leila Falà

di Sergio Rotino 

mobili-poetarum

È un piccolo, intenso gioiello di misunderstandings, quello che Leila Falà, anconetana da sempre residente a Bologna, ha creato in Mobili e altre minuzie. Questo continuo gioco di fraintendimenti si potrebbe definire come l’asse principale della silloge, risultata vincitrice all’ottava edizione del premio internazionale di poesia femminile “Elsa Buiese” organizzato dal comitato friulano DARS – Donna Arte Ricerca Sperimentazione, con il sostegno del Comune di Martignacco e il Patrocinio della Provincia di Udine.
Certo, dentro i testi fanno da padrone le ansie, le malinconie e anche i dolori che la vita pone (e chiede di risolvere) all’universo femminile. Ed è certo che ogni elemento viene rappresentato attraverso un uso della parola la cui superficie – ma solo in superficie – si offre come dato ironico e leggero.
Basta però guardare dietro i mobili del titolo – presenze mute, capaci di generare una certa inquietudine, basta guardare la polvere che si deposita sotto i tappeti, basta infine osservare la figura dell’altro, soprattutto la rappresentazione del maschile che vi fa capolino – per ritrovarsi in un universo distante dall’impalpabilità sorridente del “niente mi provoca dolore”. Inoltre, a volte sembra quasi che il suggerimento a guardare dietro sia uno spingere a guardare l’interno dei mobili, a decrittarne le interiora: aprendo un varco fra gli oggetti che vi sono contenuti, si giunge a quel nodo di angoscia dove il reale accusa il suo essere nastro trasportatore (e trasposizione) del disagio quotidiano.
È proprio qui, grazie a una forma di ambiguità che permette il ribaltamento delle prospettive, che il lettore viene spiazzato e messo fuori asse dopo essere stato cullato da versi fintamente anòdini.
Cosa accade allora nei testi che compongono Mobili e altre minuzie? Che dietro la quotidianità degli oggetti, dietro il vissuto anch’esso quotidiano interpretato al femminile – entrambi leggibilissimi nel loro sapore agrodolce – appaia l’orrore della verità. E che essa si presenti sempre, maledettamente simile a un puzzle incompleto di cui si possiedono «gruppi di tessere qua e là/con forme, ma non si lega niente».

 

Abat-jour


Quando
a colloquio col sonno mi spoglio
scappano dai ripari diurni del corpo

penzolano su l’abat-jour in attesa
sul colle dei libri non letti
sui colloqui virtuali
di cellulari in riposo
parole volatili o solo ali
dette lette ascoltate rubate
a bocche distratte
e insegne loquaci.

Attendono come passeri sul filo
che la luce si spenga.
E vanno a infilarsi rimescolate nei sogni
a spiegare i significati della mia irrequietezza
il senso dei gesti non fatti.

Mi sospingono fino a depositarmi
verso minuscole verità della vita.

Laundrette


Tra lavatrice a gettone e asciugatrice
con ombra di lato
incastonato se ne sta precario
su uno sgabello e fiducioso
nel secco del negozio con i neon
come un diamante selvatico
il mio uomo
nel suo nuovo look da scapolo
perfettamente uguale a prima
e pure così diverso
che non appare solo
ha proprio quella faccia da libertà
che però gli adoro.


Puzzle


Quando poi sei diventato grande
tu pensi che ora che sei in fondo
il tuo puzzle dovrebbe avere la sua forma
che ormai dovrebbe comparire il disegno
di te con la tua vita amici e amori affianco
un affresco composito complesso
di serenità.
O di certezze almeno.

Invece ora tutto si confonde
ho gruppi di tessere qua e là
con forme, ma non si lega niente.
Tanta gente
ma accanto a me nessuno.
Tra un pezzo e un altro un buco
che non so quando si è formato.
Né se ci sia sempre stato.
Tra tutte queste tessere
buttate dappertutto
la mia figura infine non compare.

L’altro giorno ho trovato
un pezzo con un occhio.
Mi guardava.
Ma non era neanche il mio
era un ricordo e basta
e non di un fatto ma
di un film soltanto
o di uno spot pubblicitario
forse.