Giorno: 15 settembre 2016

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #19

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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[Episodio Diciotto – Ballo in maschera]
Is life like a game of chess? Are our present moves important for future success? I think so. We paint our future with every present brush stroke. Painting, colors, shapes, textures, composition, repetition of shapes, contrast. Let nature guide us. Nature is the great teacher. Who is the principal?

Sometimes jokes are welcome. Like the one about the kid who said “I enjoyed school. It was just the principal of the thing”.

 La vita è come una partita a scacchi? Le nostre mosse del momento sono importanti per il successo futuro? Penso di sì. Dipingiamo il nostro futuro con ogni pennellata dell’oggi. Pittura, colori, forme, trama, composizione, ripetizione di forme, contrasto. Lasciamo che la natura ci guidi. La natura è il grande insegnante. Chi è il principale [preside, n.d.t.]?
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Qualche volta le barzellette sono gradite. Come quella sul bambino che disse: “Mi piaceva la scuola. Era però una questione di principio [Era il preside a non piacermi, n.d.t.] (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Dalle mosse di ora dipendono le mosse che verranno, dai colori di oggi il quadro di domani. Sembrerebbe per una volta un monologo ottimista, un invito a seguire la natura, the great teacher. Il gioco di parole finale, difficilmente traducibile, sembra però togliere con una mano l’ottimismo elargito con l’altra. Giocare a scacchi vuol dire conoscere i ruoli, e colorare il futuro in qualche modo camuffarlo. Il senso della doppiezza, della mascherata, così forte fin dall’inizio, a quest’altezza della serie è ribadito in toni meno angoscianti e sinistri, con l’arrivo dell’agente FBI Denise, uomo dall’identità femminile, o con la nuova vita di Josie, costretta sotto ricatto a divenire la cameriera di Catherine Martell. Nadine, la moglie di Ed, dopo un tentato suicidio si è risvegliata convinta di essere ancora studentessa al liceo, e questa regressione innesca una serie di effetti grotteschi. In fondo è l’intera storia ad essersi camuffata, ad aver perso momentaneamente la tragicità iniziale per virare verso una strana comicità informe, che toglie pathos anche a fatti residuali di violenza e intrigo. Ma la consueta metafora della vita vista come a game of chess assumerà una nuova forza drammatica con l’arrivo di Windom Earle, l’ex-collega e presto nuovo antagonista di Cooper e di tutta Twin Peaks, fin qui soltanto nominato. Sbagliando le mosse non prepari il futuro, ma il suo contrario. I colori inadatti deturpano il quadro. Un travestimento imposto non raddoppia la nostra identità, l’annulla.
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@Andrea Accardi
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Francesca Del Moro, Gli obbedienti. Recensione di Caterina Davinio

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Francesca Del Moro, Gli obbedienti. Postfazione di Anna Maria Curci, Cicorivolta, 2016

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Questa raccolta di Francesca Del Moro mi ha fatto tornare in mente i versi di Sergio Corazzini in Desolazione del povero poeta sentimentale: «Le mie tristezze sono povere tristezze comuni./ Le mie gioie furono semplici,/ semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei». È la crisi del ruolo dell’intellettuale, che giunge a negare la propria esistenza, assiste impotente ai mutamenti della società che lo nullificano ed escludono, e alla fine di vecchi valori non ne corrispondono di nuovi.
Tuttavia l’autrice non arrossisce nel dirci le suggestioni di una giornata qualunque di gente comune, che si sveglia alle sei quando suona la sveglia e poi prende il treno dei pendolari, passa le otto ore lavorative davanti a un terminale, si aggira nel grigio delle nostre città macchiniche di ferro e di cemento.
Tutta la raccolta è pervasa da un grigiore che sovrasta persone e cose, privo di ideali −«Riposti gli ideali/ come occhiali nella custodia» − di avventure della mente e dell’esperienza degne di nota e dove ciascuno diventa “predatore o preda” senza eroismo, ma con «pacata e operosa/ rassegnazione” e non si sente neppure “la rabbia/ che monta».
È l’esercito di giovani e meno giovani, più o meno istruiti, colti o specializzati, che popolano le metropoli del nostro paese e producono, con lavori poco realizzanti e poco soddisfacenti sul piano economico, per altri la ricchezza; una ricchezza che crea tuttavia un universo opaco, depresso, e che è costruita da piccole persone spente, la cui vita non pare guidata da ombra di creatività, individualità. Sono gli impiegati di basso profilo del terziario avanzato, quelli che hanno perso l’identità che animava, negli ormai lontani anni Settanta, le lotte della classe operaia, e hanno perso pure l’illusione dell’ascesa sociale e l’arrivismo rampante che ha caratterizzato parte della gioventù degli anni Ottanta. Il libro registra dunque la fine della coscienza di classe e insieme delle utopie, delle ideologie, ma anche dell’edonismo e dei desideri consumistici, perché rappresenta una mesta età di crisi.
Oggi si parla spesso di era post-ideologica, dove tutto è finalizzato rigorosamente alla produzione economica, che in molti pagano con una condizione di spersonalizzazione, risultato di una «mutazione/ incredibile/ sono pecore/ pecore carnivore». Perché a loro modo anche “gli obbedienti” non sono tra loro solidali, sono invero cinici, aggressivi, asserviti al sistema e ai suoi non-valori da un contagio onnipresente. (altro…)