Giorno: 12 settembre 2016

Festlet! #5: Incroci

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Girando per il Festival appena concluso ho notato, per un anno ancora, quanto la parola “letteratura” contenuta nel suo nome sia iridescente e dotata di profondissima accoglienza. Quello che commuove, in questo Festival, è l’offerta di un bagaglio di conoscenza che va dalla ludica più leggera a ogni tipo di competenza settoriale. Ho già avuto la possibilità di raccontare eventi sull’astrofisica, sulla musica, sull’antropologia (non ho avuto il cuore, invece, di partecipare a quelli sull’entomologia) ma non ho avuto mai modo ancora di dirvi che nelle cantine del Palazzo Ducale era stata allestita una sala giochi con videogame dagli anni ’80 a oggi a disposizione del pubblico; che Dino Baldi (autore del delizioso Vite efferate di papi, Quodlibet 2015)  ha tenuto per noi una lezione di storia sulle vite – e le morti – degli eredi di Pietro da farsi rimangiare l’augurio di “stare come un papa”; o che Michela Murgia ci ha raccontato una conversazione avuta con Luca Molinari che aveva alla base l’architettura mantovana e una domanda: perché tanta bellezza deriva spesso da società ingiuste, mentre la nostra democrazia produce sostanzialmente villette a schiera?; che Leonardo Ortolani, celebre fumettista e creatore di RatMan, ha ricordato ancora una volta al suo pubblico dell’Aula Magna dell’Università che il suo personaggio è in via di chiusura: «Senza la fine non si definisce tutto quello che c’è stato prima; penso di aver detto abbastanza, di aver toccato tutti i temi, e quanto all’essermi sentito schiavo del successo dico ma magari.»
Gli incroci tra le discipline sono stati la vera anima di questo FestLet. Mi piacerebbe raccontarne tre in particolare cui ho assistito negli ultimi giorni. (altro…)

Pier Damiano Ori: Occhio e orecchio

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Presentiamo “Strumenti umani”, la nuova collana di poesia di corsiero editore, diretta da Alberto Bertoni.

Accanto a poeti che hanno alle spalle diverse pubblicazioni ci sarà il piacere di proporre ai lettori poeti al loro primo libro, oppure libri stravaganti e fuori dalle tradizioni più frequentate, come quello di Di Raimo che pratica l’inusuale genere del limerick.
Ci saranno piccole antologie di grandi autori e la riproposizione di libri significativi per la storia della poesia italiana, soprattutto tra Ottocento e Novecento.
Ciascun libro è corredato da una nota critica, volutamente breve, agile, capace di offrire al lettore qualche chiave interpretativa, senza togliergli il privilegio del rapporto diretto con la poesia.

Da poco sono in libreria i primi due titoli:

·          ‘Quarantadue Limerick mediopadani’ di Umberto Di Raimo con i disegni di Giuseppe Bronzoni e una nota critica di Alberto Bertoni

·         ‘Occhio e orecchio’ di Pier Damiano Ori con una nota critica di Chiara Bernini

Oggi presentiamo alcuni testi tratti da Occhio e orecchio di Pier Damiano Ori (e mercoledì pomeriggio – il 14 – presenteremo una serie di testi tratti, invece, da Quarantadue Limerick mediopadani di Umberto Di Raimo. (gm)

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Pier Damiano Ori: Occhio e Orecchio, corsiero editore, collana Strumenti Umani, 2016, € 13,00

poesie dalla sezione Effetto contro causa

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1
(un posto non vale un altro)

C’è uno che riempie di urla l’aria e un altro
nell’automobile a fianco che lo indica. I taxisti
si fermano e lo guardano, i clienti, chiusi dentro,
protestano. Potrebbe esserci il mare ma non
c’è, così nessuno può fare le equazioni. Devono
tornare a casa e basta, in un modo o nell’altro.

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4
(il futuro non è detto che ci sia)

L’alcool non autorizza nessuno al pessimismo:
tuttavia sarà una bella lunga ricerca trovarti nel
2050. Intanto ci saranno tutti morti di famiglia
dietro di te e io dovrò sfoltire la foresta: alcuni
saranno in fila e altri no, i numerosi. Cognome
e nome come in un ufficio qualsiasi. Poi
farai la fila nell’ombra e quando lo troverai, lo
toccherai, freddi ormai.

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8
(lotta)

È stato molto tempo fa: ricorda il pacco di siringhe
per l’artrite del cane di famiglia e un violento
che affronta di persona, gli amici di famiglia
accade nel garage i poliziotti hanno vestiti grigi
di fibra sintetica e lui è uno sceneggiatore che
non si muove mai di casa.

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Il barista di John Lennon

Il barista di John Lennon

di Raffaele Calvanese

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Mio nonno era di Mondragone, come me. Anche io sono di Mondragone. Mio nonno come me aveva questi capelli crespi e indomabili. Negli anni 60 mio nonno Walter d’estate andava a lavorare a Baia Domizia, faceva la stagione perché quello era un posto alla moda e le mance volavano, solo con gli extra poteva guadagnare quasi un secondo stipendio. Faceva il barista a Baia Domizia da giugno a settembre. Non era sempre stato barista, aveva cominciato facendo quello che capitava. In quegli anni il litorale domizio era in forte espansione, erano arrivati una serie di imprenditori veneti e avevano visto tra quelle pinete un possibile  luna park per turisti, lì avevano cominciato a costruire case e alberghi così che a Baia ci si lavorava tutto l’anno. D’inverno sui cantieri e d’estate negli stabilimenti per turisti, in pratica mio nonno Walter era stato adottato da quel posto nonostante ci fosse il mare anche dov’è nato lui. Conosceva Baia come le sue tasche. Il simbolo della B e della D incrociati lo aveva progettato un famoso artista, mio nonno me lo diceva sempre anche se non ha mai saputo dirmi il suo nome. Diceva soltanto “lo ha fatto un famoso artista”, e io restavo a bocca aperta quando ero bambino. Mi facevo raccontare le storie estive che aveva vissuto a Baia in quegli anni. Fu una primavera multiculturale che durò una decina di anni più o meno.

Cynthia frequentava il liceo d’arte a Liverpool negli anni ’50, lì aveva conosciuto quel ragazzo che stava formando un gruppo musicale. Si erano conosciuti nel ’57 e pochi anni dopo avevano già avuto un figlio. Intanto quella relazione non poteva essere pubblicizzata perché la popolarità del marito era esplosa, alcuni l’avevano chiamate “beatlesmania” forse ne avete sentito parlare.

John e Cynthia si erano conosciuti a scuola e avevano cominciato a frequentarsi, i loro caratteri erano diametralmente opposti, eppure come nei migliori proverbi, si attraevano. Probabilmente se non avessero scoperto di aver concepito un bambino non sarebbero mai arrivati a sposarsi.

Mio nonno Walter con i primi soldi guadagnati si era comprato un giradischi. Lo aveva piazzato nella sua stanza e, quando non lavorava, molto del suo tempo lo passava a consumare vinili. I dischi li andava a comprare a Caserta, da Jukebox. Era l’unico posto dove si trovavano gli album stranieri. Ci voleva quasi un’ora con la corriera fino a Caserta, infatti Walter ci andava spesso il sabato, d’inverno specialmente, una volta ogni mese, mese e mezzo, a seconda dei soldi che racimolava, a seconda dei lavori che trovava. Non la solita roba di Sanremo, lì trovavi il rock, specie quello inglese. In quel periodo con alcuni amici di Mondragone Walter aveva anche cominciato a strimpellare la chitarra e a mettere su una band. Niente di eccezionale, ma ogni tanto riuscivano a rimediare qualche serata a una festa di paese o una festa da ballo di qualche liceo della zona. Si chiamavano “Piccola orchestra per prestazioni occasionali” come occasionali erano le serate che facevano. Una volta con il suo gruppo parteciparono pure ad un concorso a Caserta. Le band si esibivano in piazza Vanvitelli, al vincitore sarebbe andato un piccolo contratto discografico con un’etichetta napoletana per l’incisione di un 45 giri. Il gruppo di mio nonno arrivò terzo e non vinse nulla, ma quella sera mio nonno Walter per catturare l’attenzione era salito sul palco con un cappello a punta, simile a quello che portano gli alpini, era di feltro verde. Fu da quel momento che qualcuno guardandolo disse che assomigliava ad un elfo, forse anche per via dei suoi capelli stranissimi. Da quel momento il suo nomignolo rimase quello: “l’elfo”.

Un po’ per via della chitarra un po’ per la sua passione per i dischi inglesi mio nonno cominciò pure a imparare a suonare le canzoni che andavano forte a quell’epoca. Aveva imparato il riff di “Satisfaction”, e conosceva pure il testo, lo aveva imparato a memoria dopo aver comprato l’album su cui c’erano tutti i testi delle canzoni. Sapeva anche “House of the rising sun” ma più di tutte le altre conosceva le canzoni dei Beatles. Amava “Yesterday” e “Blackbird” anche se spesso non capiva il significato delle canzoni, le sapeva anche cantare, ma in quegli anni non era così facile avere confidenza con l’inglese e con il suo significato. Senza contare che McCartney e soci avevano anche scritto brani che si prestavano e si prestano ancora a mille dietrologie e leggende metropolitane. Forse era anche per questo che quel nome gli era rimasto addosso: l’elfo che parla una lingua tutta strana.

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