Giorno: 10 settembre 2016

Festlet! #3: Mito

Roberto Calasso e Antonio Franchini - foto G.A.

Roberto Calasso e Antonio Franchini – foto G.A.

Il mito è quella cosa per cui fastidiosamente alzerei la mano a scuola. Lo sceglierei, a un esame, come argomento a piacere. Da anni rincorro e approfondisco le sue manifestazioni nel mondo come espressione di una maniera di funzionare della mente, struttura e lingua e codice della vita comunitaria, più feroce e più profondo di qualsiasi tradizione e ben al di là del gusto di sapere cosa, di lui, è rimasto nel nostro bagaglio di raccontatori di storie. Sapere che nella stessa giornata avrei avuto l’opportunità di ascoltare Roberto Calasso e (per ben due volte) Maurizio Bettini ha fatto di questa giornata il mio cuore personale del Festlet. (altro…)

proSabato: Giorgio Caproni, Il genovese vestito di nero

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proSabato: Giorgio Caproni, Il genovese vestito di nero

Ill.mo Signor Direttore del Carcere Giudiziario di Marassi – Genova
Il sottoscritto porta a conoscenza della S.V. che una domenica (egli andava ogni domenica con Amelia allo stadio) giunti al ponte di Sant’Agata la ragazza, che già appariva svogliata e quasi incerta in ogni suo passo, disse a un tratto con la sua voce pigra e bianca: «Infine oggi cosa ci andiamo a fare allo stadio? Non m’hai ancora fatto vedere il Righi da che siamo a Genova e si potrebbe andar fin lassù». Alla qual frase, che pur avrebbe potuto penetrare senza punte nel petto dello scrivente, aggiunse seminando in lui un panico intollerabile: «Anche a Milano m’hai fatto vedere lo stadio – non m’hai fatto vedere nemmeno il Castello e non pensi che al calcio, tu. Pazienza tu fossi un giuocatore».
La S.V. deve credere che il sottoscritto sentì una frana davvero irreparabile in lui. Cosa significavano tali parole? Voleva dunque anche lei (la sua ragazza!) gettare un’ombra al disprezzo sul sottoscritto per la sua ormai divulgata incapacità al giuoco del calcio? Lo scrivente comprese con terrore, a tali parole, che l’animo della ragazza non era quale lui l’aveva fin’allora supposto: non aveva affatto, Amelia, quel disinteressato amore per il giuoco del calcio, fin’allora in lei supposto come del tutto staccato dalla necessità dell’azione. Stava lo scrivente con terrore pensando proprio a questo, allorché si decise a rispondere con la gola asciutta: «Ma andiamo pure al Righi e anche più su del Righi – io pensavo che la partita piacesse anche a te. Piuttosto voglio sapere perché m’hai detto “pazienza tu fossi un giuocatore”. Vuoi rinfacciarmi l’onta di non farcela a dar quattro calci a una palla?».

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proSabato: Giuseppe Berto, Avventura in provincia

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proSabato: Giuseppe Berto, Avventura in provincia

Uscendo quella mattina dalla stazione di X…, io dovevo avere la faccia di chi, arrivando forestiero in una cittadina di provincia, si sente tanto difforme dagli altri da ritenersi centro d’attenzione.
Siccome non avevo più di ventiquattr’ore da dedicare alla città, lasciai la valigia in albergo e mi avviai a caso per quella che era senza dubbio la strada principale. Era ingombra di mercanti e di paesani venuti dalla campagna, e io osservavo compiaciuto ogni nota di colore locale nelle case e nella gente, godendo soprattutto della visione delle donne recanti in bilico sulla testa ceste o fagotti.
D’un tratto mi si avvicinò un tale con una valigetta in mano, sulla trentina, di aspetto dimesso ma non troppo, la cui faccia magra e segnata suscitava il sospetto di chissà quali traversie. Usando un linguaggio misto di inglese e di locuzioni meridionali, lo sconosciuto mi chiese press’a poco: «Scusatemi, signore: mi sapreste indicare dove si trova il più vicino Commissariato di Polizia?».
Il fatto che parlasse inglese, sia pure approssimativamente, e che mi chiedesse proprio della Polizia, valse a dissipare la mia diffidenza. Ma ahimé, non ero in grado di essergli utile: essendo forestiero, non potevo favorirlo dell’indicazione richiestami. Glielo dissi in italiano, e poi, siccome il giovane stentava a capirmi, gli ripetei il concetto in inglese. Forse a causa della mia cattiva pronuncia, pareva che nemmeno questa seconda spiegazione gli riuscisse intellegibile. Eravamo tutti e due un po’ in imbarazzo. Per fortuna si avvicinò un signore, sulla quarantina costui, vestito propriamente con un paio di pantaloni di flanella, giacca blu e cravatta dal disegno classico, a dire il vero un po’ sciupata. Certamente, avendo indovinato le difficoltà in cui ci trovavamo, veniva a prestarci il suo aiuto. Ma, prima di tutto, mi si presentò: «Permettete: avvocato Leopoldo Palizzi, di Reggio Calabria, qui di passaggio per discutere una causa presso questo Tribunale».
Assolto così amabilmente il suo dovere di cortesia verso di me, l’avvocato si rivolse allo sconosciuto e gli indicò il più vicino Commissariato. Ma poi, mentre già quello si avviava, certo animato dal desiderio di potergli ulteriormente giovare, gli chiese: «Scusatemi: se non sono indiscreto, perché mai volete andare al Commissariato?».
Sempre nel suo ibrido linguaggio, lo sconosciuto, mentre sul suo volto le tracce delle passate sofferenze si facevano vieppiù palesi, raccontò di essere maltese, cioè suddito inglese, ma di sangue italianissimo: marinaio a bordo di un mercantile battente bandiera britannica, era sceso a terra in franchigia: attardandosi senza sua colpa, a terra c’era rimasto, perché nel frattempo il mercantile aveva salpato l’àncora; senza denaro né documenti, non gli restava che rivolgersi alla Polizia. Ma, soggiunse, nel recarsi alla Polizia si sentiva un po’ a disagio, in quanto che temeva che il motivo della sua venuta a terra non fosse del tutto lecito. Infatti, la valigetta conteneva stoffe di contrabbando.
Il volto dell’avvocato, dalla pietà per lo straniero tanto provato dalla sorte, era passato ad esprimere il più vivo interesse per le stoffe. «Scusate», disse. «Non potreste mostrarmele?».
Lo straniero dette un’occhiata in giro, dopo di che si dichiarò disposto ad accondiscendere al desiderio dell’avvocato, a patto che costui si degnasse di entrare in un vicino portone. «Perché non venite anche voi, signore?» mi chiese l’avvocato. «Potreste, all’occorrenza, darmi un consiglio». Io, però, ero ricaduto nella primitiva diffidenza.
Approfittando del fatto che lo straniero aveva in più occasioni dimostrato di non afferrare del tutto la mia lingua, dissi all’avvocato, per il quale mi stava nascendo una sincera simpatia, che stesse in guardia, perché si trattava senza dubbio d’un imbroglione: tutta l’Italia ne era piena, in particolar modo le regioni meridionali, e questo lo dicevo senza voler minimamente offendere lui, né il suo paese.
A tali mie affermazioni l’avvocato sorrise, come di chi sia abituato, per professione, a sventare ben altri imbrogli. Disse che la faccia dello straniero non gli sembrava del tutto disonesta, che d’altra parte dare un’occhiata alle stoffe non significava acquistarle, e che, infine, quello avrebbe anche potuto essere un buon affare. E mi rinnovò la preghiera di accompagnarlo nel portone con tanta urbanità, che io lo seguii.
Ma nello stesso stato d’animo di uno che si propone di combattere per salvare un amico da un’insidia cui va troppo confidentemente incontro.
Dentro il portone lo straniero aprì la valigetta che conteneva tre tagli di stoffa di diverso disegno e colore, sulla cui cimosa, a togliere ogni possibile dubbio, appariva, ricorrente e dorata, la scritta «Made in England». L’avvocato, con lodevole prudenza, spiegò le stoffe, ne guardò la trama controluce, le palpeggiò da vero intenditore tra l’indice e il medio. In un momento in cui lo straniero era distratto, mi ammiccò, come per dirmi: un magnifico affare. E insistette perché le palpeggiassi anch’io, benché io protestassi la mia completa ignoranza in fatto di tessuti. Comunque, pur senza il mio avviso, l’avvocato doveva essersi già convinto che si trattava di merce di prima qualità, originale inglese. Restava ora soltanto da vedere il prezzo, e chiese allo straniero quanto costasse ciascun taglio di stoffa.
Lo straniero, però, non era dell’opinione di vendere un taglio alla volta. Per potersi recare al Commissariato libero di quell’impiccio, svendeva, ad un prezzo irrisorio, ma tutti e tre i tagli insieme: trentamila lire. (altro…)