Giorno: 8 settembre 2016

Festlet! #1: CORPO

Foto G.A.

Foto G.A.

Quando Giovanni Bietti ha introdotto l’Orchestra da Camera di Mantova, che al Duomo ha regalato un anticipo di Festlet eseguendo per noi fortunati la Settima di Beethoven, ha speso due parole esatte e felici per raccontare la celebre Sinfonia. Ha ricordato di come Wagner la definì “apoteosi della danza”, quindi di quel movimento che richiede sfrenatezza e controllo, e di come la metrica che ne è alla base sia strettamente intrecciata con i ritmi e le cadenze della letteratura: dattilo e spondeo, dattilo e spondeo sono il basso ostinato del famoso Allegretto, eseguito dagli adulti e giovanissimi dell’orchestra con una pulizia melodica che ha commosso gli spettatori assiepati sulle panche, seduti con la schiena contro le colonne, in piedi a naso teso per scattare una fotografia e cercare di captare il movimento dei violoncelli. Così è cominciato, quest’anno, il Festivaletteratura di Mantova, prima ancora del consueto brindisi inaugurale. E Bietti ha ricordato, a tutti noi singoli arrivati a fare comunità con le nostre orecchie per dare il benvenuto al ventesimo Festlet, che lo spirito della Settima nel suo rincorrersi di linee è proprio il confronto costruttivo tra la voce sola e il tutto.
Un concerto dal vivo, quindi, come corpi veri sono tutti gli ospiti del Festlet, evento dove accade questo gioiosissimo momento dell’essere in carne e ossa di nomi che figurano sulle costole dei nostri libri, sulle pagine dei nostri giornali, nei nostri televisori. Non mi stancherò mai di dire che la vera bellezza del Festival è questo essere tutti racchiusi in uno spazio di piazze e vie e redazioni, tanto da non riuscire spesso a distinguere dove finisca un evento e dove inizi la chiacchiera all’angolo di una chiesa, dietro un bar. Ed è una grazia tanto naturale da passare a volte inosservata, se dall’altro lato Corrado Augias ci chiedeva perché continuassimo a guardare nello schermo che lo riprendeva se lui era lì che parlava davanti a noi. (altro…)

Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #18

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

..

maggiore-briggs

..

[Episodio Diciassette – Disputa tra fratelli]
Complications set in – yes, complications. How many times have we heard “it’s simple”? Nothing is simple. We live in a world where nothing is simple. Each day, just when we think we have a handle on things, suddenly some new element is introduced and everything is complicated once again. What is the secret? What is the secret to simplicity, to the pure and simple life? Are our appetites, our desires undermining us? Is the cart in front of the horse?”

Complicazioni prendono piede – sì, complicazioni. Quante volte abbiamo sentito “è semplice”? Niente è semplice. Viviamo in un mondo dove niente è semplice. Ogni giorno, proprio quando pensiamo di aver capito come stanno le cose, improvvisamente qualche nuovo elemento si aggiunge e tutto si complica un’altra volta ancora. Qual è il segreto? Qual è il segreto per la semplicità, per una pura e semplice vita? Sono i nostri appetiti, i nostri desideri che ci danneggiano? è il carro davanti ai buoi? (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
 …
Il mistero della morte di Laura è stato svelato, sembrerebbe ammettere una spiegazione razionale, potrebbero esserci insomma tutti gli elementi per chiudere qui la storia. Ma… complications, che nell’economia del racconto significa nuovi ostacoli, nuovi personaggi, e soprattutto un improvviso allargamento di prospettiva su ciò che finora è avvenuto. E così l’agente Cooper, che si apprestava a lasciare la città, viene invece trattenuto per avere superato la frontiera senza permesso durante le indagini al One Eyed Jack. Anche noi che credevamo di avere ormai a handle on things, ecco che ci ritroviamo nella confusione, nuovamente sballottati, trattenuti a sorpresa. Non si tratta però del caos che aveva prevalso fino a questo momento, e che accentrandosi tutto intorno all’indagine in qualche modo si ordinava e regolava. Il racconto adesso si sfaccetta e si moltiplica in tante sottotrame irrelate, arbitrarie, talvolta stucchevoli, come se la follia di Twin Peaks per un po’ si immergesse nella frivolezza e nella gratuità. Lo stesso titolo fa riferimento a un episodio marginale che coinvolge due personaggi secondari, cioè l’anziano sindaco e il fratello. Il pubblico ha da sempre ritenuto la serie spezzata in due, prima e dopo la scoperta dell’assassino, con netta preferenza per il prima (ometto qui i retroscena di produzione che potrebbero aver spinto Lynch a rivelare così presto il segreto). E però nella quotidianità balorda e stralunata dentro cui la storia pare addormentarsi, cresce di nascosto un altro mistero, ancora più grande del primo, e che di quotidiano non ha nulla. Il Maggiore Briggs, in visita di notte nel bosco con Cooper, scompare. Presenze incomprensibili sembrano abitare i boschi intorno al paese. La stessa morte di Laura è forse collegata a quell’oltre ancora indefinibile. Sia nel frivolo che nello spaventoso, il linguaggio lynchano persiste nel continuo rovesciamento delle abitudini, della logica, di ogni visione rassicurante del mondo. Continua insomma, ed è lì la sua forza, a mettere il carro in front of the horse.
 …
@Andrea Accardi

Amore e Morte nelle liriche di Vito Santoliquido (di Luca Cenacchi)

10568874_10203305276645382_4260994193966908499_nQuando ho letto per la prima volta le poesie di Vito Santoliquido […] la sensazione provata è stata una certa familiarità non tanto per la facilità, quasi prepotente, con cui l’autore riesce ad avvicinare la sua poesia al lettore, ma per gli echi letterari riemersi durante la lettura che, seppur siano ben definiti, non riescono mai a riassumere, nell’etichetta corrispondente, la totalità della poetica dell’autore il quale presenta, dunque, uno stile ben equilibrato tra debiti verso la letteratura e ca­rattere inedito.
Già ospite di Poetarum Silva, di lui è stato sottolineato il carattere visivo unito a un proficuo laboratorio verbale, nonché una certa Sehnsucht.[1]
Intuizioni esatte, con cui concordo, e mi permetto di suturare con una personale intuizione, sperando si ri­veli altrettanto corretta.
Quel che mi sembra fondante della poetica di Santoliquido è un “surrealismo barocco”, detto con tutte le precauzioni della situazione, la cui modulazione e slancio timbrico resta in equilibrio fra pose romantico-decadenti ed eroiche che impediscono, dando dignità allo stile, di scadere nella leziosità invertebrata tipica del barocco amoroso.
Le soluzioni stilistiche sono differenti, ma credo si possa asserire che il laboratorio verbale ardito incoraggi quella giustapposizione di realtà differenti, cara al surrealismo,[2] mediato da un io lirico prominente la cui coscienza e gusto è profondamente italiana, il quale squassa con scarti repentini il procedere delle poesie, ma andiamo con ordine.
Sin da subito, sfogliando le pagine virtuali di “Le sommeil interrompu” – blog dell’autore – si può attestare un dialogo io/tu, il quale funge da tessuto delle poesie, in cui si dipana una versificazione di medio/breve portata il cui ritmo vorticoso, velocizzato dall’uso serrato di inarcature, tenta sempre di sorprendere il re­spiro del lettore con le sue pause inaspettate e disorientanti, non sempre sulla battuta. (altro…)