Giorno: 5 settembre 2016

Il perdente radicale, Hans Magnus Enzensberger

perdente radicale

«Negli ultimi duecento anni le società più evolute si sono conquistate nuovi diritti, nuovi aspettative, nuove esigenze, spazzando via l’idea di un destino ineluttabile; hanno posto all’ordine del giorno concetti quali la dignità e i diritti dell’uomo; hanno democratizzato la lotta per il riconoscimento e suscitato attese di uguaglianza che non si possono soddisfare; e al contempo hanno fatto sì che ogni giorno per ventiquattro ore la disuguaglianza venga dimostrata su tutti i canali televisivi a tutti gli abitati del pianeta. Ragione per cui la delusione umana è aumentata con ogni progresso.»

Chi è il perdente radicale? Quali le sue caratteristiche? Dove si nasconde? Se da un punto di vista metafisico siamo tutti perdenti, Napoleone come l’ultimo derelitto di Calcutta, perché tutti soggetti al tempo e alla morte, da un punto di vista politico la questione è molto più complessa.
È questo il nodo concettuale che affronta il poeta e saggista tedesco Hans Magnus Enzensberger nel suo breve saggio Il perdente radicale, Einaudi 2007, trad. di Emilio Picco. Il perdente radicale non è lo sconfitto o il fallito che magari spera ancora in un riscatto è, invece, colui che ha introiettato il giudizio negativo degli altri e lo ha fatto proprio ritirandosi dal contesto sociale; è un dormiente, di solito è un maschio, che si macera e si autocommisera nel suo vittimismo e aspetta l’occasione per scaricare in maniera totalmente distruttiva il suo odio represso su qualcuno o qualcosa: la famiglia, il luogo di lavoro, i vicini di casa. E le cronache di questi ultimi anni si riempiono di episodi di violenza estrema e apparentemente immotivata, anche perché, secondo l’autore, la nostra società, a differenza di quelle del passato, promette un progresso sociale che, però, non riesce ad eliminare la precarietà della condizione umana, ma solo a modificarla. Quindi, a suo giudizio, sono aumentate a dismisura le aspettative di uguaglianza a fronte di una limitatissima possibilità di una loro effettiva realizzazione.
Ma quando è un popolo, un gruppo sociale o gli appartenenti a una religione ad essere nelle condizioni psicologiche sopra descritte cosa accade? Secondo Enzensberger si va incontro al fanatismo, come dimostra l’ideologia nazista che nasce dall’umiliazione tedesca nella prima guerra mondiale e che individua il capro espiatorio nell’ebreo, facendo di tutto per annientarlo, per poi autodistruggersi. O, per arrivare ai giorni nostri, all’integralismo degli islamisti, che non ha nessuna proposta politica costruttiva se non quella di morire annientando il presunto nemico, l’Occidente, causa dell’umiliazione dell’Islam e della caduta della sua civiltà da un passato glorioso. L’integralismo in questo modo porta a dimensione universale e a pratica quotidiana il culto della morte, dell’annientamento radicale di ogni vita. A tale minaccia i paesi occidentali non rispondono adeguatamente, anche per i loro interessi economici nel Medioriente, e sembrano non rendersi conto che il virus dell’odio è al loro interno e si sta diffondendo in maniera sempre più incontrollabile. Enzensberger non offre soluzioni, se non quella di combattere queste tendenze distruttive insite nelle nostre società. Come, però, è tutto da scoprire.

«Tutto ciò che sostanzia la vita quotidiana nel Maghreb e nel Medio Oriente, ogni frigorifero, ogni cacciavite, senza contare i prodotti della tecnologia avanzata, rappresenta quindi, per ogni arabo in grado di pensare, una tacita umiliazione.»

Francesco Filia

(Pubblicato il 29 aprile 2008 su Nellocchiodelpavone.)

Su “Tumulto” di Hans Magnus Enzensberger

di Luciano Mazziotta

enzensberger foto

Bilancio e profezia sono due termini attraverso i quali poter definire la scrittura di Hans Magnus Enzensberger. Bilancio degli anni che sono stati e profezia, razionale, di quello che potrà essere. E ciò che potrà essere, però, è sempre il cataclisma, il crollo, in una parola l’apocalisse. Già con il poema La fine del Titanic (1980) il poeta aveva rappresentato in forma allegorica la caduta, ineluttabile, ma lenta, dell’Occidente, dei suoi miti, nonché delle stesse ideologie, maturate in esso, che a lui cercavano di opporsi. Tutto crollava, dominatori e dominati, miti e contromiti, come in una sola, imponente, nave.
Ora in Tumulto (Einaudi, 2016; traduzione di Daniela Idra) Enzensberger ci fornisce l’occasione, lo spazio e il tempo, in cui si è sviluppata la sua visione del mondo, in un’opera che contamina romanzo amoroso, autobiografia, diario, saggio politico e, infine, saggio socioletterario. Scandito in cinque sezioni, ma suddivisibile in tre parti, l’opera inizia con gli appunti sparsi tratti da un diario scritto nel 1963, anno del soggiorno in Unione Sovietica dell’autore; continua con un dialogo tra il sé di ora e il sé di allora, in cui ci si concentra sugli anni 67-70; e si conclude con dei Postscritti, redatti nel presente, che guardano al passato con lo scopo di fare chiarezza, come quando gli operatori subacquei vanno ad ispezionare un relitto nel fondo del mare.
Il 1963 non è una data casuale. È una data pubblica e privata, politica e letteraria, funzioni che, come già detto, si frammischiano continuamente nell’opera di Enzenbserger. È lì che comincia il contatto tra Enzensberger e il socialismo reale dell’Unione Sovietica, quel mondo che Kim, l’intellettuale organico del Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, rappresentava ancora come l’unico mondo felice, e che si rivela, invece, a tratti rozzo e claustrofobico. Lì Hans Magnus ha la possibilità di incontrare Nikita Chruščёv, di relazionarsi con la potente Unione degli scrittori e, infine, di avviare la sua relazione amorosa con Marija Aleksandrovna Makarova, detta Maša, filologa sovietica e protagonista, insieme al poeta, di quello che l’autore stesso definisce il suo romanzo russo. Tutto viene comunque descritto in forma ironica e autoironica, come una fotografia lontana. Chruščёv è il segretario debole del partito, nonostante l’avvio della destalinizzazione; è l’uomo che spiega “il Socialismo a Sartre in modo imbarazzante”, senza troppi approcci teorici. Ad ogni modo a lui sembra si rivolga la simpatia dell’autore, anche perché il segretario del PCUS non cerca di ingraziarsi il pubblico dei letterati che si trova di fronte, né tollera di buon grado l’attitudine servizievole di alcuni di loro. Molto meno “consolante” è l’Unione degli scrittori, organo di governo per il controllo sulla letteratura e sulla circolazione di questa negli stati dell’Unione Sovietica. L’Unione degli scrittori è l’organo che stabilisce chi è uno scrittore e chi no. Venirne esclusi significa, dice Enzensberger, la morte sociale, come l’esilio in epoca romana. L’Unione Sovietica, però, sembra tenere saldo il legame tra politica e letteratura, cosa assente del tutto in Occidente. Inoltre, al di là dell’Unione degli scrittori, sbalordisce il modo in cui la letteratura sia diffusa capillarmente nel paese, nonché il giudizio comune sugli scrittori. In Unione Sovietica qualcosa di idilliaco esiste ancora: l’autore può non provare vergogna a definirsi poeta.
Poi c’è Maša: neppure rispetto alla relazione amorosa l’autore si lascia prendere da slanci sentimentali. Il matrimonio con Maša è utile alla libera circolazione di quest’ultima nei paesi occidentali. E la stessa convivenza con lei è descritta come il risultato di due divorzi e un matrimonio.
Nel frattempo c’è la Germania, dove prende piede la rivolta giovanile, il tumulto o una delle facce di questo: Enzenbserger, però, è altrove, è sempre altrove quando succede qualcosa. L’essere altrove, del resto, è uno dei rimproveri più pesanti fatti dal sé di ora nei confronti del sé di allora della seconda parte del libro: più che ad un dialogo alla pari, sembra di assistere, talvolta, ad un interrogatorio. L’autore deve giustificarsi e si definisce: mauvaise foi, cattivo compagno, il suo interesse politico non è nient’altro che legittima difesa. Trovarsi altrove, tuttavia, gli permette di osservare meglio lo svolgimento dei fatti, ed anche a questo l’autore dà un nome: osservazione partecipe. Nei pochi momenti, comunque, in cui si trova in Germania, ha la possibilità di osservare la fondazione della Kommune I, tra i quali milita anche il fratello; entra in contatto con la RAF, i cui membri gli chiedono ospitalità, ma che vengono cacciati via da casa sua. Nei confronti dell’una e dell’altra organizzazione, ad ogni modo, l’autore esprime il suo giudizio impietoso: la Kommune I ha anticipato le strategie del marketing contemporaneo, mentre la RAF appare sia nata per sbaglio. L’ambiente della sinistra berlinese è nevrotico, e resta ignota la ragione per la quale qualcuno decida di parteciparvi.
Enzensberger, dunque, è altrove. È altrove dai fanatismi, dalla claustrofobia. Ma non si rassegna alla possibilità di un mondo migliore. Enzensberger si reca a Cuba, l’ultima speranza della rivoluzione. Ma anche Cuba diventa il viaggio che acuisce il suo sconforto: tutti i viaggi nel socialismo reale di Enzensberger sono amari, ricchi di delusione, comunque sia luoghi sui quale investire il suo pensiero critico-negativo ironicamente. A Cuba stessa, l’autore non trova che arroganza del potere, repressione e disordine. Tuttavia Cuba è l’unico luogo in cui lui e Maša riescono a convivere pacificamente: Cuba è l’habitat del romanzo russo, il luogo dove qualcosa di sovietico può funzionare. Maša è la donna del romanzo russo, che vorrebbe liberarsi dalla sua “sovieticità”, ma che non riesce a farlo. Sono “sovieticissimi”, in effetti, i suoi giudizi sulla rivoluzione di Castro: una rivoluzione e uno stato socialista hanno bisogno di un partito unico e forte che diriga l’apparato statale. Castro non ce l’ha e Maša, invece, esprime la sua teoria politica con grande disinvoltura, suscitando lo stupore di Enzensberger. Se l’autore non pare accettare le parole della sua donna di allora, tuttavia sembra condividere le teorie di altre due donne che irrompono in questo testo: si tratta della poetessa Nelly Sachs e di Lili Brik, la musa di Majakovskij. L’una sostiene “meglio morta che proletaria”, proposizione che molti intellettuali comunisti, a parere di Enzensberger, approvano, ma che difficilmente ammetterebbero. Dall’altra parte c’è Lili, che ritiene “il socialismo un errore, il capitalismo una scemenza”. Se c’è qualcosa di rivoluzionario, quello è il Faust, per Enzensberger. Nell’opera di Goethe si annidano teorie più rivoluzionarie di tutti i pamhplet scritti negli ultimi due secoli.
L’Occidente sta crollando, ma anche il socialismo reale suscita all’autore nient’altro che sconforto. Ed è così che si può definire Tumulto: un viaggio attraverso tutte le classi del Titanic, in cui non c’è calotta di salvataggio per nessuno, occidente e oriente, capitalismo e socialismo. Il tumulto continua altrove ed è forse l’unico vantaggio che ha il mondo su una nave: la nave prima o poi arresta la sua caduta e le sue oscillazioni. Il mondo no. Gli anni ’70 sono stati il tumulto di Enzensberger e dell’Europa, ma “hanno ingoiato tutto”, scrive l’autore nella poesia con la quale ha deciso di concludere il libro. Bisogna ricordarli perché rappresentano il primo scricchiolio della nave, ma farlo “con troppa indulgenza/ sarebbe anche troppo”. Tuttavia, tra rammarico e disincanto, tra delusione e partecipazione, il libro lascia un invito nascosto ma chiaro, riassumibile con le parole di Elio Pagliarani: Proviamo ancora col rosso.